Ho deciso di imparare a suonare la chitarra. Farei meglio a dire A PROVARE a imparare a suonare. Il mio tempo libero giornaliero lo conoscete, ergo l’impresa sarà improba. Però penso valga la pena provare. È da quando ho tredici anni che vorrei imparare a suonare qualcosa (di serio, il flauto dritto non conta, anche se mi diverte). Ormai, la musica è un treno che è passato, e che non potrò riprendere mai più, ma non voglio diventare mica Narciso Yepes. Voglio strimpellare. E forse ce la posso fare.
Mel mi ha consigliato di darmi alla chitarra acustica. Ho iniziato a cercare su internet. Così, per farmi un’idea. Una chitarra mi stimola gli stessi pensieri di una spada. Avere una chitarra…avere una spada. Non so perché. Sono ovviamente cose diverse. Ma hanno un senso simile, nella mia confusissima testa.
Yamaha, Ibanez, Stagg. 12 e 6 corde. Ridotta, mancina. Abete, cedro, mogano. Non ci capisco niente, ovviamente. Non so neppure se questa storia finirà tra un mese, quando la chitarra ce l’avrò in mano e mi stancherà dopo due minuti. Ma la verità è che tutto sommato non ho quella volontà debole che credevo. Se mi impunto, poi forse ce la faccio. Coi chili in più è stato così. Certo, ormai è un anno che combatto per non riprenderli, e continuo a sentirmi grassa e via così, ma la vita è una battaglia, lo si scopre piuttosto presto.
Per cui, nulla. Mi crogiolo tra siti, contemplo oggetti dalle fogge e dai colori più svariati, e mi godo questa permanenza nel limbo del possibile, là dove tutte le vie mi sono ancora aperte. Poi vedremo che fine farà questa storia all’urto coi fatti.
Confesso di essermelo ricordato perché ne ho sentito parlare da Minoli alla TV. Però la data mi era nota. Perchè quasi dieci anni fa partivo per Cracovia. Era un periodo strano e confuso della mia vita, ma quello fu un viaggio che mi segnò. Credo che tutti quelli che vanno ad Auschwitz poi se lo ricordano.
Era un viaggio organizzato dal comune di Roma per il cinquantacinquenario della liquidazione del ghetto. Eravamo un centinaio di studenti di varie scuole superiori di Roma, tra cui anche i ragazzi della scuola ebraica, e i sedici superstiti del ghetto. Lo facemmo in questo periodo perchè fu il 16 ottobre che il ghetto di Roma venne liquidato. Cominciò alle 5.30 del mattino, e alle 14.00 era finita. 1024 ebrei catturati. E ne tornarono sedici. Neppure uno dei bambini che era partito tornò, e una sola donna sopravvisse.
Il nazismo, l’olocausto, sono stati l’avverarsi di un incubo. Uno dei pochi casi nella storia dell’umanità in cui le vittime erano ben al di là dal riuscire ad immaginare ciò che sarebbe loro capitato. Le voci che giravano sui campi di concentramento, per quanto gonfiate dalla paura, sottovalutavano drasticamente la realtà del lager. Perchè semplicemente non si riusciva a credere (e non ci si riesce neppure oggi, purtroppo) che certe cose potessero succedere davvero.
La logica fredda dello sterminio finisce per sposarsi con l’assoluta casualità del fato. Da un lato la scienza con cui il lager e lo sterminio erano organizzati, la freddezza della burocrazia che portava gli ebrei ai forni. Dall’altra l’insensatezza del destino che colpiva tutti senza fare alcuna distinzione. Non contava se eri ricco o povero, se eri una carogna o un santo, e non c’era nulla che potessi fare per redimerti. Eri nato sotto la stella sbagliata, e il solo fatto di essere venuto al mondo in una famiglia piuttosto che in un’altra ti aveva segnato l’esistenza.
