Archivi del mese: agosto 2007

Da Cefalù con furore

Approfitto di un momento di pausa e della wireless del congresso per segnalarvi una mia intervista su Fantasy Magazine. Enjoy!

Intervista Fantasy Magazine 

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Il caso di Pegah

Domani parto. Vado a Cefalù per una settimana. No, non vado a spegnere incendi e non vado in vacanza. Vado ad un congresso di evoluzione stellare. Non credo avrò rete a disposizione quando voglio e soprattutto non credo avrò tempo per scrivere, per cui suppongo che questo posto si prenderà una settimana di vacanze. Per non lasciarvi a fare nulla, vi do i compitini per casa. Si tratta di riflettere su una notizia nella quale mi sono imbattuta più o meno per caso. Si tratta di questa

Pegah Emambakhsh

Fa un certa impressione che una notizia del genere abbia così scarsa diffusione. In genere in occidente non si è certo avari di critiche (e a ragione) all’Iran e al governo di Ahmadinejad. Ampia diffusione hanno anche i casi di cristiani perseguitati per la loro religione. Di Pegah invece si legge poco. Eppure si parla sempre di lapidazione di un innocente, e più in generale della morte di un essere umano. Qual’è il problema? Vi dico la mia: che Pegah è lesbica. E difendere l’omosessualità oggigiorno non paga. In termini di ritorno d’immagine, una cosa è difendere un cristiano perseguitato (che, per carità, è una cosa sacrosanta e giustissima), un’altra è difendere una ragazza lesbica.

Ne parlavo ieri a cena. Certe forme di intolleranza godono di una diffusa, non dico approvazione, ma quanto meno tacita  comprensione. Un razzista non viene più considerato una persona ignorante: molti pensano che è una persona che magari esagera, ma che è anche stato esasperato, e quindi ha sotto sotto ragione. Avercela coi gay, poi, viene considerato tutto sommato normale. Quante volte abbiamo sentito sostenere l’equazione omosessuale = pedofilo, anche da parte di politici, magari.

Pegah per molti è indifendibile. Del resto, anche da noi l’omosessuale è oggetto di ironie acide quando gli va bene, e di aperta ostilità nei casi peggiori. Minaccia la famiglia, è un depravato, è un pedofilo. Pegah in Iran paga con la vita, da noi paga con l’emarginazione.

Qui, aggiornamenti sul caso.

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The piano

Continuano le mie serate dedicate alla nullafacenza. Non che me le stia godendo al 100%, in verità. Ho anche sperperato due settimane di permanenza a Roma di Ninna vedendola…quante volte? Due? Tre? Comunque.

Ieri sera mi son rivista uno dei miei film preferiti. The Piano. Detto anche Lezioni di Piano. Mi è tornato in mente quando ho montato il filmato di Stoccolma. In realtà, mentre ci muovevamo lenti con la nave nel fiordo, nelle orecchie già mi risuonavano le note di The Promise. È stato l’unico accoppiamento musica immagini di cui fossi sicura fin dall’inizio.

Il film lo conosco quasi a memoria. Lo vidi tipo nel 1996, e da allora molte altre volte. Riflettendo che l’altro mio film preferito è Il Mestiere delle Armi, devo concludere che amo i film in cui non si parla. Perchè in The Piano le parole sono infinitamente meno importanti delle immagini e della musica. Ma forse è così in generale nella vita, almeno nella mia. Che detto da una scrittrice fa strano. Vabbeh.

E insomma mi son rivista questo film, e me lo sono goduto dalla prima all’ultima scena. È carico di una sensualità straordinaria, nonostante alla fine la scena di sesso vera e propria sia una sola. Ma è la fotografia, il bianco della carne sul nero dei vestiti, persino l’immagine del mare, del fango, dei boschi, a suggerire una carica erotica repressa che aspetta solo una valvola di sfogo per esplodere in tutta la sua forza. Un sesso malato, ma anche un sesso primitivo e semplice, animale e libero. E la musica che segue lo sviluppo della storia è proprio così: selvaggia e oscura, trattenuta e piena di passione.

Resto sempre incantata quando mi imbatto in opere così perfettamente compatte, in cui è tutto un gioco di corrispondenze interne, una sinestesia complessa di musiche che si fanno immagini e immagini che diventano parole. La fotografia, la musica, la sceneggiatura finiscono per essere un corpus unico che rimanda ad un unico messaggio.

