Domani parto. Vado a Cefalù per una settimana. No, non vado a spegnere incendi e non vado in vacanza. Vado ad un congresso di evoluzione stellare. Non credo avrò rete a disposizione quando voglio e soprattutto non credo avrò tempo per scrivere, per cui suppongo che questo posto si prenderà una settimana di vacanze. Per non lasciarvi a fare nulla, vi do i compitini per casa. Si tratta di riflettere su una notizia nella quale mi sono imbattuta più o meno per caso. Si tratta di questa
Pegah Emambakhsh
Fa un certa impressione che una notizia del genere abbia così scarsa diffusione. In genere in occidente non si è certo avari di critiche (e a ragione) all’Iran e al governo di Ahmadinejad. Ampia diffusione hanno anche i casi di cristiani perseguitati per la loro religione. Di Pegah invece si legge poco. Eppure si parla sempre di lapidazione di un innocente, e più in generale della morte di un essere umano. Qual’è il problema? Vi dico la mia: che Pegah è lesbica. E difendere l’omosessualità oggigiorno non paga. In termini di ritorno d’immagine, una cosa è difendere un cristiano perseguitato (che, per carità, è una cosa sacrosanta e giustissima), un’altra è difendere una ragazza lesbica.
Ne parlavo ieri a cena. Certe forme di intolleranza godono di una diffusa, non dico approvazione, ma quanto meno tacita comprensione. Un razzista non viene più considerato una persona ignorante: molti pensano che è una persona che magari esagera, ma che è anche stato esasperato, e quindi ha sotto sotto ragione. Avercela coi gay, poi, viene considerato tutto sommato normale. Quante volte abbiamo sentito sostenere l’equazione omosessuale = pedofilo, anche da parte di politici, magari.
Pegah per molti è indifendibile. Del resto, anche da noi l’omosessuale è oggetto di ironie acide quando gli va bene, e di aperta ostilità nei casi peggiori. Minaccia la famiglia, è un depravato, è un pedofilo. Pegah in Iran paga con la vita, da noi paga con l’emarginazione.
Qui, aggiornamenti sul caso.