Archivi del mese: ottobre 2007

Ognissanti vs Halloween

Quest’anno stavo per capitolare. Insomma, ad un certo punto uno si stufa di star lì a fare il bastiancontrario. La faccio breve. Avevo maturato l’insano desiderio di intagliare una zucca. O addirittura di andare ad una festa mascherata. Sarebbe stato un’ottima occasione per sfoggiare di nuovo la mia gonna goth. È che Halloween è una festa tutto sommato fantasy. Tutte queste storie sul confine labile tra mondo dei vivi e dei morti, e le streghe, e la magia…Però è una festa che non ci appartiene. Almeno nella forma in cui gli americani ce l’hanno gentilmente esportata (sono un po’ fissati con l’esportazione, no?). Il trick or treat, i ragazzini mascherati che fanno il giro delle case e così via. Non sono cose che ci appartengono. E neppure il corteo di zombie et similia.
Halloween mi è sempre stato antipatico. Carnevale, una delle feste tradizionali cui più sono legata, non se lo calcola nessuno, Halloween è tanto di moda. Ma perchè non proviamo prima a riscoprire le nostre, di feste, e poi passiamo a prenderci quelle altrui? E poi mi è sempre sembrata una scusa per vendere dolci e giocattoli, o per spendere in qualche noiosissimo locale in cui ballare pallosissima musica house vestiti da scemi (da che pulpito…una che andrà a Lucca vestita così…). Un po’ come San Valentino e la Festa della Mamma.
E poi noi le nostre tradizioni al proposito ce le abbiamo. Legate più al 2 novembre, probabilmente, ma ce le abbiamo. In svariate parti d’Italia si apparecchiava la tavola per i morti, il 2, o si portava cibo da imbandire sulle tombe, al cimitero. I morti portavano i dolci ai bambini, magari mettendoglieli nelle scarpe tenute sotto il letto. Dolci particolari, come le siciliane ossa dei morti. Oppure le fave dei morti, mutuate dalla tradizione dei Romani, che le consideravano un cibo da offrire ai defunti. Per passare ad una tradizione tra l’horror e il poetico, c’era anche l’abitudine di lasciare il letto ai morti. La mattina del 2 si andava a messa, e si credeva che nel frattempo i morti tornassero a casa, per riposarsi nei loro antichi letti, preparati per l’occasione con lenzuola fresche e pulite. E poi ricordo la zuppa con sette tipi di legumi diversi, uno per ciascuna delle sette anime del purgatorio.
Mi mancano tutte queste cose. Che fine hanno fatto? C’è ancora qualcuno, in giro per l’Italia, che lascia il letto ai morti? La verità è che abbiamo perso il senso del tempo. Non mangiamo più la pastiera a Pasqua o le ossa dei morti il 2. La nostra vita non si basa più sul ritmo ettato dalla natura, e viviamo un’eterna stagione senza nome, che ingloba in sé tutto l’anno. Che senso ha, allora, celebrare feste che non hanno più un senso temporale? E così le nostre tradizioni si sono perdute, sostituite da usanze svuotate di ogni significato: la serata a ballare fuori, i cioccolatini con su l’effige della zucca, identici a quelli che ti spacciano a S. Valentino, e poi alla festa della donna.
E del resto, anch’io stasera mi farò due uova al tegamino, quando, stanca come al solito, rimetterò piede a casa con zero forza per cucinare. Ma mi sarebbe piaciuto imbandire la tavola e lasciare un bicchier di vino per i defunti. Ma i morti perdono la strada nel quartiere nuovo e senz’anima dove vivo io.

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Serata fuori (l’ennesima, in effetti…)

