Archivi del mese: novembre 2007

memorie bianchinesche

Non sono una donna del tutto perduta. Suonare Bianchina non mi fa venire in mente Matt Bellamy che suona Unintended a Verona lo scorso luglio. Piuttosto, mi fa tornare in mente in tempi delle superiori.
È che l’universo mondo sa che a sedici anni c’è una sola ragione per la quale si inizia a suonare la chitarra: rimorchiare. Non so esattamente quale percorso mentale faccia sì che alle ragazzine di quell’età piaccia il figo chitarra-munito. Sarà l’aria da artista maledetto, o i nascenti pensieri osceni sui molteplici usi di mani bene allenate, ma il ragazzo con la chitarra tende sempre ad acchiappare più di quello privo.
Anche Giuliano all’epoca fece un tentativo, per arrendersi quando si accorse che il gioco non valeva la candela: 100 pagine di esercizi pallosi prima di approdare ad un accordo scemo. No, meglio piuttosto provarci con la nanetta cicciotta dell’università, quella che cammina sempre gobba. Col senno di poi, a quanto pare fece la scelta giusta.
Anyway. Io a quindici anni non facevo eccezione. Mi dilaniavo ascoltando a ripetizione  Nevermind e In Utero e mi piaceva un tizio che suonava la chitarra, C. Gli aficionados si ricorderanno di questo ragazzo. Di un anno più grande di me, rappresentate di istituto, con l’aria sbattuta del rivoluzionario in boccio, per lui avevo preso una cantonata di quelle davvero storiche. Ogni mattina mi sedevo sulla cattedra nel corridoio e aspettavo di vederlo passare mentre entrava in classe. A ricreazione gli facevo la posta seguendolo per mezza scuola. Una cosa da denuncia, insomma.Lui suonava in un gruppo. Iniziai ad ascoltare i Nirvana perchè una volta vidi lui con su una loro maglietta, per dire. E insomma, un giorno c’era occupazione. Io cercavo di convincermi che occupavo contro la privatizzazione della scuola pubblica blablabla, ma la triste verità era che lo facevo solo per lui. Che un bel giorno si portò la chitarra. Al solo vederlo con l’oggetto in mano, io iniziai ad avere i tremori.Si mise da un lato e iniziò a suonare. Inizialmente c’era un po’ di gente a starlo a sentire. Io ero così nel pallone che ora non ricordo manco le canzoni che fece. Mi ricordo però che la folla andò lentamente diradandosi, finchè rimanemmo soli io e lui. Ora. Questa si chiama occasione. D’oro, per di più. Una persona normale, ossia un non-adolescente, tipicamente ne avrebbe approfittato per attaccare bottone, chiedere qualche canzone amata, parlare. Io rimasi muta per tutti i venti minuti che passammo assieme.  Immobile a contemplare l’adone che pizzicava le corde. A ripensarci mi sento male. Una delle cose più imbarazzanti che abbia mai fatto in vita mia. E il bello era che io la trovavo normale. Perchè aprire bocca? Perchè alzarsi?
Lui, sconvolto, provò anche a chiedermi se c’era qualcosa che volessi sentire o cantare.
Crollata di spalle: “Quello che vuoi”.
E certo.
Non ricordo come si uscì dal’empasse. Forse mi resi conto che la cosa aveva del paradossale, e soprattutto che lui si stava scassando i maroni oltre ogni dire, e mi alzai e me ne andai. Quel giorno, però, camminai a due metri da terra fino a sera, ringraziando D’Onofrio che levava i soldi alla scuola pubblica per darli alla privata. Poi trasferii i miei interessi erotici su un violinista, l’anno dopo. Evidentemente per la musica ho sempre avuto una passione. Ma questa è un’altra storia.