La Shoà è un unicum nella storia dell’uomo, ma un unicum che dovrebbe insegnarci qualcosa. Il pericolo non è solo l’antisemitismo, che pure ancora esiste, ove strisciante, ove palese, ma il razzismo, la xenofobia in qualsiasi forma. Perchè quando improvvisamente per noi l’altro cessa di essere una persona, quando il luogo della sua nascita, il colore della sua pelle, il credo che professa finiscono per nascondere ai nostri occhi la sua umanità, ci avviciniamo pericolosamente al baratro di quel 16 ottobre di sessantaquattro anni fa. E di recente questo succede sempre più spesso, per altro senza più quella riprovazione che un tempo circondava certi comportamenti. Per questo occorre ricordare: per vigilare.
Stamattina ho davvero freddo, e questo è bene. Il Mac dice 13°. Speriamo duri. A breve accenderò i termosifoni, casa mia si riempirà di nuovo omini della polvere, ma inizierò il breve inverno di queste latitudini, e voglio godermelo, devo godermelo.
Oggi sono un po’ premasticata, per usare un’azzeccata definizione di un mio collega. Ieri è stata una giornata bella, ma parecchio intesa. C’è stato il terzo raduno di Lands & Dragons. Spero che lo sappiate già, ma repetita iuvant, per cui vi informo che Lands & Dragons è il forum ufficiale di questo sito. Ogni tanto buttateci un occhio, è pieno di roba interessante.
La prima volta ci vedemmo in quel di Napoli, e su a Posillipo venimmo sorpresi da una tempesta come poche ne ricordo. La seconda volta ci vedemmo a Roma, e ci dovemmo andare a riparare nella Galleria Alberto Sordi per evitare di scioglierci con la pioggia. Stavolta, in quel di Bologna, sole. Miracolo. Freddo, per fortuna, foglie secche a terra e sugli alberi, ma sole, un bel sole autunnale che ti scaldava quel tanto che basta.
Credo siamo stati bene. Almeno, io sono stata bene, ovviamente prima che, verso le 14.00, iniziassi a spegnermi lentamente come una pila. La pompa non mi regge più, un tempo potevo farmi una giornata intera per via e andare a scuola il giorno dopo felice e contenta. Adesso non più. O meglio, lo faccio, ma poi finisco a dormire su tutta la tratta Bologna Firenze.
Comunque. Tante foto, ovviamente non con la mia macchinetta (vi prego, voi del forum, mettetele presto così ve le frego e le metto sul flickr
), molte risate, persino un quiz ideato dalla perfida mente di Erika, con in palio l’edizione tedesca del Talismano del Potere.
Ho l’impressione di avere lettori migliori di quanto mi meriti. Molto indulgenti con me, soprattutto, e io sono una con un grosso bisogno di indulgenza…E ce ne vorrà tanta a Lucca, quando rivedrò molte delle persone di ieri, e sarò vestita da dama medievale, forse persino con le orecchie da elfo 
Insomma, grazie a tutti quelli che c’erano ieri. Non resta che darci appuntamento al quarto raduno
P.S.
Messa su qualche foto…
Ho preso una decisione storica circa il mio essere casalinga. Basta subire la mia casa, i suoi omini di polvere, il suo casino e le briciole a terra. Una casa è come una persona: ti dà qualcosa se ti prendi cura di lei. E io non me ne prendo cura. Devo prenderne possesso sudandoci sopra, devo lottare per avere il mio spazio di ordine e pulizia la sera. Così ho deciso che passerò l’aspirapolvere tutte le mattine. Sono 15 minuti a dir tanto. Probabilmente non mi accorgerò neppure di averlo fatto. Il pavimento avrà lo stesso colore di sempre, e non sarà certo così poco a togliere lo zaino dalla posizione prona a terra. Ma mi sembrerà tutto più pulito e profumato, e soprattutto mi sembrerà di avere in mano le redini della mia esistenza.
L’ho fatto ieri mattina e l’ho fatto stamattina. Mi ha fatto stare meglio. Invece di vagare su internet per venti minuti, aspettando che Giuliano esca dal bagno, passo l’aspirapolvere.
