Da ieri sono funestata dal raffreddore. Devo dire però che mi piego volentieri al naso gocciolante e alla gola in fiamme. Tutto sommato, è stato il prezzo da pagare per il mio primo assaggio d’inverno.
Come sapete, sabato e domenica sono stata a Varese. E lì faceva davvero, davvero freddo. A partire dalla sala in cui ho fatto la presentazione, gelida, tanto che mi tiravo le maniche nere sulle mani per cercare di evitare di congelarmele come mio solito, fino ad arrivare all’odore di muschio e pioggia della collina dove si trovava il mio albergo, tutto sapeva di autunno inoltrato. Alle 9.20 di domenica io e Giuliano ci siamo infilati per il rotto della cuffia su un treno anteguerra a dir poco bellissimo che ci avrebbe portato a Milano. Vecchi sedili di velluto rosso stinto e binari che correvano sul profilo delle colline, tra boschi umidi di guazza. Stracci di nebbia tirati come ragnatele tra un picco e l’altro, o a colmare come latte le valli tra una collina e l’altra. E il cielo grigio, compatto, come era quasi sempre a Monaco.
Me la sono davvero goduta, mentre il treno, per altro ghiacciato, scorreva sulle rotaie e disvelava dai finestrini quel panorama addormentato di una pianura oppressa da una cappa di nebbia.
E a Milano, poi, era veramente inverno. Ho stretto a coppa le mani sulla tazzina del caffè, al bar, per cercare di scaldarmele. La pioggia era fine e rada, e l’atmosfera inequivocabilmente invernale. E io stavo bene. Gelata fino all’osso, ma stavo bene. Come quella volta che a Monaco uscii sul balcone a mezze maniche con -13°. Il mio corpo funziona quando c’è nebbia e freddo, quando il sole non si vede e il cielo è bianco.
Però, al solito, c’è sempre il maledetto ritorno. E a Roma è primavera. Ieri avevo davvero caldo. Abbiamo sfiorato i 30°, a voler dar credito al mio Mac (e un Mac ha SEMPRE ragione
). Sì, l’aria la mattina è più fresca, e, sì, dormo con la coperta e il pigiama a maniche lunghe, ora. Ma è inequivocabilmente ancora mezza estate. E poi il sole. Il dannato sole dappertutto. Tutti i giorni mi saluta occhieggiando dal palazzo di fronte quando alzo la serranda, e io mi chiedo cosa cazzo abbia da ridere.
Mi domando se mi piace l’inverno perchè sono nata e vissuta sempre in questa dannata città del sole. Sempre bel tempo, una specie di condanna all’allegria. E sempre caldo, anche d’inverno. La morte delle stagioni.
A volte vorrei essere nata un grado di latitudine più su. Con ogni probabilità, sarei morta d’invidia per la calda e assolata Roma, patria di ogni delizia, la città del bel tempo eterno. Però, la storia non si fa coi se e coi ma, per cui posso illudermi che se avessi vissuto almeno per un pezzetto della mia vita là dove l’inverno è ancora una parola dotata di un qualche significato, sarei stata più contenta.