P.S.
Ho notato un paio di vostri commenti incazzati perchè dite che vi sto censurando. In effetti il sistema di commento è cambiato. Visto che un giorno sono stata sommersa dallo spam, adesso può commentare solo chi ha un commento precedentemente approvato da me. Siccome sono pigra (e non ho mai tempo per niente), mi sono scordata negli ultimi giorni di approvare tutta una serie di commenti in attesa. Lo sto facendo adesso in paura pranzo. Abbiate pazienza, a breve vedrete comparire tutti i commento “censurati”  

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La vita ai tempi di Bianchina

Mi ci metto su in genere quando torno da lavoro. Un’ora dalle 18.30 alle 19.30. E poi dopo cena. 20.30, 21.30. Ma perdo spesso la cognizione del tempo. Mi intestardisco, mi metto là a fare le tre note che ho imparato.
Ok, re, sol, si, la. No, scema, la terza corda, non la seconda! Così, ok. Allora, re, sol, si, la, re…re! Ma che cazzo sto pizzicando? Ah, il sol. Uffa. Vabbeh, ricominciamo. Re, sol, si, la, re, do. No, quella è la prima corda. E il secondo tasto, per altro, ad essere precisi.
E via così per due ore. Motivetti scemi, gli stessi su cui mi incaponivo quattordici anni fa, quando presi in mano la prima volta il flauto dolce. Solo che lì è facile, ogni dito un foro. Qua no. Ogni dito sei corde e un fottiliardo di tasti, e il cervello, le mie dita, ancora non sanno dove stanno, come pigiarli e dove. Questione di abitudine, lo so. Questione di perseveranza, di costanza. E mi convinco che queste doti ce le ho. Ho perso 15 chili, sto mantenendo il peso, posso farcela ad imparare anche la chitarra.
Ieri ho smesso perchè dovevo scrivere, ma soprattutto perchè non mi sentivo più l’indice. Era di un lieto viola, con su inciso il solco della corda. Poi ho fatto una cosa. Indubbiamente prematura e scema. Ossia mi sono cercata le tab di Unintended. Così, tanto per. E ho suonato le mie prime nove note dei Muse. L’evento è stato talmente folgorante che mi sono registrata, solo per scoprire, ovviamente, che stono orribilmente. Sento che presto Giuliano e i vicini si coalizzeranno per farmi smettere. Allora sarà la volta buona che mi chiuderò in garage a suonare.
Comunque. Stamane mi sono svegliata con la voglia di riprendere in mano Bianchina e continuare il discorso interrotto. Oggi pomeriggio dopo lavoro vado a comprarmi un libro serio per studiare, che temo che con quello delle medie ci andò avanti poco.
Io non lo so quanto durerà questa storia. Però so che è proprio come ho scritto certe volte: mettere in moto il corpo, lasciar prendere il controllo al cervelletto, aiuta. Che sia menare di spada come le mie protagoniste, o suonare all’infinito l’unico motivetto che ti riesce, è una cosa che svuota la mente. Escono fuori i cattivi pensieri, le angosce, se ne va persino il raffreddore che mi son beccata. Entra il suono delle corde, e ci resta fino a quando non poso la chitarra nel suo fodero.
It’s Bianchina time. 

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Let me introduce to you…Bianchina

Bianchina l’ho incontrata alle 11.30 di ieri. Sono entrata nel negozio con un misto di vergogna ed eccitazione. Fare di queste cose a 27 anni, adulta e vaccinata…Però il tizio del negozio non ha fatto tanto d’occhi (ovviamente, era lì per vendere) e il posto era una specie di paradiso. C’erano praticamente solo chitarre, di tutti i tipi e di tutte le fogge. Una parete per le acustiche, trespoli per le classiche, un muro per le elettriche.
Lei è stata la seconda che ho visto. Mi ha fatto subito simpatia, perchè le manca una spalla e perchè è pallidina, un po’ come me. Da cui il nome, Bianchina.
Le ho preso una custodia, una serie di plettri, e mentre me la portavo a casa le parlavo.
“Stai bella sdraiata sul sedile, mi raccomando, e non mi fare brutti scherzi”.
C’ho messo su le mani ieri sera prima di scrivere. Invece di una puntata di Ranma in più, un’oretta di strimpellamento. Riesco addirittura a fare una decina di note. Clamoroso, eh? E due musichine idiote.
Come primo impatto, devo dire che l’accordatura è uno stracciamento di maroni senza pari. Mentre ho scoperto di avere un’agilità alle dita che un elefante al mio confronto è Glenn Gould. Ma sono confidente. Prima o poi, entro il prossimo secolo, imparerò anche gli accordi.