Ci sono scene che ti restano dentro, che ci ripensi a lungo. La sensualità della scena della calza, in cui la carica erotica esplode attorno ad un semplice buco in una calza nera, attraverso il quale occhieggia il pallore morbido della carne. Il piano sulla spiaggia, davanti ad un mare livido e ad un cielo di piombo. E poi ci sono figure enigmatiche e incancellabili, come la bambina diavolo/angelo, la figlia innocente e perversa che tradisce la madre.

È un film melodramma. Una storia di passione e follia. Una storia eccessiva e forte. E io amo le storie così. Amo il barocco di sentimenti esagerati per essere veri. Amo i racconti di gente segnata dal destino e dalla malattia, gente che si abbadona completamente alle proprie passioni fino a smarrire persino se stessi, e perdersi definitivamente.  Anche la musica che mi piace è così. Eccessiva.

Per chi non lo conoscesse, un trailer per invogliarvi alla visione

The Piano Trailer 

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Musica

Quel che la musica è sempre stata per me

O forse è tutta l’arte che deve sanguinare. Se non sei ferito non senti neppure il bisogno di comunicare qualcosa. Forse l’arte è un unico grido d’aiuto che nessuno può raccogliere.

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Fondamentalismi

Durante le crisi creative, puoi sempre contare sulle esternazioni dei politici.

Diatriba sulla Moschea a Roma 

Beh, certo. Preferiamo che si riuniscano negli scantinati, senza alcun controllo, e giustamente incazzati perchè il loro diritto a esercitare il proprio culto, diritto sancito dalla costituzione e da un miliardo e mezzo di leggi internazionali, è stato frustrato. Non fare costruire una moschea non significa evitare gli imam fondamentalisti. Questo volendo passare sopra alla solita equazione musulmano = terrorista, che è cretina di per sé. Tralasciamo anche l’ “invasione cinese” che ci sta sulle palle perchè ci tocca il portafogli, ma quando si trattava di farli lavorare nelle nostre fabbrichètte 15 ore al giorno domeniche comprese (e io li ho visti farlo, perchè stavano di fianco a casa mia) eravamo tutti contenti. Del resto anche Hegazi credo lo amerebbero assai di meno se venisse a bussare alla nostra porta.

Ma la cosa più fastidiosa è il razzismo che trapela da tutto il discorso, la xenofobia allo stato puro: io sto a casa mia e a te non ti ci voglio, e non per motivi specifici, ma solo perchè non sei come me. Non osare mettere piede nel mio giardino o ti sparo.

Tanto per la cronaca, anche i musulmani hanno i loro problemi col terrorismo. Peccato però che di questi problemi si parli poco o nulla. Del resto, la nostra generalmente è giusta rabbia indirizzata contro chi ci minaccia, il loro invece è odio retrogrado e fondamentalista.

Ma quand’è che finirà questa storia del Noi e Loro?

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Intervista per Inutile

A questo link

Inutile

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Stagioni

Ieri ho sentito un po’ di radio in macchina, e mi è venuto da pormi la domanda esistenziale che tutti di questo periodo ci facciamo: ma il tormentone dell’estate? La canzone possibilmente demente che tutti cantano e che balza agli onori della hit senza che nessuno capisca chiaramente perchè? C’è stata?

C’era un periodo in cui me ne fregava davvero. Intorno ai 12 13 anni. Infatti ricordo tutte le canzoni sceme di quel periodo lì. Per dire, mi piaceva Gala. La ballavo quando al mare andavo in discoteca. Ci andavo con mia cugina.  Ho avuto anche il periodo Piotta, durante la mia prima vacanza estiva da sola, in Puglia.

La verità è che c’era un periodo in cui l’estate per me aveva davvero un senso. Arrivava il 10 giugno circa, e davanti a me vedevo aprirsi questa disteza di promesse. Tre mesi senza scuola, durante i quali, nella mia fervida fantasia, poteva accadere di tutto. Lasciamo perdere che poi alla fine non accadeva niente di serio. In ogni caso ogni estate aveva un gusto diverso, perchè ogni anno io ero una persona diversa. Fino ai 18 si cresce ad un ritmo vertiginoso; due mesi prima sei piatta come una tavola, e all’improvviso ti ritrovi con una terza che i maschi della classe commentano tra loro quando non li vedi. L’anno prima baciavi appassionatamente il poster di Kevin Costner in camera tua, l’anno dopo pomici con uno a Trinità dei Monti. A settembre era sempre cambiato qualcosa. Eri riuscita a mettere un nome a quell’estate, era successo qualcosa che nelle altre non c’era stato.

