Archivi del giorno: 11 agosto 2007

Ho finito Harry Potter

E vi dico la mia. Su AMeMi, ovviamente.

12

Cinque nazioni in otto giorni

Come fai a raccontare in due, tre, dieci pagine un viaggio in cui, in sette giorni, hai toccato cinque nazioni? Come fai a fare entrare tutto quello che hai visto e sentito tra i caratteri, tra una virgola e uno spazio bianco? Puoi solo scattare foto su foto, e tirare poi fuori, dal magazzino della tua memoria, le immagini più belle, i sentimenti più veri di otto giorni lunghi una vita.
Una settimana fa, quasi a quest’ora, scrivevo su un aereo i ringraziamenti del mio ultimo libro, e pensavo a come sarebbe stato il mio viaggio di nozze. Ora, sull’aereo verso casa, scrivo quel che è stato, per chiudere anche quest’esperienza.
Quando l’aereo è decollato, otto giorni fa, è andato così veloce da lasciarsi dietro Roma, Milano e il carico di preoccupazioni che mi gravava sulle spalle. Ho dimenticato tutto: le cose spiacevoli, il lavoro, persino il libro. Per sette giorni non ci ho pensato, e non ho acceso neppure una volta il Mac. Non ho scritto per sette giorni. Inquietante.
Ora il fardello torna, ma io ho spalle forti per sopportarlo. Mi sono ricaricata, davvero. Otto giorni sono bastati. Sono pronta ad aprire la mia caselle di email, tra qualche ora, e ricominciare a lavorare.

La Crociera
La crociera è indubbiamente una bella esperienza. Ho passato ore ferma sul ponte, col vento che mi gelava la pelle e i Muse nelle orecchie, a guardare il mare che andava. Ho visto il fiordo di Stoccolma passarmi sotto gli occhi dal balcone della mia cabina, ho osservato le miglia scorrermi sotto i piedi. Ho pensato al mare sotto di me, ai pesci, all’infinito. È per questo che sono andata in crociera. È bello svegliarsi ogni giorno in un posto diverso, e vivere su questo albergo ambulante. Ma costa davvero troppo. Troppo per quel che ti danno, intendo. Sei una vacca da mungere. Niente è gratis. Si paga tutto. E ti danno una mano a muoverti dal porto alla città solo se fai la visita guidata, e sinceramente non amo fare la turista in questo modo. Meglio pochi musei, ma poter camminare liberamente per una città, e cercare di coglierne lo spirito guardandola e basta. Se non vai coi gruppi, dal porto alla città te la cavi a fette. E poi non è che si mangi tutto questo granchè. Si mangia solo tanto. E sono stata in posti più eleganti.
Ma è una nave, e tanto basta. Io volevo solo una nave. Volevo solo il mare. E l’ho avuto.

Copenhagen
Non l’ho vista, semplicemente. Solo l’aeroporto, dove ho mangiato un hot dog che mi ha ucciso il fegato, e un breve giro per la città in pulmann, dall’aeroporto al porto e viceversa. Sembra una splendida città. Credo ci tornerò. E mi ha ricordato tanto Monaco. Stesso silenzio che sa di pace, stessi tetti a spiovente e architettura nordica. E ho pensato di nuovo alla patria della mia anima, che non è la patria del mio passaporto.

Kiel
Kiel non è nulla di particolare. Una città portuale tedesca. L’abbiamo girata a piedi in una splendida domenica mattina. Era deserta. Per i tedeschi la domenica sembra sacra: è tutto chiuso. Ma ci è piaciuta molto. È Germania. Era un anno che non andavo in Germania e mi mancava. Ritrovare le scritte che avevo imparato a conoscere, la H verde su fondo giallo delle fermate degli autobus, i sorrisi della gente. Faceva caldo, e al parco mi sono stesa sull’erba a godermi l’estate che piace a me: poco caldo, ma sole a sufficienza per prendere un po’ di tintarella. Saremmo potuti andare a Lubecca o ad Amsterdam in gita, ma non ci andava di svegliarci alle 7.00 il primo giorno di vacanza, e poi non ci andava di andare in gruppo. Volevamo vedere la Germania da soli, come quando ci aggiravamo per le vie di Monaco in silenzio, la faccia annegata nella sciarpa. Essere di nuovo un fantasma per le vie, e guardare normalissimi palazzi e trovarci dentro tutta la bellezza del mondo.