Mi sembra di essere tornata indietro di molto tempo, a quando alle medie iniziai a suonare il flauto da sola. Avevo un orrido flauto di plasticaccia scordatissimo, e lo suonavo a tutte le ore, massacrando i timpani di tutta la famiglia. La soddisfazione fu massima quando riuscii a mettere le mani su un bel flauto di legno.
Adesso è la stessa cosa. Mi era passata persino la fame, mentre pizzicavo le corde a tutto spiano. E non aveva importanza che per fare un la appresso ad un do ci metto dieci ore. Davvero, non conta. Solo sentire il suono delle corde mi rilassa.

P.S.
Avevate ragione, fa un male cane. Stamane ho l’indice fuori uso, il medio che urla e l’anulare che non sta tanto bene. Sono lieta di aver preso una classica, con l’acustica non so che cosa avrei stamane al posto dei polpastrelli…Però questi doloretti son ferite di guerra, un po’ come il callo al collo dei violinisti o i succhiotti per gli amanti. Sono entrata anch’io nel club. E ho tutta l’intenzione di rimanerci

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Wonderwoman fallisce

È ufficiale: il mio tentativo di Wonderwomanizzarmi è miseramente fallito. Non puoi fare 1500 chilometri in un giorno sperando di riuscire a rispettare gli orari dei vari impegni.