Sperimentare
Ieri sono tornata al ristorante giapponese. Ormai sono sushi dipendente, è ufficiale. Stavolta, però, ho deciso di osare. E che capperi. Sempre ‘sto cavolo di misto piccolo…per una volta sarebbe anche bello che scegliessi io quali fette di pesce ingurgitare. Così, ho sperimentato. Sushi à la carte. Nello specifico: shake, ossia nigiri di salmone, e uramaki di salmone piccante. Così, tanto per gradire.
Me li hanno portati su eleganti vassoietti di legno, lo zenzero da un lato, ilrafano dall’altro. Tre shake, sei uramaki. Erano ottimi. Me lo sono goduto fino in fondo, assaporando anche il giorno di grazia con le bacchette. Gli shaki erano delicati e fragranti come al solito, mentre gli uramaki sono stati veramente una scoperta. Il salmone ha una consistenza particolare, e il piccante ci va di un bene folle col saporino del pesce; dentro c’erano anche delle uova di qualche tipo, rosse, che in bocca scoppiavano stile palloncini spandendo un sughetto molto delicato. Mi sta salendo la fame al ricordo, gurgle.
Tra l’altro sto imparando a mangiare i nigiri senza strozzarmi. Ok, la polpetta la si infila in bocca in una botta sola, ma poi si assapora lentamente. Il sushi è il trionfo dello slow food, almeno per come la vedo io. Minimali, da degustare come si fa col vino, semplici. È stato davvero un piacere.
Ho concluso con un’insalata di alghe che però dopo un po’ m’ha stufato e il dolce di sesamo, che invece m’è proprio rimasto nel cuore. Buono, buono, buono. Chissà quanto calorico, damn…

Fatevi un regalo
La mia serata gastronomica è stata completata dalla visione di Ratatouille. Andate a vederlo perchè è il film più bello della stagione. Ero indecisa e anche un po’ scettica, prima di entrare in sala, ma mi sono ricreduta già durante  il favoloso corto iniziale. Muto, e a dir poco esilarante.
Il film è perfetto. Forse ha solo qualche minuto di troppo qua e là, ma è così dannatamente piacevole a vedersi, così poeticamente divertente, così garbato nel porti la sua morale…Character design favoloso, personaggi dalla caratterizzazione perfetta, sceneggiatura che non sbava mai. Già al pezzetto inziale, in cui il Nostro topino si lancia in una descrizione di ciò che prova quando assapora qualcosa mi ha conquistata. Sinestesia di sapori, colori e musica, il mangiare come arte, il cucinare come religione. E poi questo apologo così delicato sul perseverare nelle proprie passioni, questa esaltazione del genio, a dispetto del mondo che il genio non lo vuole, che desidera un posto appiattito sulla mediocrità imperante. Che bello, ragazzi, che bello!

Deliri post digestivi
Questa mi gira in testa da un po’, ma ieri, mentre le alghe facevano su e giù nello stomaco, ha preso le dimensioni di un’ossessione.  Non trovate che Mika sembri il figlio segreto del Dr. House?

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De Profundis

La sofferenza altrui mi fa paura. Non so esattamente cosa del loro dolore mi spaventa. Credo sia la mia cronica incapacità di riuscire a fare qualcosa per lenirlo. Che poi probabilmente non è incapacità mia, è incapacità generica. Cosa dici a chi ha perso un figlio? A chi non ha più un genitore? C’è qualcosa che si può dire?
In teoria il dolore ci accomuna. È l’esperienza che facciamo tutti nella vita, cieca come la morte; capita ai ricchi, ai poveri, agli stronzi e ai santi senza distinzione, e ci riporta al nostro nucleo più vero, ci espone nudi e senza difese. Eppure non ci avvicina. Quando soffri sei al di là, dove nessuno ti può davvero raggiungere. Appartieni ad un mondo diverso, hai una più profonda percezione delle cose, più viva e terribile. Ed è forse questo che mi spaventa. Fare i conti con la vita quando fa sul serio, quando colpisce basso e senza pietà.
Così mi sono ritrovata a tacere per dieci minuti a telefono con una mia amica. Lei piangeva dall’altro capo del filo, e io guardavo il terrazzino dell’albergo, a 600 km da lei. L’ultima volta che ci siamo viste è stato al mio matrimonio. Penso che spesso, quando ci sentiamo a telefono, stiamo zitte. Capitava, quando ci frequentavamo di più.
E lei mi diceva di essere arrabbiata, mi diceva che era come nei suoi incubi e io riuscivo solo a dire “ti capisco”, senza farglielo davvero sentire. Del resto, che vuoi capire? Tu non puoi capire, è da sciocchi avere la presunzione di capire. E mi sono sentita molto, molto inutile.
Oggi sono andata al funerale. Ci siamo abbracciate, io le ho detto che le voglio bene, le ho schioccato due baci sulle guance. Ma forse alla fine l’ho fatto più per me che per lei. Andare. Salutarla e stringerla tra le braccia. Per sentirmi meno impotente. Per cercare le risposte che non ci sono. Per mettere l’ennesima pietra su questa strada infinita, su questo mio dialogo sempre più complicato con la vita e con la morte.