Visby
Visby è il paradiso. Visby sembra sia stata costruita secondo i miei desideri. È la città più grande di una grossa isola svedese, Gotland. È una città medievale splendida. Il pavimento di pietroni squadrati, le case di mattoni di pietra. Le mura, le porte della città che sono grate di legno, le torri lungo le mura, le chiese, gli edifici. Un tuffo nel medioevo. In bicicletta.
Il porto era piccolo, così la nave si è fermata alla rada, e a terra ci hanno portato con le lance di salvataggio. Potrò dire di essere stata su una lancia di salvataggio, grazie al cielo senza rischiare la vita. Ma lo stomaco sì. Non avete idea di quanto rolli uno di quegli affari. Per di più sono una specie di saune, per cui stavo per vomitare.
Visby ha anche un giardino botanico che sembra il paradiso terrestre, è silenziosa e piena di tanti Learchi che spesso camminano a piedi nudi. E in questo periodo ospita la fiera medievale. Vuol dire che un buon 90% della popolazione era vestita in abiti medievali, che un parco era pieno di bancarelle che vendevano roba medievale. Spade, archi, lavori in cuoio, vestiti. Il paradiso terrestre. Abbiamo bevuto un sedicente idromele vichingo molto buono, magistralmente pubblicizzato da una ragazza bionda che e vantava in inglese fluente tutte le sue miracolose qualità benefiche. Mi sono comprata un vestito che mi fa sembrare una dama del ‘400 e un bracciale di cuoio fantastico, solo un po’ largo per il mio polso sottile, ma tanto mi vanno tutti larghi.
È stato il posto più bello dove sono stata in otto giorni, avrei voluto passarci l’intera settimana.

Stoccolma
Ho camminato così tanto che i piedi mi sanguinavano. Me ne sono accorta sul molo, quando mi sono seduta e mi sono tolta le scarpe per far prendere aria ai piedi.
È una bella città. Piena di canali, disseminata su più isole. Elegante, piena di gente. Abbiamo visitato la parte medievale, ovviamente, e anche la zona più moderna. Abbiamo mangiato svedese; io polpette di carne con salsa di mirtilli e purè, Giuliano un piatto di carne e patate fritte assieme, più una crostata poetica.
Quasi subito ci siamo imbattuti in un fantastico negozio a metà tra la libreria e la fumetteria. Era strapieno di manga in svedese e inglese, e poi dvd, magliette, action figures, e libri fantasy e sci-fi. Il paradiso. Non un fottuto megastore impersonale, no. Un negozio di medie dimensioni, con un’aria familiare, pieno di roba. C’avremmo passato la giornata intera.
E poi era pieno di negozi stile dark e goth. Questo mi piace del nord. Che la stravaganza ha un suo posto. Che se vuoi essere strano, indossare cappelli, borchie di cuoio e roba strana, puoi farlo. C’è posto anche per quello. Nessuno ti guarda male. Mi sono persa in questi negozi pieni di roba nera, vestiti pieni di borchie e teschi ovunque. Ho preso un cappello fantastico, che ho in testa adesso, e che credo soppianterà quello che presi a Bologna l’anno scorso. È un borsalino che sembra quasi vero. E poi Giuliano ha insistito perché prendessi una gonna da gothic lolita. Lo capisco, sono allucinanti quelle gonne. E mi piace. Sì. Forse non l’ho mai saputo e sono una dark, una goth, non lo so. Però in quei negozi mi sentivo bene. Erano il mio posto.
Ma la cosa più bella Stoccala ce l’ha regalata quando siamo partiti. Stoccolma sta in un fiordo. Ci abbiamo messo buone cinque ore ad attraversarlo tutto. Un fiordo è qualcosa di fantastico. Un fiordo è un mare che sembra fiume, è roccia che si tuffa nell’acqua, portandosi dietro abeti ed erba. Abeti. A venti centimetri dal mare. Uno spettacolo incomprensibile per un mediterraneo. E all’uscita dal fiordo, isole. Una marea. Come se dio avesse gettato un pugno di sabbia nell’acqua, e ciascun granello avesse germogliato. A pochi metri l’una dall’altra, tutte minuscole, alcune con su un faro, o una casetta. Tutte con la loro bassa vegetazione, aggrappata alla roccia nuda con le unghie e coi denti. Meravigliose. Nella luce rosea del tramonto, la nave si muoveva in questo panorama quasi finto, in questo luogo sospeso. Ho guardato fuori per tutto il tempo, le mani appoggiate al vetro della cabina. E ho pensato che tanta bellezza è troppa. Troppo intensa, troppo straziante. Ho pensato che il mondo ne è pieno, e io ho passato 26 anni chiusa nel mio angolo di mondo, ignara che ci fosse, paralizzata dalla paura. Ho perso 26 anni di viaggi. Devo viaggiare ancora. Devo andare in posti lontani, devo vedere il mondo e riempirmene gli occhi. Devo attraversare limbi come questo, e restare a bocca aperta mentre li guardo. Perdere persino le parole per descriverli, e magari solo guardarli, con la mente vuota. Se c’è un posto che collega questo mondo all’altro, è come quel braccio di mare che ho attraversato al tramonto quella sera. Ogni isola è la possibilità di tornare indietro, mentre l’acqua è il desiderio dell’oblio.

