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28
agosto 2007

Approfitto di un momento di pausa e della wireless del congresso per segnalarvi una mia intervista su Fantasy Magazine. Enjoy!

Intervista Fantasy Magazine 

26
agosto 2007

Domani parto. Vado a Cefalù per una settimana. No, non vado a spegnere incendi e non vado in vacanza. Vado ad un congresso di evoluzione stellare. Non credo avrò rete a disposizione quando voglio e soprattutto non credo avrò tempo per scrivere, per cui suppongo che questo posto si prenderà una settimana di vacanze. Per non lasciarvi a fare nulla, vi do i compitini per casa. Si tratta di riflettere su una notizia nella quale mi sono imbattuta più o meno per caso. Si tratta di questa

Pegah Emambakhsh

Fa un certa impressione che una notizia del genere abbia così scarsa diffusione. In genere in occidente non si è certo avari di critiche (e a ragione) all’Iran e al governo di Ahmadinejad. Ampia diffusione hanno anche i casi di cristiani perseguitati per la loro religione. Di Pegah invece si legge poco. Eppure si parla sempre di lapidazione di un innocente, e più in generale della morte di un essere umano. Qual’è il problema? Vi dico la mia: che Pegah è lesbica. E difendere l’omosessualità oggigiorno non paga. In termini di ritorno d’immagine, una cosa è difendere un cristiano perseguitato (che, per carità, è una cosa sacrosanta e giustissima), un’altra è difendere una ragazza lesbica.

Ne parlavo ieri a cena. Certe forme di intolleranza godono di una diffusa, non dico approvazione, ma quanto meno tacita  comprensione. Un razzista non viene più considerato una persona ignorante: molti pensano che è una persona che magari esagera, ma che è anche stato esasperato, e quindi ha sotto sotto ragione. Avercela coi gay, poi, viene considerato tutto sommato normale. Quante volte abbiamo sentito sostenere l’equazione omosessuale = pedofilo, anche da parte di politici, magari.

Pegah per molti è indifendibile. Del resto, anche da noi l’omosessuale è oggetto di ironie acide quando gli va bene, e di aperta ostilità nei casi peggiori. Minaccia la famiglia, è un depravato, è un pedofilo. Pegah in Iran paga con la vita, da noi paga con l’emarginazione.

Qui, aggiornamenti sul caso.

24
agosto 2007

Continuano le mie serate dedicate alla nullafacenza. Non che me le stia godendo al 100%, in verità. Ho anche sperperato due settimane di permanenza a Roma di Ninna vedendola…quante volte? Due? Tre? Comunque.

Ieri sera mi son rivista uno dei miei film preferiti. The Piano. Detto anche Lezioni di Piano. Mi è tornato in mente quando ho montato il filmato di Stoccolma. In realtà, mentre ci muovevamo lenti con la nave nel fiordo, nelle orecchie già mi risuonavano le note di The Promise. È stato l’unico accoppiamento musica immagini di cui fossi sicura fin dall’inizio.

Il film lo conosco quasi a memoria. Lo vidi tipo nel 1996, e da allora molte altre volte. Riflettendo che l’altro mio film preferito è Il Mestiere delle Armi, devo concludere che amo i film in cui non si parla. Perchè in The Piano le parole sono infinitamente meno importanti delle immagini e della musica. Ma forse è così in generale nella vita, almeno nella mia. Che detto da una scrittrice fa strano. Vabbeh.

E insomma mi son rivista questo film, e me lo sono goduto dalla prima all’ultima scena. È carico di una sensualità straordinaria, nonostante alla fine la scena di sesso vera e propria sia una sola. Ma è la fotografia, il bianco della carne sul nero dei vestiti, persino l’immagine del mare, del fango, dei boschi, a suggerire una carica erotica repressa che aspetta solo una valvola di sfogo per esplodere in tutta la sua forza. Un sesso malato, ma anche un sesso primitivo e semplice, animale e libero. E la musica che segue lo sviluppo della storia è proprio così: selvaggia e oscura, trattenuta e piena di passione.

Resto sempre incantata quando mi imbatto in opere così perfettamente compatte, in cui è tutto un gioco di corrispondenze interne, una sinestesia complessa di musiche che si fanno immagini e immagini che diventano parole. La fotografia, la musica, la sceneggiatura finiscono per essere un corpus unico che rimanda ad un unico messaggio.

Ci sono scene che ti restano dentro, che ci ripensi a lungo. La sensualità della scena della calza, in cui la carica erotica esplode attorno ad un semplice buco in una calza nera, attraverso il quale occhieggia il pallore morbido della carne. Il piano sulla spiaggia, davanti ad un mare livido e ad un cielo di piombo. E poi ci sono figure enigmatiche e incancellabili, come la bambina diavolo/angelo, la figlia innocente e perversa che tradisce la madre.

È un film melodramma. Una storia di passione e follia. Una storia eccessiva e forte. E io amo le storie così. Amo il barocco di sentimenti esagerati per essere veri. Amo i racconti di gente segnata dal destino e dalla malattia, gente che si abbadona completamente alle proprie passioni fino a smarrire persino se stessi, e perdersi definitivamente.  Anche la musica che mi piace è così. Eccessiva.

Per chi non lo conoscesse, un trailer per invogliarvi alla visione

The Piano Trailer 

23
agosto 2007

Quel che la musica è sempre stata per me

O forse è tutta l’arte che deve sanguinare. Se non sei ferito non senti neppure il bisogno di comunicare qualcosa. Forse l’arte è un unico grido d’aiuto che nessuno può raccogliere.

22
agosto 2007

Durante le crisi creative, puoi sempre contare sulle esternazioni dei politici.

Diatriba sulla Moschea a Roma 

Beh, certo. Preferiamo che si riuniscano negli scantinati, senza alcun controllo, e giustamente incazzati perchè il loro diritto a esercitare il proprio culto, diritto sancito dalla costituzione e da un miliardo e mezzo di leggi internazionali, è stato frustrato. Non fare costruire una moschea non significa evitare gli imam fondamentalisti. Questo volendo passare sopra alla solita equazione musulmano = terrorista, che è cretina di per sé. Tralasciamo anche l’ “invasione cinese” che ci sta sulle palle perchè ci tocca il portafogli, ma quando si trattava di farli lavorare nelle nostre fabbrichètte 15 ore al giorno domeniche comprese (e io li ho visti farlo, perchè stavano di fianco a casa mia) eravamo tutti contenti. Del resto anche Hegazi credo lo amerebbero assai di meno se venisse a bussare alla nostra porta.

Ma la cosa più fastidiosa è il razzismo che trapela da tutto il discorso, la xenofobia allo stato puro: io sto a casa mia e a te non ti ci voglio, e non per motivi specifici, ma solo perchè non sei come me. Non osare mettere piede nel mio giardino o ti sparo.

Tanto per la cronaca, anche i musulmani hanno i loro problemi col terrorismo. Peccato però che di questi problemi si parli poco o nulla. Del resto, la nostra generalmente è giusta rabbia indirizzata contro chi ci minaccia, il loro invece è odio retrogrado e fondamentalista.

Ma quand’è che finirà questa storia del Noi e Loro?

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