P.S.
Aggiunta qualche foto delle presentazioni di sabato a Lamezia Terme. Grazie a chi mi ha invitto e mi ha regalato questo splendido fine settimana, e a tutti quelli che si son sorbiti i miei deliri su vita e libri :)

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Dramma fritto al cinese

Vai al ristorante cinese. Hai avuto un’intervista, sono le 19.45 e sei a S. Giovanni, non ti conviene tornare a casa. Per cui hai deciso di mangiare fuori. Te e tuo marito avete un’insana passione per il cinese. Per cui…
Parti coi migliori propositi. Sarà una cena leggera. Non ci si sfonda. Oggi, innanzitutto, pesce. Poi, no fritti. No involtini primavera. Al massimo un pezzetto rubato al marito.
Ok, parti male, lo sai. Al cinese friggono anche le posate. Il cinese è un attentato al fegato. Il cinese lo digerisci due mesi dopo. Hai anche un cognato che una volta c’ha lasciato lo stomaco. Ma insisti.
Ti siedi. Menù. Il tuo occhio dribbla il malefico involtino primavera. Saranno meravigliosi ravioli al vapore. Sani e buoni. Poi…poi una bella zuppetta agropiccante, obviously. Zuppetta=poco olio=no fritto. Almeno credo. Poi…poi…dicevamo pesce. Vada per le seppie piccanti. Dopo avrai bisogno di un estintore, lo sai, ma il peperoncino ti piace. Ma le verdure in tutto ciò? Eccole qua, verdure alla piastra. Piastra a casa mia vuol dire grigliate, diciamo. Possibilità che i contenuti in grassi vegetali siano bassi.
Ordini col sorriso sulle labbra, che si incrina quando ti rendo conto che ridendo e scherzando hai ordinato quattro portate, quando avresti potuto fermarti ai ravioli al vapore. Ma hai una fame che non ci vedi.
Arrivano i ravioli. Ne buchi uno, e l’olio scorre giù. Dio, se me li chiami al vapore perchè dentro ci metti l’olio?
La zuppa agropiccante, almeno, non nasconde lardo occulto. La suggi col praticissimo cucchiaio di porcellana e dai fuoco a gola e naso, tanto che inizi a lacrimare quasi subito.
Le seppie sono diverse dall’ultima volta che le hai mangiate. Hanno solo peperoni e funghetti allucinogeni cinesi (o quel che sono). E una salsa densissima e unta, ovviamente. Realizzi che con tutti quei peperoni le verdure alla piastra erano completamente inutili. Però poi le vedi arrivare sfrigolanti sulla piastra, tutte piene di germogli di soia come piace a te, e passi sopra alla composizione del sughetto in cui navigano.
Due forchettate le devolvi al leggittimo consorte, il resto lo mangi tu con gran gusto.
Ah. Siamo alla fine. Vabbeh, e la frutta? La frutta ci vuole. Macedonia cinese. Dentro di te, una voce fastidiosa ti ricorda che è sciroppata. Taci, fellona!
Ti gusto le tue more, i tuoi occhi di drago, le nespolette e i tuoi adorati (e omonimi) lichis. Sei soddisfatta. Cazzo, hai mangiato a quattro palmenti, in effetti. Ma ancora ti congratulo con me stesso. Ahò, mica hai preso i carboidrati. E hai schivato gli involtini!
Poi, l’acqua nei bicchieri si increspa come in Jurassic Park. Parte una musica densa in suspense. Tipo lo zin zin zin dei violini in questo celebre pezzo dei Simpson. E la cameriera avanza. Al rallentatore. Tra le mani, l’orrore.
Si avvicina sorridente, il sorriso di Satana.
“Questi essele dolcetti jcbjsdnfuqrpfò(incomprensibile) omaggio casa”, e poggia il piatto sul tavolo.
Sono quattro, piccoli, e sono la cosa più fritta che tu abbia mai visto. A forma di ciambella, di una cosa a mezza via tra la pasta fillo e la pastasfoglia, ma comunque unta, untissima.
Non resisti. È omaggio casa. Dai un morso. No. Mio dio, no. Dentro c’è…o mio dio…dentro…non ci riesco…dentro…C’È LA NUTELLA!
E sei perduta. Te li mangio in modo che il cuore di nutella sia l’ultima cosa a finirti in bocca. Guardi cupida gli altri due giacenti nel piatto, allunghi le mani verso quello lasciato a metà da Giuliano, che ha avuto il coraggio di dire: “No, so’ troppo pieno, non mi va”.
“Io non lo farei…”
“Ma è piccolo…”
“Poi mi rompi le palle a non finire, se lo mangi”.
Li guardi con gli stessi occhi del Gatto con gli Stivali. Giuliano te li deve nascondere dietro il cappello, due bottiglie d’acqua e l’oliera. E non bastava. Quando si alza per andare in bagno lo guardi disperata.
“Ti prego, ti prego! Non mi lasciare sola con…LORO!!!!”
Ogni tanto, la sera, ancora ci pensi. Fritto. Nutella. Amore.

