Vai al ristorante cinese. Hai avuto un’intervista, sono le 19.45 e sei a S. Giovanni, non ti conviene tornare a casa. Per cui hai deciso di mangiare fuori. Te e tuo marito avete un’insana passione per il cinese. Per cui…
Parti coi migliori propositi. Sarà una cena leggera. Non ci si sfonda. Oggi, innanzitutto, pesce. Poi, no fritti. No involtini primavera. Al massimo un pezzetto rubato al marito.
Ok, parti male, lo sai. Al cinese friggono anche le posate. Il cinese è un attentato al fegato. Il cinese lo digerisci due mesi dopo. Hai anche un cognato che una volta c’ha lasciato lo stomaco. Ma insisti.
Ti siedi. Menù. Il tuo occhio dribbla il malefico involtino primavera. Saranno meravigliosi ravioli al vapore. Sani e buoni. Poi…poi una bella zuppetta agropiccante, obviously. Zuppetta=poco olio=no fritto. Almeno credo. Poi…poi…dicevamo pesce. Vada per le seppie piccanti. Dopo avrai bisogno di un estintore, lo sai, ma il peperoncino ti piace. Ma le verdure in tutto ciò? Eccole qua, verdure alla piastra. Piastra a casa mia vuol dire grigliate, diciamo. Possibilità che i contenuti in grassi vegetali siano bassi.
Ordini col sorriso sulle labbra, che si incrina quando ti rendo conto che ridendo e scherzando hai ordinato quattro portate, quando avresti potuto fermarti ai ravioli al vapore. Ma hai una fame che non ci vedi.
Arrivano i ravioli. Ne buchi uno, e l’olio scorre giù. Dio, se me li chiami al vapore perchè dentro ci metti l’olio?
La zuppa agropiccante, almeno, non nasconde lardo occulto. La suggi col praticissimo cucchiaio di porcellana e dai fuoco a gola e naso, tanto che inizi a lacrimare quasi subito.
Le seppie sono diverse dall’ultima volta che le hai mangiate. Hanno solo peperoni e funghetti allucinogeni cinesi (o quel che sono). E una salsa densissima e unta, ovviamente. Realizzi che con tutti quei peperoni le verdure alla piastra erano completamente inutili. Però poi le vedi arrivare sfrigolanti sulla piastra, tutte piene di germogli di soia come piace a te, e passi sopra alla composizione del sughetto in cui navigano.
Due forchettate le devolvi al leggittimo consorte, il resto lo mangi tu con gran gusto.
Ah. Siamo alla fine. Vabbeh, e la frutta? La frutta ci vuole. Macedonia cinese. Dentro di te, una voce fastidiosa ti ricorda che è sciroppata. Taci, fellona!
Ti gusto le tue more, i tuoi occhi di drago, le nespolette e i tuoi adorati (e omonimi) lichis. Sei soddisfatta. Cazzo, hai mangiato a quattro palmenti, in effetti. Ma ancora ti congratulo con me stesso. Ahò, mica hai preso i carboidrati. E hai schivato gli involtini!
Poi, l’acqua nei bicchieri si increspa come in Jurassic Park. Parte una musica densa in suspense. Tipo lo zin zin zin dei violini in questo celebre pezzo dei Simpson. E la cameriera avanza. Al rallentatore. Tra le mani, l’orrore.
Si avvicina sorridente, il sorriso di Satana.
“Questi essele dolcetti jcbjsdnfuqrpfò(incomprensibile) omaggio casa”, e poggia il piatto sul tavolo.
Sono quattro, piccoli, e sono la cosa più fritta che tu abbia mai visto. A forma di ciambella, di una cosa a mezza via tra la pasta fillo e la pastasfoglia, ma comunque unta, untissima.
Non resisti. È omaggio casa. Dai un morso. No. Mio dio, no. Dentro c’è…o mio dio…dentro…non ci riesco…dentro…C’È LA NUTELLA!
E sei perduta. Te li mangio in modo che il cuore di nutella sia l’ultima cosa a finirti in bocca. Guardi cupida gli altri due giacenti nel piatto, allunghi le mani verso quello lasciato a metà da Giuliano, che ha avuto il coraggio di dire: “No, so’ troppo pieno, non mi va”.
“Io non lo farei…”
“Ma è piccolo…”
“Poi mi rompi le palle a non finire, se lo mangi”.
Li guardi con gli stessi occhi del Gatto con gli Stivali. Giuliano te li deve nascondere dietro il cappello, due bottiglie d’acqua e l’oliera. E non bastava. Quando si alza per andare in bagno lo guardi disperata.
“Ti prego, ti prego! Non mi lasciare sola con…LORO!!!!”
Ogni tanto, la sera, ancora ci pensi. Fritto. Nutella. Amore.