Non so perchè mi abbia dato una briciola di buonumore. È che non mi sono sentita incapace e inutile come sempre. Non ho pensato che sono una dannata sfaticata che vive nel casino, esistenziale e fisico. Così come cerco di prendermi cura del mio corpo, evitando di esplodere di nuovo e ritornare la vacca che ero, così curerò l’estensione di me stessa qua a Roma. Una casa diventa un posto da amare solo quando fatichi per viverci dentro. Spero solo non mi passi la voglia troppo presto, ma il fatto che mi faccia piacere farlo mi rende ottimista.
Accenno finale ad una cosa interessante. Credo che la widget di LastFm, lì in fondo a destra, ancora non lo dica, ma ieri mi sono sentita l’ultimo disco dei Radiohead, In Rainbows. L’ho comprato ieri mattina, due minuti davanti al Mac ed era mio. Perchè In Rainbows si compra online. Lo puoi scaricare da questo sito, pagando quanto vuoi. Avete capito bene. Decidete voi quanto pagare. Se poi siete fissati come me coi Muse, potete spendere 40 sterline per un’edizione super-delux, con cofantetto, booklet e tanto altro. Ma se dei Radiohead avete sentito due dischi, come me, e li trovate pregevoli, stabilite quanto vale per voi la loro musica e prendete le 12 tracce nude e crude dal sito, senza cover del disco né altro.
Trovo sia una grande idea. Altro che DRM, multe milionarie e caccia alle streghe. L’unico modo per contrastare la pirateria è questo: essere onesti, e venire incontro ai propri ascoltatori. Ho offerto 4 sterline; mi piacerebbe poter spendere sempre sui dieci euro per la musica che amo. Le ho offerte perchè quest’iniziativa mi piace, perchè la musica dei Radiohead non è male, perchè quando uno è onesto e crede nella tua di onestà occorre rispondere.
Il disco l’ho ascoltato una volta sola, ma un paio di volte ho alzato gli occhi dallo schermo per assaporare meglio la musica. In ogni caso, credo che sia un’iniziativa che vada supportata. Ora sta a voi.
Suppongo l’abbiate già notata in giro per il sito, ma pare che esista òa versione definitiva della copertina de Un Nuovo Regno. In ogni caso, ve la incollo qua sotto nel pieno della sua risoluzione.
Credo sia la mia preferita tra tutte, batte anche La Setta…Voi che ne pensate?

Già che ci siamo…
Io vorrei poter ricominciare a godere House come un tempo. Non lo so se sono cambiata io, se è cambiato il telefilm, ma ogni settimana parto con le migliori aspettative di questo mondo e alla fine di ogni puntata mi dico: “Sarà per la prossima settimana”.
Per carità, Hugh Laurie è sempre Hugh Laurie, la sceneggiatura non ci nega mai qualche scoppiettante battuta, ma i plot tendono pericolosamente ad annaspare. Innanzitutto, ci sono serie televisive cui il cambiamento della formula di base giova, e serie che invece hanno nella ripetitività degli schemi la loro forza. Per House vale la seconda.
Noi (io) vogliamo vedere Sherlock Holmes all’opera; noi vogliamo il caso, il dilemma e la risoluzione brillante e spregiudicata, il tutto con contorno di battute e Cuddy, e Wilson e i tre dell’avemaria. Poi in questo schema ci metti quel che vuoi. La riflessione sull’eutanasia, per dirne una, in quella che forse è stata l’ultima puntata veramente bella di questa terza stagione, la terza.
Invece no, occorre variare. Ed ecco che stavolta tutto ruota attorno ad House: è vero che sta morendo? Certo, alla terza stagione, senza un sintomo che sia uno e quando sappiamo perfettamente che in america stanno trasmettendo la quarta. Vabbeh. Sinceramente non mi interessavano le interazioni tra House e i suoi amici convinti che lui debba morire: le dinamiche tra House e gli altri sono state sviscerate in due miliardi e mezzo di modi diversi, sappiamo che ci tengono a lui, sappiamo che Cameron vorrebbe mettergli due metri di lingua in bocca (e infatti glieli mette), che per Chase è una specie di babbo, che Foreman gli assomiglia troppo per poterlo davvero stimare. Non ci interessa, semplicemente.
