Già che ci siamo…
Io vorrei poter ricominciare a godere House come un tempo. Non lo so se sono cambiata io, se è cambiato il telefilm, ma ogni settimana parto con le migliori aspettative di questo mondo e alla fine di ogni puntata mi dico: “Sarà per la prossima settimana”.
Per carità, Hugh Laurie è sempre Hugh Laurie, la sceneggiatura non ci nega mai qualche scoppiettante battuta, ma i plot tendono pericolosamente ad annaspare. Innanzitutto, ci sono serie televisive cui il cambiamento della formula di base giova, e serie che invece hanno nella ripetitività degli schemi la loro forza. Per House vale la seconda.
Noi (io) vogliamo vedere Sherlock Holmes all’opera; noi vogliamo il caso, il dilemma e la risoluzione brillante e spregiudicata, il tutto con contorno di battute e Cuddy, e Wilson e i tre dell’avemaria. Poi in questo schema ci metti quel che vuoi. La riflessione sull’eutanasia, per dirne una, in quella che forse è stata l’ultima puntata veramente bella di questa terza stagione, la terza.
Invece no, occorre variare. Ed ecco che stavolta tutto ruota attorno ad House: è vero che sta morendo? Certo, alla terza stagione, senza un sintomo che sia uno e quando sappiamo perfettamente che in america stanno trasmettendo la quarta. Vabbeh. Sinceramente non mi interessavano le interazioni tra House e i suoi amici convinti che lui debba morire: le dinamiche tra House e gli altri sono state sviscerate in due miliardi e mezzo di modi diversi, sappiamo che ci tengono a lui, sappiamo che Cameron vorrebbe mettergli due metri di lingua in bocca (e infatti glieli mette), che per Chase è una specie di babbo, che Foreman gli assomiglia troppo per poterlo davvero stimare. Non ci interessa, semplicemente.
Il paziente passa sullo sfondo. Un personaggio senza infamia e senza lode, e il dilemma centrale della puntata (meglio la genialità a prezzo della normalità o la normalità a prezzo della genialità?) viene compresso in due minuti, toccanti quanto vuoi, ma due minuti.
C’è stato un tempo in cui quel che interessava erano i dilemmi morali ed etici che i pazienti ponevano. House doveva confrontarsi con un’umanità varia, ed era quello il bello. Adesso al massimo tocca il culo alla Cuddy o pomicia con Cameron.
E poi sinceramente le puntate sono diventate troppo ellittiche. Forse i miei neuroni non funzionano più come una volta, non lo so, ma fatico a seguire il filo logico degli episodi. Cos’è la Savant? Nessuno ce lo dice. Perchè con l’emisferectomia il tizio perderà il dono della musica? Boh. Anche i sintomi del paziente sono confusi. Gli trema una mano, pare che il problema sia questo. Poi, senza ragione, c’ha le convulsioni. Ma ce le aveva anche prima. Ma dai? Poi sta morendo. Come, sta morendo? Eh sì, mezzo cervello non funge.
Sono sempre più delusa. O ‘sta terza stagione si ripiglia, oppure mi sa che il mercoledì passo a fare altro.
Leggevo l’altro giorno questa notizia. Ovviamente, tutti i giornali si sono sperticati a dire che il premio Nobel è stato vinto da un italiano. Più o meno la stessa cosa accadde quando il Nobel lo prese Giacconi.
Vediamo un po’ le biografie.
Capecchi in Italia c’è nato, per poi andarsene via a nove anni. Giacconi quanto meno in Italia ha studiato. Si è laureato all’università di Milano, ma poi, come molti, se n’è andato.
Io l’ho visto una volta, Giacconi. Ho ascoltato una sua conferenza all’Accademia dei Lincei. Manca da così tanto dall’italia che parla con un evidente accento americano.
Voi mi direte: ma conta la nazionalità. No. Conta chi ti ha educato, al massimo, ma conta soprattutto chi ti ha dato i soldi per lavorare, chi ti ha cresciuto come ricercatore, conta l’istituto di ricerca in cui ti trovi e il gruppo con cui hai collaborato. È per questo che questi due Nobel non sono Italiani: sono americani in tutto e per tutto.
Il genio non ci manca, non ci è mai mancato. I ricercatori italiani all’estero sono sempre accolti a braccia aperte: escono dall’università che sanno lavorare, che hanno buone idee. Peccato che da noi non li voglia nessuno. E non si tratta solo di fondi. Certo, il problema principale sono i soldi che mancano, la triste consapevolezza che la bravura non basta, che puoi aver fatto un lavoro egregio, ma se non ci sono i soldi il tuo contratto non verrà rinnovato.
Il problema, comunque, dicevo, è anche la mentalità. In Italia il ricercatore è uno che butta dalla finestra i soldi pubblici. È uno che ha l’arroganza di voler anche essere pagato per quello che fa. E infatti finisce che lo pagano poco, perchè poco viene valutato il suo lavoro.
Però poi ci piace dire che abbiamo vinto il Nobel. Ci piace farci belli coi risultati altrui. Vogliamo il progresso e vogliamo primeggiare nelle scienze, ma a costo zero.
C’è poco da stare allegri. Ogni Nobel ad un italiano che ha lavorato all’estero è solo la constatazione del nostro fallimento: è genialità che avrebbe potuto dare frutti da noi, ma che abbiamo scientemente rifiutato.
P.S.
Stamane, autunno. Ed è stato bello affacciarsi dal parapetto dell’osservatorio e vedere che Roma era scomparsa sotto una cappa di nebbia. Non so quanto durerà. Io intanto me la godo.
