Finalmente ho (più o meno) ripreso i sensi e posso mettermi a raccontarvi perchè stamattina ero a Linate. È che ieri sono salita a Milano. No, nessuna presentazione. Sono salita per i festeggiamenti per i cento anni della Mondadori. Trattavasi di un concerto alla Scala con cena annessa. Considerando che la classica è stata a lungo una mia passione (non del tutto sopita, per altro, come dimostra questo), che La Scala da questo punto di vista è il top, e che avevo curiosità di far l’infiltrata in un evento mondano, sono andata. Un viaggio abbastanza massacrante, visto che sono atterrata a Milano alle 17.00, che alle 19.30 c’era il concerto, e che stamane son venuta via alle 10.30, ma tanto ormai la mia vita è tutta così, vano lamentarsi. Mi son dotata di vestito elegante e sono andata.
Il primo problema che mi ha assalita mentre io e Giuliano ci preparavamo era l’abbigliamento. Saremo troppo informali? Della Scala tutto sommato so solo che quasi ogni anno alla prima c’è qualcuno che tira pomodori addosso alle tizie in pelliccia, per cui il nome mi evoca immagini di donne dell’alta società un po’ attempate vestite con lugnhi vestiti di raso e che tirano da sigarette infilate in lunghi bocchini.
Non che le cose siano migliorate quando siamo arrivati nei dintorni, visto che davanti a noi da un taxi è scesa una tipa con un abito lungo rosso che le lasciava scoperta tutta la schiena (a 6° per altro, ma le donne dell’alta borghesia milanese sono geneticamente modificate per sopportare i rigori dell’inverno mezze nude?). Il vero dramma comunque era l’ipotesi smoking. “Saranno tutti in smoking” mi avevano detto. Giuliano s’è vestito in giacca e cravatta due volte in vita sua, e una era per il matrimonio. A parte che non so neppure dove si raccatti uno smoking, non che avessimo gran voglia di prenderne uno solo per una sera. L’apparire dei primi farfallini neri ha innalzato il grado di panico.
Insomma, siamo entrati e ci siamo ritrovati in questo foyer pieno di gente vestita in nero (gli uomini) e donne in abito lungo. Giuliano aveva un vestito blu e il mio vestito arrivava al ginocchio. Olè. La visione di un paio di cravatte nella folla mi ha un po’ rincuorata, tipo miraggio di oasi nel deserto, e soprattutto è stato un piacere inquadrare una faccia conosciuta nel bailamme di gente a me del tutto ignota.
La Scala. La Scala ovviamente fa impressione più per quel che rappresenta, che per quel che davvero è. Il tempio della lirica, ci vai a sentire Verdi e hai la straniante certezza che Verdi in persona ha calcato quelle stessa tavole un secolo prima, è il centro della vita mondana di Milano… Come tutti i luoghi densi in simboli, finisce sempre per deludere un pochino. Tutto sommato, a parte le maschere, o come le chiamano, con tanto di medaglione di bronzo al collo, non è poi molto diverso dall’Argentina, che in gioventù frequentavo parecchio. Però sai chi è passato per quelle mura, chi ha cantato su quel palco, e allora ti affacci alla balconata e ti sembra di far parte della storia.
Il concerto constava di due parti, due atti dall’Otello e dal Simon Boccanegra di Verdi. Io non amo particolarmente la lirica. Adoro i brani coristici, ma la lirica tutto sommato mi annoia. Verdi però è potente, brioso, guizzante, almeno per quel che può giudicarne il mio ignorantissimo orecchio musicale. Per questo ho seguito le due ore di concerto con grande attenzione. Però non aspettatevi da me un giudizio chiaro. La rigida gerarchia che (credo) ha guidato l’assegnazione dei posti nel teatro mi ha affibiato un palco laterale destro al quarto piano, per di più in seconda fila. Significa che io e Giuliano stavamo poco meno che in piccionaia appollaiati su due elegantissimi e scomodissimi sgabelloni rossi. Sforzandomi un pochino riuscivo a vedere l’arpista e mezzo corpo del soprano. Sentivo chiaramente la musica arrestarsi alla balaustra del palco. L’orchestra era lì sotto, ci dava dentro, ma a me arrivava tutto ovattato. Per cui, niente, l’orchestra mi è sembrata fin troppo misurata, il soprano un po’ incolore. Magari fossi in stata in platea adesso sarei lì ancora a spellarmi le mani dagli applausi.