Il paziente passa sullo sfondo. Un personaggio senza infamia e senza lode, e il dilemma centrale della puntata (meglio la genialità a prezzo della normalità o la normalità a prezzo della genialità?) viene compresso in due minuti, toccanti quanto vuoi, ma due minuti.
C’è stato un tempo in cui quel che interessava erano i dilemmi morali ed etici che i pazienti ponevano. House doveva confrontarsi con un’umanità varia, ed era quello il bello. Adesso al massimo tocca il culo alla Cuddy o pomicia con Cameron.
E poi sinceramente le puntate sono diventate troppo ellittiche. Forse i miei neuroni non funzionano più come una volta, non lo so, ma fatico a seguire il filo logico degli episodi. Cos’è la Savant? Nessuno ce lo dice. Perchè con l’emisferectomia il tizio perderà il dono della musica? Boh. Anche i sintomi del paziente sono confusi. Gli trema una mano, pare che il problema sia questo. Poi, senza ragione, c’ha le convulsioni. Ma ce le aveva anche prima. Ma dai? Poi sta morendo. Come, sta morendo? Eh sì, mezzo cervello non funge.
Sono sempre più delusa. O ‘sta terza stagione si ripiglia, oppure mi sa che il mercoledì passo a fare altro.
Leggevo l’altro giorno questa notizia. Ovviamente, tutti i giornali si sono sperticati a dire che il premio Nobel è stato vinto da un italiano. Più o meno la stessa cosa accadde quando il Nobel lo prese Giacconi.
Vediamo un po’ le biografie.
Capecchi in Italia c’è nato, per poi andarsene via a nove anni. Giacconi quanto meno in Italia ha studiato. Si è laureato all’università di Milano, ma poi, come molti, se n’è andato.
Io l’ho visto una volta, Giacconi. Ho ascoltato una sua conferenza all’Accademia dei Lincei. Manca da così tanto dall’italia che parla con un evidente accento americano.
Voi mi direte: ma conta la nazionalità. No. Conta chi ti ha educato, al massimo, ma conta soprattutto chi ti ha dato i soldi per lavorare, chi ti ha cresciuto come ricercatore, conta l’istituto di ricerca in cui ti trovi e il gruppo con cui hai collaborato. È per questo che questi due Nobel non sono Italiani: sono americani in tutto e per tutto.
Il genio non ci manca, non ci è mai mancato. I ricercatori italiani all’estero sono sempre accolti a braccia aperte: escono dall’università che sanno lavorare, che hanno buone idee. Peccato che da noi non li voglia nessuno. E non si tratta solo di fondi. Certo, il problema principale sono i soldi che mancano, la triste consapevolezza che la bravura non basta, che puoi aver fatto un lavoro egregio, ma se non ci sono i soldi il tuo contratto non verrà rinnovato.
Il problema, comunque, dicevo, è anche la mentalità. In Italia il ricercatore è uno che butta dalla finestra i soldi pubblici. È uno che ha l’arroganza di voler anche essere pagato per quello che fa. E infatti finisce che lo pagano poco, perchè poco viene valutato il suo lavoro.
Però poi ci piace dire che abbiamo vinto il Nobel. Ci piace farci belli coi risultati altrui. Vogliamo il progresso e vogliamo primeggiare nelle scienze, ma a costo zero.
C’è poco da stare allegri. Ogni Nobel ad un italiano che ha lavorato all’estero è solo la constatazione del nostro fallimento: è genialità che avrebbe potuto dare frutti da noi, ma che abbiamo scientemente rifiutato.
P.S.
Stamane, autunno. Ed è stato bello affacciarsi dal parapetto dell’osservatorio e vedere che Roma era scomparsa sotto una cappa di nebbia. Non so quanto durerà. Io intanto me la godo.

Innanzitutto, vi segnalo l’uscita dell’intervista che Wings of Magic ha fatto a me, Michele Giannone e Francesco Falconi. La trovate qua. Lunghetta, ma secondo me divertente.