L’impresa era già partita col piede sbagliato. Alle 19.00 di venerdì sera arrivo a Fiumicino per prendere il volo che mi porterà a Trapani, e già non mi vogliono far partire. Per errore è stata cancellata la mia prenotazione. Un errore tutto sommato banale, e molto comprensibile, se vi sto a spiegare quante volte ho dovuto cambiare prenotazione per mia colpa, ma è una storia lunga e noiosa che vi risparmio. Anyway, minuti di panico, telefonate a Marsala dai miei ospiti, pianto e stridore di denti che mi impediscono di sentire Giuliano che da un minuto buono mi dice che non c’è problema, si rifà il biglietto lì e si parte senza problemi.
Primo volo, Roma, Trapani. Tutto bene. Viaggio piacevole, atterraggio un pochino avventuroso per i miei standard (sbandiamo), ma va tutto bene. Incontro il mio ospite, vado a Marsala. Tutto ciò che riesco a vedere della città è uno scorcio di straziante bellezza dalla stanza del mio albergo. La Chiesa del Purgatorio con annessa piazza. Se poi penso che stavo pure a due passi da Mozia mi sento male, sob…e poi quel po’ che ho visto della città dalla macchina, mentre da Trapani andavamo in albergo, mi pareva fighissimo, però il destino è cinico e baro. Ricordo che suddetto destino aveva stabilito che restassi a Marsala 12 ore e mezza.
Notte piuttosto agitata, causa uno dei temporali più violenti che io ricordi. Tuoni a tutto spiano, fulmini e soprattutto vento, un sacco di vento. Cazzo, se tira tanto vento gli aerei non partono, e io ne devo prendere uno alle 14.30 del giorno dopo per stare a Torino alle 16.00, causa presentazione ad Orbassano alle 18.00. Calma, Licia, respira. Innanzitutto sono le…2.30 di notte, dice la sveglia. Mancano 12 ore alla partenza. E sei a Marsala, che dista da Punta Raisi, da dove parte il tuo aereo, 100 km. C’è tutto il tempo perchè metta al bello, e comunque non è detto che a 100 km da qui la situazione meteo sia la stessa. Come Dio vuole, mi riaddormento.
Il mattino dopo, lampi, tuoni, pioggia e vento. Cazz…Alle 9.30, presentazione con e scuole superiori della città. Una delle migliori della mia carriera. Innanzitutto la location è il teatro della città, che sembra l’Argentina in piccolo, e poi c’è un sacco di gente, le prof che mi presentano fanno una delle analisi dei miei libri più belle e profonde che mi sia mai capitato di ascoltare, e poi sentire i ragazzi che leggono pezzi dei miei libri mi fa davvero venire il magone. Ma poi le domande che vengono dopo sono belle ed interessanti: la musica, il fanatismo, la fede, tanti argomenti che non mi era mai capitato di toccare durante altre presentazioni. Insomma, sono davvero stata bene.
Alle 11.30, gettando l’ultimo, rattristato sguardo a tutto ciò di Marsala che non avrò modo di vedere, parto per Punta Raisi. Sotto un cielo plumbeo, arriviamo. Lampi, tuoni e vento. Ovviamente. C’è un mare fantastico, grosso, incazzato e molto invernale. Per fortuna, si parte nonostante il meteo avverso. E si parte anche puntuali, alle 14.30 come schedulato. L’aereo decolla sotto raffiche di vento che mi fanno tremare, innaffiato da pioggia scrosciante.1h e 30 di volo, tempo sufficiente per lavorare un po’, e lavorare persino bene. Riguardo ben quattro capitoli del progetto top secret, lavorando di buona lena e con l’intima convinzione che la mission impossible riuscirà: atterrerò a Torino alle 16.10, alle 17.00 circa sarò ad Orbassano, abbondantemente in tempo per la presentazione.
Alpi all’orizzonte, siamo quasi arrivati. L’aereo vira. Ok, si allineerà con la pista. Vira. Vira. Vira. Giro giro tondo, casca il mondo…
Io: “Ma non gira un po’ troppo, quest’aereo?”.
Giuliano: “Mah, non saprei”
Voce dal capitano: “Buonasera, è il capitano che vi parla. Mi spiace dovervi comunicare che l’aeroporto di Torino…”.
i 70 passeggeri: “…e?”
Voce del capitano: …
Partono le ipotesi. L’aeroporto di Torino è andato a fuoco. È esploso. È stato inghiottito da una bolla spazio temporale. È stato trasferito in blocco a Milano.