Per anni  la mia adolescenza è stata segnata da estati in cui succedevano più cose che durante il resto dell’anno. L’estate della mia breve stagione discotecara, quando andavo in giro conciata orribilmente per i miei tredici anni, tra pantaloncini inguinali e magliettine che mettevano in mostra le tette. L’estate in cui ho avuto il primo ragazzo, la vacanza insieme in montagna e un mese sano ad aspettarlo che tornasse da un viaggio non ricordo più neppure esattamente dove. Come da copione, a settembre ci si lascia. L’estate in cui ho baciato quello che all’epoca era il mio migliore amico, e ho pensato che forse, beh, magari si poteva provare. L’estate in cui mi sono messa insieme a Giuliano. L’estate in cui ho fatto l’amore la prima volta.

Aspettavo il mare, all’epoca, mi piaceva rosolarmi al sole e inventarmi storie allucinanti mentre galleggiavo in acqua. Calabria quasi ogni anno per 10 anni, ma ogni volta era diverso. Ogni volta mi prendevo una cotta per qualcuno, ovviamente.

Poi è finita. Giugno ha smesso di significare qualcosa per me approssimativamente quando ho iniziato l’università. Non avevo più vacanze di tre mesi, e l’estate la passavo a preparare l’esame rogna dell’anno, che fosse Analisi I e II o Istituzioni di Fisica Teorica. Poi è arrivato il lavoro, e allora le stagioni hanno iniziato ad assomigliarsi tutte.  Ad agosto niente più mare, niente più canzoni sceme, no cotte estive.

Un po’ mi manca l’esaltazione di quegli anni. Almeno avevano un senso tre mesi di sofferenza tra sudore e zanzare. Adesso semplicemente non vedo l’ora che passi in fretta e indolore. Già adesso ho una voglia di autunno che mi porta via, nonostante non sia stata un’estate così calda.

Ma la verità è che ho perso ogni contatto con le stagioni. Quando ero ragazzina le sentivo, le apprezzavo. Adesso dodici mesi se ne vanno via appiattiti tutti sullo stesso basso continuo. L’inverno come l’estate, la primavera come l’autunno.

Ho perso qualcosa. Non so quando e non so neppure come. Forse è per questo che ne ho nostalgia

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Titolo, dedica, ringraziamenti

Il mio nome a tutta pagina, e, sotto, il titolo.

La dedica, e l’epigrafe.

I ringraziamenti, alla fine, scritti sull’aereo che mi portava in viaggio di nozze.

È la  sesta volta che mi capita, ma mi fa sempre uno strano effetto. Stavolta più di altre. Intendo vedere il proprio manoscritto per la prima volta in forma quasi definitiva. Per la prima volta sta in un file unico, impaginato per bene, con tutte le sue cosine a posto: come dicevo prima, titolo, dedica, epigrafe, ringraziamenti. La storia e il suo contorno. Il libro come lo avrete voi fra le mani tra qualche mese.

C’è una porzione considerevole della mia vita in quei capitoli. Negli ultimi sono stata molto influenzata da quel che mi capitava intorno, e il finale forse sarebbe stato diverso se le cose nella mi vita avessero preso una direzione differente.

È stato un lavoro pieno di paure e di angosce, non so perchè. Forse perchè quando l’ho fatto stava cambiando molto nella mia vita, e io ho paura dei cambiamenti. Che poi mutare è il senso dell’esistenza, se stai fermo in realtà sei già morto. Nonostante tutto, però, dentro ci sono delle cose che mi piacciono molto. Speriamo piacciano anche a voi.

Io, nel frattempo, mi balocco col mio bel file da 2 MB, e magari mi godo anche qualche sera di totale e completa nullafacenza.

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Come in Independence Day

Ho finito di correggere e rivedere il terzo libro delle Guerre. Con addirittura due giorni di anticipo sulla data prevista.

Per questo, mi fumo il sigaro della vittoria.

sigaro.jpg

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25 AGOSTO 2007 – PRESENTAZIONE LIBRO

ore 18.00
Festa Nazionale de L’Unità
Bologna
Arena Parco Nord

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