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Commentiamo insieme il telefilm del giorno: House 19×03

Purtroppo ho visto solo la seconda puntata. Ieri sera avevo un’intervista, poi mi sono fermata a cenare al cinese, quindi sono rientrata a casa alle 22.00. Se tutto va bene, dovrei riuscire a recuperare la 18, ma non è sicuro. Per cui, oggi vi parlo solo della 19.
Divertente, piacevole. Una bella ora della mia vita. Certo, vedere House e Cuddy che tubano e Cameron e Chase che hanno problemi di coppia mi fa male al fegato, ma occorre arrendersi all’evidenza: per fattori anagrafici, di plot e pure di presenza scenica, se House dovesse accoppiarsi starebbe meglio con Cuddy. Spando la mia lacrimuccia e vado avanti.
I duetti tra House e Wilson a questo giro sono stati fantastici, soprattutto il tormentone “ci sei andato a letto?” “sì” “davvero??!” “no”. Invece Cameron continua ad essere sospesa nel limbo del “non so esattamente cosa sto facendo, non so manco chi sono, attendo che gli autori si chiariscano le idee”. Gli piace Chase? Sì, no, forse. Ci vuole solo trombare? Sì, no, forse. Resto sempre più perplessa.
Per quel che riguarda il caso, intrigante, ma, a quanto sembra, un po’ poco plausibile.  Peccato, perchè tutta questa storia dei bimbi che crescono forzatamente era molto bella. Peccato che poi stamane, mentre passavo l’aspirapolvere, mi è venuto in mente che la puntata è vagamente moralistica. Riflettiamo. L’omino è vedovo da un anno, con due figli piccoli. I valzer li apre Cameron, accusandolo di violentare la figlia, e un giro lo fa anche Foreman, dicendogli che non sa badare ai pargoli. Poi, scopriamo che è stato lui a far ammalare i figli. Come? Osando trombare con un’altra donna. Eh sì. Il vedovo tradisce la sacra memoria della moglie andando a letto con un’altra, dico di più, con una donna più giovane di lui. Sommo sfregio, osa usare una cremina per aiutarsi nelle sue prestazioni sessuali. La punizione per il suo peccato è repentina e terribile: i figli rischiano di morire. Attenzione: lui non ha messo la crema in bella vista a casa vicino al tubetto della maionese, non l’ha lasciata accanto ai pastelli della figlia. È stato attento. L’ha tenuta fuori da casa. No, il suo peccato è solo ed esclusivamente l’adulterio verituale ai danni di una morta.
Direte che esagero. Non so. La Cuddy stessa rimarca la cosa chiacchierando con House mentre il padre di famiglia varca la porta dell’ospedale. Complessivamente ne ho tratto un’idea di fastidioso bigottismo. Quel povero cristo non aveva colpe, diciamocila verità. Stava facendo una cosa sacrosanta. Evidentemente gli autori non erano d’accordo.
Resto dispiaciuta per la puntata sull’aeroplano: si prospettava gustosa…

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L’illogica allegria

Che poi, alla fine, per farmi contenta non ci vuole tanto.
Il vestito elegante per una serata particolare. Lo sguardo che mi luccica mentre mi rimiro nello specchio del negozio e chiedo a Giuliano come sto.
Una tazza di thé bollente all’arancia, sorseggiato davanti a Totoro, che ti fa salire le lacrime agli occhi fin dalle prime note della sigla.
Una giornata bigia, senza sole, il cielo di un bianco compatto, l’aria fredda e secca. L’autunno nell’aria, l’odore del mosto lungo la strada per il lavoro, e di legna bagnata sotto casa.
Il calore casalingo dei termosifoni accesi per la prima volta, l’odore che spandono nell’aria.
Il pensiero della chitarra che verrà, e la voglia di suonare tre note tre col flauto.
L’attesa che Giuliano torni a casa, la sera, mentre io gli preparo l’amatriciana.
I miei maglioni, il mio cappello, i ponchos.
Oggi sono immotivatamente felice.