Voce del capitano: “Scusate, stavo rispondendo ad una chiamata radio. Niente, all’aeroporto di Caselle c’è stato un problema al carrello di un aereo, per cui adesso l’aeroporto è chiuso. Siamo in holding e il tempo di attesa stimato per riapertura dell’aeroporto è di un’ora circa…”
Io: undefined
Voce del pilota: “…ma noi possiamo restare in volo non più di venti minuti, quindi se Caselle non apre abbiamo come alternato Cuneo”.
E qui scatta il panico. Sono le 16:00. Venti minuti fanno 16:20. Ma a Cuneo. Quanto dista Cuneo da Torino? E come ci vado da Cuneo a Torino? Faccio i conti, guardo fuori l’aereo che gira, e inizio ad entrare in paranoia. Cazzo. E se ci finisce il carburante e caschiamo? E se ci incocciamo con quell’altro aereo che sta girando con noi? Ma il vero dramma è: sono a 1000 metri da terra, il cell è ovviamente spento, non posso dire a nessuno che sto girando come una scema sopra Torino e non arriverò mai in tempo per la presentazione. Ma, soprattutto, anche supponendo che possa accendere il cel, io non ho il numero degli organizzatori. Vi lascio immaginare la portata del dramma.
Restiamo a girare per venti minuti, nei quali considero seriamente l’ipotesi di spaccare il finestrino e buttarmi di sotto. Quanta gente è sopravvissuta ad un carpiato di 1000 metri? Poi…
Voce del capitano: “Niente, prima di mezz’ora Caselle non riapre, per cui atterriamo a Cuneo. Lì troverete dei pullman della compagnia che vi porteranno a Caselle”.
E così avviene. Atterraggio brusco, e quando vedo l’aeroporto di Cuneo capisco perchè. C’è una pista sola, sulla quale sono fermi, nell’ordine: un elicottero giallo, tre bimotori a elica e noi. Ci vogliono venti minuti solo per farci scendere, presumibilmente perchè qui non ci sono scale per tirare giù gente da un Boeing 737. In quei venti minuti io chiamo tutti quelli che possono avere a che fare con Torino, col Piemonte, e via via con l’Italia, i libri, me e la vita in generale. Tra i beneficiati c’è anche Fab, che si becca una mia lieta telefonata isterica in cui lo prego di cercarmi su internet il numero degli organizzatori della Festa del Libro di Orbassano. Niente, non esistono.
Fab: “Ci sono giusto i carabinieri di Orbassano”
Io: “vabbeh, dai, almeno ci abbiamo provato. Grazie mille, provo per altre vie”.
Che poi sarebbe la mia capa in Mondadori, che sente una dell’ufficio stampa, che sente la persona che in Mondadori mi ha organizzato l’incontro, che riesce a trovare la persona cui devo riferirmi ad Orbassano. E finalmente ci sentiamo, mentre vago disperata per le campagne del cuneese (che offrono, per altro, un panorama fantastico delle Alpi e del Monte Bianco).
Varie le ipotesi vagliate. Prendi un taxi. Non ce ne sono. Grazie, siamo in the middle of nowhere. Ok, lo chiami. La ditta ne ha solo tre, tutti fuori, e il più vicino arriva tra quaranta minuti. Va bene, prendi il pullman dell’Air One. Salgo sempre più disperata. Chiamata di Fab.
Io: “Fab, tutto a posto! L’ho beccato!”
Fab: “Ah. Io nel frattempo ho chiamato i carabinieri di Orbassano, gli ho spiegato la situazione e hanno detto che vanno a dire il tutto al tizio alla fiera”.
Io: cazzo, non avrò più il coraggio di presentarmi da quelle parti…rido istericamente “cazzo, dai, i carabinieri! Vabbeh, grazie, sei un angelo, per fortuna abbiamo risolto, dai…”
Risolto un cazzo. La navetta non parte. È che un buon 70% dei passeggeri aveva imbarcato i bagagli, e non glieli stanno ridando. Ora. L’aereo sta lì a due passi. Basterebbe andar lì e ravanare a mano nella stiva. No. Per ignoti motivi non si può fare.
Sono le 17.40 e io sono in paranoia. Fuori fanno 2°. Un signore prende in mano la situazione.
Signore: “Ma siamo tutti col bagaglio a mano qua?”
Una signora timida alza la mano: “Io no…”
Signore: “Ok, glielo chiediamo per favore. Se lei scende, noi intanto possiamo partire”.
La signora ignota, che ringrazio dal profondo del cuore, scende. Salgono due tizi, poi le porte si chiudono.
