• ita
  • eng
Official site
12
novembre 2007

Non conosco bene tutte le problematiche connesse al tifo violento. Così, su due piedi, dico che gli ultrà che sfasciano gli stadi ogni domenica sono degli imbecilli e dei criminali. Ma non so perchè questo problema nessuno lo voglia davvero risolvere, qual’è il reale ruolo giocato dalle società, quali interessi ci siano sotto. Vedo solo la solita storia: che c’è gente che prende il calcio a pretesto per sforgarsi. Ha bisogno di menare, punto. Di combinare quel casino assolutamente ingiustificabile che è scoppiato ieri sera nella mia città, a 20 km da casa mia. E che quel pretesto lo chiama calcio. Stop.
Tanto per dire che il problema è tristemente vecchio come il mondo, ricordo che a Pompei, in epoca romana, successe un casino tra due tifoserie opposte di gladiatori. E per dimostrare che è solo mera voglia di spaccare tutto, basta ragionare sul fatto che a Bergamo ci sono state violenze perchè volevano che la partita venisse fermata, a Roma hanno devastato tutto anche se la partita era stata fermata.
È che serve il nemico, un nemico qualunque. Che sia il tifoso laziale o la polizia non conta. Conta il desiderio di menare le mani, di distruggere tutto. Ed è una cosa che in una società civile non dovrebbe trovare posto. Ma che quella italiana sia una società civile non è affatto una cosa certa.

In tutto questo, si inserisce quel che è accaduto ieri ad Arezzo, e che i simpatici facinorosi di ieri hanno preso a pretesto per fare quello che fanno sempre. E quel che è successo ieri in realtà col calcio c’entra poco. Peccato che i tifosi questo non lo capiscano. Più si appropriano di quella morte, più la ricoprono sotto strati di devastazione urbana e mero vandalismo, più la vuotano del suo senso più profondo, un senso inquietante, sul quale sarebbe il caso di interrogarsi seriamente tutti.
Mi attengo alla dichiarazione del poliziotto e all’attuale ricostruzione dei fatti.
È normale che per sedare una rissa un poliziotto spari dall’altro lato di un’autostrada? È normale che corra con in mano una pistola senza sicura?
Io capisco certamente l’errore umano. La nostra storia è costellata da tragedie dovute all’errore umano. Io capisco la situazione in cui adesso quel poliziotto si trova. Però capisco molto meno certe dichiarazioni di ieri, e un certo generale andazzo che mi sembra di intravedere nei sistemi che lo stato usa per gestire le forze dell’ordine.
Innanzitutto, in giro, in tv, in radio, era tutto un fiorire di “si parte dal presupposto che la colpa è dei tifosi, e non certo delle forze dell’ordine”, dimenticando che i poliziotti sono uomini, e come uomini possono sbagliare, o possono addirittura essere farabutti e criminali. Alcuni, ovviamente, mica tutti. Però partire dal presupposto che le forze dell’ordine sono sempre nel giusto non è molto diverso dal partire dal presupposto che tutti quelli che vanno allo stadio lo fanno solo per menare le mani.
Ieri sera l’agente protagonista della sparatoria non era indagato; è stato sentito come persona informata dei fatti. Vabbeh. Indagato non vuol dire colpevole, indagato vuol dire che c’è un’indagine, che si sta cercando la verità. C’è un morto spèarato, c’è una persona che sicuramente ha sparato, sarebbe doveroso metterla sotto indagine, per capire.
La conferenza stampa dopo il fatto è stata giudicata dal sindacato dei giornalisti “inaccettabile”. No domande, ricostruzioni dei fatti raffazzonate e che non stanno in piedi, imbarazzo generale.
Io capisco perfettamente l’importanza delle forze dell’ordine in una democrazia. Sono indispensabili, su questo non ci piove. Ed è per questo che gli errori dovrebbero essere ammessi, le mele marce estromesse, e la chiarezza dovrebbe farla da padrona.  Rigettare i comportamenti sbagliati, censurare anche i tragici errori non indebolisce il sistema, lo rafforza. Ma coprire le colpe, far vincere sempre il senso di appartenenza al corpo piuttosto che la giustizia, agire come se non si potesse mai essere messi in discussione, questo davvero indebolisce le istituzioni, fa perdere loro credibilità.
Probabilmente questo discorso è prematuro. Vedremo come evolverà l’indagine, se tireranno fuori fantomatiche pietre che deviano colpi di pistola, o se ammetteranno che c’è stato un errore.
Però ci sono casi per i quali ancora stiamo cercando un verità degna di questo nome, e soprattutto una giustizia che rimetta a posto le cose. Parlo del G8, parlo di Federico Aldrovandi.
quis custodiet ipsos custodes? si chiedeva Giovenale nella VI Satira, in un contesto assai meno drammatico del nostro. La domanda, però, ha sempre una scottante attualità.

Licia Troisi© - Webdesign by Lauryn©