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Cose belle

Per una volta tanto, direte. Nessuna pippa esistenziale, nessuna lamentazione sul freddo o sul grasso. Una cosa bella. Punto.
Si tratta di questa

Martin loda Paolo Barbieri 

Innanzitutto, beh, lode stra-meritata. Non ho ancora avuto occasione di vedere il libro dal vivo (e temo che prima di venerdì sera non se ne parli) per cui giudico solo dall’immagine online, ma la copertina è splendida come al solito. Drago fantastico, ma soprattutto colori meravigliosi, e una generale atmosfera sognante, onirica, che mi fa impazzire.
E poi Paolo se lo merita in generale, per tutto il lavoro di questi anni. Non sto parlando solo delle mie copertine, ma di tutte le altre (qualche esempio: 1 e 2, per citarne solo due che mi piacciono particolarmente). E io sono contenta che il suo talento venga apprezzato. E ancor più sono contenta che si occupi lui delle mie copertine. Sono perfettamente consapevole di quanto del successo dei miei libri dipenda da lui.
Non mi resta che comprare l’oggetto e immergermi nella lettura…

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Amori contrastati

Questa è la storia di un amore contrastato. Forse non corrisposto. Non lo so.
È iniziato molti anni fa, non so neppure dire quanti. Si è cementato di certo dopo i diciotto, quando è venuto meno l’unico motivo che mi legava, seppur tenuamente, all’estate. Ma forse i prodromi di questo sentimento si mostrarono già quando ero bambina, e mi incantavo a guardare i temporali.
È stato un amore che ha resistito alle prove più dure. Lucca l’anno scorso, per dire, o i tre mesi a Monaco di Baviera. Poi però è arrivato il terzo incomodo, e le cose si sono andate complicando.
Sto parlando del mio viscerale amore per il freddo. Che non si sta incrinando, ma sta passando un brutto quarto d’ora di certo. Colpa del mio maledetto sistema di termoregolazione. Almeno, credo sia colpa sua.
Ora, le temperature si sono abbassate, questo è oggettivo. Ma qua a Roma siamo sui dieci gradi, e, francamente, ho visto di peggio in vita mia. Eppure sono attanagliata dal freddo. Dappertutto. Qualche esempio:
- ieri mattina, temperature esterna 8°: io, a letto col pigiama di flanella, sotto lenzuolo di raso, trapuntino, plaid scozzese + condizionatore fisso sui 23°
- ieri pomeriggio a casa dei miei, temperatura esterna 15° circa: io con felpa, maglietta di cotone, scialle di lana, copertina di pile
- stamattina, temperatura esterna 9°: io con maglia di cotone a maniche lunghe, maglione di lana, giacca di velluto.
C’è evidentemente qualcosa che non va. Nel mio attuale stato a Monaco non resisterei un’ora.
Forse è colpa dei 15 kg di grasso andati; del resto, le foche e i pinguini sono belli pingui, no? La mia dietologa diceva che era questione di calorie, aggiungendo un “letteralmente”.
Per parte mia, io non lo so. Spero solo di darmi una termoregolata in qualche modo. Me la godo, con questo clima, ma la gente inizia a guardarmi come se fossi pazza (più del solito, intendo).

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C’era una volta…

…una signora non più tanto giovane. Una nonna, ecco. Viveva in quel di Benevento, e si chiamava Felicia. Col matrimonio aveva acquisito il cognome Troisi. Nulla di strano. In Campania Troisi è un cognome molto diffuso. Per inciso, la nostra nonna non aveva parentele col più famoso Massimo, ma sto divagando.
Un giorno, a casa Troisi squilla il telefono. Felicina, come la chiamano tutti da parecchi anni, è un po’ là con gli anni, ve l’ho detto, per cui io me la immagino che lentamente procede verso il telefono dell’ingresso, o magari quello della camera da letto, se sta facendo le pulizie mattutine. La vedo camminare verso il mobile come se ce l’avessi davanti, come le ho visto fare molto volte in questi ventisette anni.
Alza la cornetta: “Pronto” (lei non ci mette il punto di domanda, il suo pronto è quasi affermativo).
Dall’altro lato del filo, risponde una voce di ragazzina.
“Salve, volevo parlare con la scrittrice Licia Troisi, le volevo fare i complimenti per i suoi libri”.
Felicina secondo me sorride, dopo un attimo di smarrimento.
“No, guarda, non sta qua, io sono la nonna. Però, se magari mi dici chi sei…”
Di là dal filo s’ode solo un insistito tu-tu-tu-tu.
La nostra Felicina attacca, ci pensa un po’, poi rialza e chiama il figlio a Roma.