Detto questo, ieri ho visto House. Forse mi sto disaffezionando. Forse il fatto che di recente ho avuto contatti diretti con medici ed ospedali intacca il mio godimento della serie. Fatto sta che le puntate mi sembrano sempre più raffazzonate. Ammetto ad esempio che ieri sera ho capito poco. Forse mi sono sfuggiti particolari importanti. Tipo: con che scusa House trattiene Hanna? Perchè nessuno le dice nulla sulle condizioni della madre, quando è evidente che è peggio tenerla all’oscuro di tutto? Perchè all’improvviso Hanna riesce a piangere? Perchè sente il mal di testa?
Ho trovato poi francamente ridicola la storia di House che vuole fregarle il nervo per non provare dolore. O meglio, il tema del confronto tra una persona che soffre di dolore cronico e una che invece è condannata a non provare dolore poteva essere interessante, molto. Invece viene trattato molto di striscio. A parte lo “scippo del nervo” non ci sono altre cose che ci facciano intuire che House in verità voglia solo riuscire a non sentire più dolore. Ah, dimenticavo Grilloparlante Wilson, che al solito non può fare un passo senza psicanalizzare House.
Per il resto, un paio di battute davvero godibili, ottimi i siparietti House/Cuddy, pericolosamente avviati lungo la china.
Potrei ora parlar male di Foreman, l’uomo che “per amarsi occorre vedersi mentre ci si lava i denti tutta la mattina” che dall’alto della sua profonda storia d’amore viene a giudicare Cameron, che tanto ormai ha un’etichetta in fronte con su scritto “Salve, sono la crocerossina persa, sparate pure che non costa niente”. Peggio ancora Cameron che decide di appoliparsi al povero Chase solo per mostrare a Foreman che lei è una donna coi coglioni. Mah. Comunque, non mi dilungo; qui si entra nei meri gusti personali, non su un giudizio un filo più oggettivo sulla puntata.
Ci si rivede mercoledì, poi spero che si torni ad un solo House settimanale, o rischio di andare in overdose.
Sarò sincera: ieri non avevo molta voglia. Di fare la presentazione. Ma non aveva nulla a che fare con voi. Non avevo voglia neppure di uscire di casa, se è per questo. Non era tanto il fare la presentazione in sé che mi pesava. Era farmi vedere in giro. Uscire dal guscio di casa mia. Poi, vedere in giro per il Romics tutta quella gente in cosplay, mentre io andavo in giro coi miei tristi legging neri e il mio vestito grigio non mi aiutava. Ho una nostalgia sconfinata per il cosplay.
Poi però succede che incontri persone che conosci, magari solo telematicamente, e Francesco ha la sua solita parlata che ti cattura. Poi ci sono quelli coi libri in mano, e un tuo personaggio che ti viene incontro sorridendo timido. La verve che non avevi te la danno loro, e per un’ora decidi che puoi anche abiurare alla regola del pendolo. E sei contenta di essere uscita, di essere venuta a parlare.
Romics è stata una bella sorpresa. Tanta gente, molta allegria, e un bella chiacchierata. Ho anche autografato la cosa più strana: il libro in mano a Destino in questa foto.
A breve su Wings of Magic dovrebbe uscire un’intervista che io, Francesco e Michele Giannone abbiamo fatto ieri sera. Appena esce ve la segnalo. Foto per ora ne ho pochine; non avevo con me la macchina fotografica, e mi sono appoggiata a quelle degli altri. Per cui, o voi che ieri vi siete fatti foto con me, non scherzavo, mandatemele così le condividiamo con l’universo mondo. Per ora, comunque, dovete accontentarvi del mio ultimo, sfavillante acquisto (non è fantastico? Forse è il drago più bello che ho) e di una foto con Seferdi, imp.bianco e Mechanikwings.
Grazie a tutti per ieri!
P.S.
Uploadate un po’ di foto. Grazie mille a tutti quelli che me le stanno mandando!
La vita licesca è come un pendolo che oscilla incessantemente fra stanchezza e incazzatura