Tallinn
Tallinn è una piccola città. Non so se avete mai letto quelle storie di Topolino in cui i nostri finiscono in qualche piccola e sperduta repubblica esteuropea. La Zirconia o qualcosa del genere. Ecco. L’Estonia e Tallinn mi ricordano questo. Nel senso affettuoso e positivo della cosa, ovviamente. Un piccolo stato che sta risalendo la china. Un piccolo stato pacifico, dove la vita scorre ancora con ritmi degni di questo nome, e che vuole essere grande, che vuole conquistarsi il proprio benessere. E Tallinn non sembra neppure una capitale, con le sue poche macchine e la sua aria da paese.
È pieno di negozi di antiquariato. Vendono cimeli dell’epoca sovietica, più che altro. Grandi ritratti di Lenin, medaglie del partito comunista. Cose comuni da quelle parti, ma insolite per noi. Abbiamo comprato due medagliette di questo tipo. C’è anche la tessera allegata, scritta in cirillico. È strano toccare la storia con mano. Mi sono sentita un po’ come a Norimberga. La storia percorre l’Europa sotterranea, e in questi luoghi capisci come la Storia si sposi alla storia. La Storia siamo noi, cantava De Gregori, ed è vero. È la vita delle persone, è quella culla splendida che ho visto in un angolo di uno di questi negozi, è la medaglietta che ho comprato, che è stata nelle mani di qualcuno, sul suo cappotto. È un luogo tragico, l’Europa, è un luogo vivo.