A me questa cosa ha fatto sorridere. Che qualcuno ha trovato Felicia Troisi sull’elenco telefonico di Benevento e ha tentato la sorte. Non è la prima volta che capitano cose del genere, ma non era mai successo che chiamassero mia nonna.
Che dire. Che la mia mail in alto ce l’avete, ed è un mezzo un po’ più sicuro per mettersi in contatto con me :)

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Commentiamo insieme il telefilm del giorno: House 3×16 & 17

Commento subito subito perchè due episodi son troppi da ricordare per la mia memoria disastrata. Cominciamo col primo

E uno: Ah, il buon vecchio House. Un caso appassionante, lui in gran forma, un sacco di battute, una spruzzata di attualità e per non guastare anche una bella regia. Mi sono appassionata fin dalla scena iniziale, a dir poco geniale. Per certi versi la puntata riprendere alcune soluzioni del finale della seconda stagione, ma migliorandole. Stavolta l’equilibrio tra sogno e realtà è molto meno psichedelico e al contempo più intrigante. House e l’irrazionale. Ogni tanto anche i materialisti devono scendere a patti con la trascendenza della genialità.
Cameron apina tromberina mi risulta tra il patetico e l’incomprensibile: lo fa per House? Lo fa per Foreman? Un po’ e un po’. Di certo non lo fa per stessa: la sua è un’opera di autodistruzione. Mio malgrado, invece, House e la Cuddy sono fantastici. Abbiamo anche la conferma che in passato…secondo me anche in futuro. Mi pare che la serie abbia preso quella direzione. Puntata promossa a pieni voti.

E due: donna incinta, cominciamo male.  Invece sono riuscita a guardare il tutto senza troppa angoscia. Altra buona puntata, appartenente al sottofilone etico. Stavolta l’aborto. Nulla di nuovo sotto il sole, in verità, il tema è già stato trattato. Però la riproposizione è gustosa, tesa e appassionata. Bello vedere la Cuddy completamente fuori di testa, una specie di House al contrario. Laddove House, nella sua spregiudicatezza, compie atti poco etici solo per venire a capo della malattia fregandosene della viat del paziente, Cuddy invece fa cose discutibili per eccessivo coinvolgimento emotivo. Molto coerente col personaggio, molto bello. Io però l’avrei fatta finire male. È evidente che Cuddy sta sbagliando, e il successo finale sembra mettere il bollino di approvazione ad un atteggiamento che in verità andrebbe censurato.
Ovviamente, interessante il modo in cui la tematica del feto/bimbo viene trattata. Però…però certi colpi bassi potevano essere rispiarmiati. Premettendo che non so se un feto di ventuno settimane possa tirare una mano fuori dall’utero e stringere il dito ad un medico (un feto malato, per di più), quella scena lì la chiesa la potrebbe prendere per farne uno spot antiaborto. Ho sempre apprezzato l’equilibrio con cui il telefilm ha trattato temi etici di una certa importanza: non si è mai arrogato il diritto di fornire risposte, ha sempre presentato con grande onestà i vari punti di vista in gioco. Quella manina invece parla chiaro: House commetterebbe un omicidio a uccidere quel feto. Ecco, io non la farei così semplice. E lo dice una che a priori esclude l’aborto dalle scelte possibili nella propria vita (ma non mi pronuncio su chi abortisce e sono favorevole al diritto di abortire).
Comunque, bel caso, bella la storia delle foto, ma Cameron mi fa sempre più tristezza. Qualcosa è andato storto in fase di costruzione di questo personaggio, perchè ormai sta scappando di mano agli sceneggiatori. Spero la riacchiappino prima della fine della serie, perchè io le voglio ancora bene.
Per il resto, credo che questa settimana mi son riappacificata con House. Speriamo che la luna di miele continui.

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