Fine concerto, inizio seconda parte della serata. Aperitivo in Galleria. Tappeto rosso a terra, vip in gran spolvero e ali esigue di curiosi che osserva il passaggio dei pezzi grossi, tra cordoni di poliziotti che separano gli invitati dai semplici astanti. Leggi: passerella umiliante. Sono abituata a parlare in pubblico, e quindi di conseguenza ad essere guardata dalla gente, ma sfilare su un tappeto rosso mentre la gente commenta la mise dell’attore di turno non è proprio la stessa cosa, e mette infinitamente più in imbarazzo.
Nella Galleria ho bevuto mezzo bicchiere di rosso, più che altro per cercare di non morire assiderata, e ho sgranocchiato una cosa di una bontà unica: fette di ananas e arancia secche. Vi assicuro che sono una cosa fantastica. Sulle pareti della Galleria sfilavano immagini da questi cento anni Mondadori: copertine di libri, donne in minigonna, partite memorabili della nazionale. Sotto, colonne sonore di Morricone. Figo, devo dire. Bellissima idea. Però quello proiettato era un ’900 tutto sommato sereno. Nessuna traccia delle due guerre che hanno devastato il mondo, delle aspre lotte sociali, delle tragedie che hanno segnato anche l’Italia. Per carità, probabilmente era anche voluto e giusto. Eravamo lì a celebrare l’anniversario di una casa editrice, non a martellarci i maroni con la consapevolezza di quanto cogliona sia la razza umana. Però, non so…
Vabbeh, poi abbiamo fatto una nuova passerella sempre più angosciante, e in massa dalla Galleria ci siamo mossi verso il Palazzo Reale, di cui io, nella mia ignoranza abissale, ignoravo persino l’esistenza. Lì abbiamo cenato. È un posto figo. Mi ricorda un pochino Palazzo Venezia, ma meno lugubre. Io e Giuliano ci siamo infognati nella Sala delle Cariatidi, un salone immenso con le pareti decorate con cariatidi (appunto) mezze distrutte. Un posto crepuscolare e malinconico, di una bellezza sbattuta e arcana. Ideale per profonde riflessioni sulla caducità dell’esistenza, sui bei fasti dei tempi andati, e où son les neiges d’antan e roba così. Peccato che tra flash di fotografi, donne in abito lungo e camerieri che sfrecciavano ovunque, non è che l’atmosfera favorisse la riflessione pensosa.
Da bravi timidi, io e Giuliano ci siamo infilati nell’angolo più nascosto della sala, e abbiamo passato i primi trenta minuti della cena a placcare uno dei miei capi in Mondadori, che avevo piacere a vedere con un po’ di calma e che s’era persa in una sala posizionata ovviamente dall’altro lato del palazzo. Quando ci siamo ritrovate, mi sono attaccata a lei tipo cozza. Innanzitutto perchè era un po’ che non ci vedevamo, e mi faceva piacere parlarle, in seconda battuta perchè s’è parlato anche di lavoro, e infine perchè lì in sala conoscevo lei e altre quattro persone, e due sono certa che non si ricordassero di me.
La cena. Le cene della Mondadori sono quegli eventi in cui mangi cose ottime, ma in versione mignon. Non è un male. In teoria hai l’impressione di mangiar poco. In pratica, con la scusa che son tutti piattini e ciotoline, alla fine ti sei sfondato come se avessi mangiato due etti di amatriciana, un abbacchio alla scottadito e la torta della nonna.
Menzione d’onore per i dolci (la torta barozzi è una cosa da sturbo), ma anche i ravioloni al pecorino di fossa avevano il loro perchè. Poi, i fagioli saranno poco eleganti, ma sono di una bontà unica.
Finita la cena, è stato più o meno un fuggi fuggi. Non so se tutti si siano andati a nascondere in qualche locale o cosa, ma alle 00:30 la sala era mezza vuota. Io e Giuliano semplicemente siamo tornati in albergo. No vita mondana per noi.
Stamattina, sveglia alle 8.00. Il mio cervello ci ha messo dieci minuti ad elaborare l’input e a capire che ero a Milano, che mi dovevo muovere perchè l’aereo partiva da lì a due ore, e che no, non dovevo scattare a far colazione in cucina. Per usare l’efficace metafora di un collega ad un congresso, mi sentivo premasticata. È che non ho più il fisico. Quasi ventisette anni, due lavori, date di consegna sempre sul filo del rasoio. Tipo, ho una consegna per il 30 novembre, in teoria, invece di star qui a cazzeggiare e a raccontarvi questa mia serata mondana avrei dovuto finire di scrivere il libro cui sto lavorando ora, e comunque c’è sempre l’astrofisica che incombe. Non so quanto durerò a questi ritmi. Ormai anche le serate di svago rientrano negli obblighi lavorativi.
E adesso vado dal medico, che ho anch avuto la bella idea di ammalarmi, nel frattempo. Au revoir, bella gente.