San Pietroburgo
Sono stata molto seria, fin qui, ed è ora che vi faccia ridere. A San Pietroburgo potevamo scendere solo con una visita guidata. Per andarsene in giro da soli per il territorio russo ci vuole il visto, che costa 180 euro e va fatto in Italia. Noi non lo sapevamo, e comunque ci avevano terrorizzato rispetto a San Pietroburgo: città pericolosa, non andateci da soli, bla bla bla. Le stesse cose che mi dissero di Napoli e Palermo, e poi, l’unica volta che sono stata derubata è stato sul 64 a Roma. Comunque. Prenotiamo il giro. Otto ore, principalmente col pulmann. Mi rode. Volevo camminare per fatti miei, scegliere io dove andare. Ma è l’unico modo per vedere un angolo, parzialissimo, di Russia.
Si parte alle 8.15. Ci svegliamo alle 7.00. La nave è già in porto e la gente scende. Strano. Dovevamo attraccare alle 7.00…Facciamo colazione, andiamo all’appuntamento con le guide. Non c’è nessuno. Solo noi e altri venti italiani. Le 8.15 passano e allora andiamo a chiedere informazioni. E scopriamo che in verità sono le 9.15. Perché San Pietroburgo ha due ore di fuso rispetto all’Italia. Ci avevano avvisati, ma in modo ambiguo, e noi non avevamo capito. Gli altri passeggeri sono infuriati, praticamente parte la rissa, e io e Giuliano cerchiamo di capire come fare per scendere a terra lo stesso, per venere anche poco della città. La prendiamo con filosofia. Sono in vacanza, il mio viaggio di nozze. Non voglio fare come a Roma, che sono sempre arrabbiata. Voglio essere una persona diversa anche solo per otto giorni. E la cosa mi premia. Ci commutano il biglietto per la visita di otto ore in uno per un giro da tre ore. Meglio che niente. Almeno scenderemo e vedremo qualcosa.
Complessivamente, è stata la prima volta che mi sono sentita turista nel senso deteriore del termine. Una grassa occidentale piena di soldi, che si fa un superficiale giro in pulmann in una città densa di storia e tragedia, e crede di poter capire tutto così. Ci siamo mossi in questo pulmann scassatissimo, con una guida che a malapena parlava l’italiano, guardando dal finestrino palazzi su palazzi. Questa è la casa di Dostoevskij, questo è l’Ermitage, quella è la fortezza di SS. Pietro e Paolo. Palazzi che scorrevano sotto i miei occhi, caldo afoso. Un paio di soste per le foto, un giro in un negozio di souvenir carissimo.
Avrei voluto farmi sanguinare i piedi anche qui a San Pietroburgo, e magari non sapere nulla di quel che stavo vedendo, non riconoscere le tombe dei Romanov o la Prospettiva Nevskij, là dove Ras’kolnikov si muoveva angosciato in Delitto e Castigo. Però muovermi in mezzo alla gente, calpestare l’asfalto e cercare nei suoi marciapiedi lo spirito di questa città. Magari ci tornerò, in futuro, e avrò il dannato visto. Sarò meno turista e più ragazza a spasso.
Non credo di aver capito nulla della città. Come avrei potuto? Ma ho visto un posto sbattuto, stanco e sporco. Una città gloriosa, una città che il suo fondatore voleva grande e magnifica, e lo è. La Neva scorre imponente tra palazzi magnifici, enormi. Frotte di architetti italiani per la città degli zar, per il giocattolo di Pietro il Grande. Ma l’argento imbrunisce con gli anni, e così San Pietroburgo. I muri scrostati, le grondaie cadenti, la patina di smog sui muri. Una volta il mio professore disse che andare in Russia gli metteva sempre tristezza. Perché ne intuiva la grandezze, e la ammirava, ma ne percepiva anche la decadenza. Credo di capire cosa intendesse. E l’ho visto anch’io. Così San Pietroburgo mi ha messo tristezza addosso.
Al ritorno, quando abbiamo abbandonato il porto, i ragazzi russi ci suonavano coi clacson delle macchine, e ci salutavano. Urlavano qualcosa, non so se ci salutavano o ci prendessero in giro o cosa. Ma quando l’eco delle loro grida si è spento, siamo finiti nel porto abbandonato. Non so come altro definirlo. Banchine arrugginite, e navi alla rada da anni. Una nave da crociera mangiata dalla ruggine. Un’altra mezza affondata. Gru che non si muovo da secoli, le giunture bloccate. E tra i cadaveri delle navi morte, navi vive. Una nave da guerra con gente a bordo. Un’altra. Tutto in un silenzio irreale. Un nuovo limbo. Ma mentre quello di Stoccolma era un limbo della natura, questo era stato costruito dagli uomini. Non per questo era meno paradossale, meno bello.
L’ultimo regalo San Pietroburgo ce l’ha fatto di notte. Abbiamo navigato per tutta la notte nel Canale di Finlandia, 400km a sud del Circolo Polare Artico. Il sole è tramontato alle 22.30, ma la luce non è mai andata via. Alle 24.00 mi sono affacciata sul balcone della cabina, e fuori c’era uno spettacolo irreale. Era palesemente notte, c’erano le stelle, chiare. Ma ad ovest, c’era una linea rosso scuro striata da nuvole nere. C’era ancora luce. D’estate a San Pietroburgo ci sono le Notti Bianche. Non è mai del tutto buio. Il sole scende appena sotto la linea dell’orizzonte, e poi risale. Così giovedì notte. Alle 2.00 c’era ancora luce. Da ragazzina facevo spesso un incubo. Che era notte e c’era il sole, sole alto, come a mezzogiorno, e la cosa mi terrorizzava. Nell’incubo pensavo sempre che stava per accadere qualcosa di inaudito, qualcosa di innaturale e terribile. Ma la notte senza notte di San Pietroburgo non mi ha fatto paura. L’ho trovata fantastica. Spettacolare. Commovente. E io vivo di notte, lo sapete. Ho guardato fuori a lungo, pregando che quella luce non svanisse mai, e non l’ha fatto. È rimasta lì fino all’alba, quando è cresciuta, è tornata giorno pieno.
Ho pensato a quante cose fantastiche avevo visto in otto giorni. A quanto un viaggio ti cambi, anche se è breve, e quanto si possa imparare solo guardando, e lasciando che le cose ti entrino dentro aprendoti completamente.
È stato forse il più bel viaggio della mia vita. Per quello che ho visto, per come l’ho vissuto, per quel che mi ha insegnato.
E poi ho pensato che gli altri anni era triste tornare a casa. Perché io tornavo dai miei, Giuliano dai suoi, e non avremmo più diviso le nostre vite. Adesso torniamo a casa, insieme, e stasera vedremo ancora assieme Lost, e divideremo lo stesso letto. E questo rende il mio ritorno dolce.

Qui potrete trovare tutte le foto delle mie vacanze

25