Signore: “Mo però basta, siamo come le scialuppe del Titanic: chi c’è c’è e si parte”.
E infatti si parte. Ogni quindici minuti mi sento col mio ospite aggiornandolo sulla situazione. Intanto ho visioni del pubblico che prepara i pomodori da lanciarmi al mio arrivo.Il pullman si muove lento diretto a Caselle. Io capisco che non c’è niente che possa fare. Il teletrasporto non esiste, ho perso l’occasione di dirottare un elicottero a Cuneo e farmi portare ad Orbassano, per cui accendo l’iPod e chiedo aiuto ai Muse, che non me lo negano.
Arrivo a Caselle alle 19.40, e la presentazione era alle 18.00. Sì, mi tireranno i pomodori, e avranno anche decisamente ragione. Qui, mi raccatta l’insostituibile Fab, che mi scarica a Orbassano alle 20.00. Due ore di ritardo. Manco i Rolling Stone. Finalmente incontro il mio ospite, e mi spiaccico a terra in scuse, poi apro la porta fatale. Non ci sarà nessuno. Saranno andati tutti, giustamente, via. O, se ci saranno, mi manderanno sonoramente a cagare.
Apro.
E ci sono cinquanta persone sorridenti. Che mi applaudono. Che mi hanno aspettata. La sera di Italia Scozia, per altro.E io lì capisco che è veramente successo qualcosa di grande, in questi tre anni. Che ho accumulato debiti che non potrò mai più sanare, neppure a vivere in eterno. Che ho grandi responsabilità, che chissà come, ad un certo punto della mia carriera di scrittura, qualcuno ha iniziato ad amare per davvero, ma proprio tanto, quel che facevo.
La presentazione è condotta dai ragazzi del gruppo RIDO, che prima facevano parte del Consiglio Comunale come rappresentati dei giovani. Bellissima esperienza, perchè le domande son puntuali e interessanti, e il pubblico attento e gentile, nonostante il clamorosissimo ritardo. Ma soprattutto l’atmosfera è dannatamente piacevole, calda, interessante, e ne ho un gran bisogno, dopo la mia lieta odiessea. Insomma, tra mattina e pomeriggio mi son toccate in sorte due splendide presentazioni, per cui, non fosse per la sfortunata parentesi aviaria, sarebbe stata proprio una gran bella giornata.La serata si chiude con una cena in compagnia di Fab e ragazza; purtroppo, per strada ci perdiamo Valberici, che era alla presentazione con noi. Prima pensiamo che ci attenderà dove andremo a mangiare, non lo vediamo e allora pensiamo che ci chiamerà (lui ha il numero di Fab, noi non abbiamo il suo) ma la chiamata non arriva. E, anche qua, un fottiliardo di teorie. Si è perso. Era stanco ed è andato a casa. È scomparso. È stato rapito dagli alieni. Solo ora leggo sul suo blog il perchè di questa assenza, e, capperi, certo che è stata davvero la giornata internazionale della sfiga, ieri! Nel frattempo, Val, grazie da morire per i regali, apprezzatissimi entrambi (Musashi è assolutamente un must, e il cd ho iniziato a spararmelo con lo stereo di casa; devo dire che la nuova cantante la preferisco alla vecchia) e grazie anche per il bigliettino :) .
Sulla giornata di oggi non c’è molto da dire. Sveglia alle 8.00, partenza per Caselle alle 9.00. Volo che parte puntuale, io che perdo i sensi sul sedile mentre sento un po’ di buona musica. Atterraggio in orario, pranzo a casa dei miei, dieci minuti di sonno e poi pulizia casa e lavoro. Ma c’è la postilla gustosa.
Stamane, in macchina, il mio ospite mi ha riportato alla mente i famosi carabinieri, che io avevo volontariamente rimosso. I solerti pubblici ufficiali allertati da Fab hanno preso la situazione sul serio. Non è che, come speravo io, han detto a Fab “andiamo a vedere” tanto per dire qualcosa. No. Pigliano la macchina e vanno. Giungono in loco, scendono. Faccia seria, divisa di ordinanza. Pinzano il mio ospite tra la folla.
Carabiniere: “Le dice qualcosa il nome Licia Troisi?”
Il mio ospite è un filino perplesso. Si guarda attorno, si domanda se non sia per caso implicata in traffico di droga, corruzione di minorenne o altro.
Lui: “sì…”
Carabiniere, sempre più grave: “È che a Torino c’è stato un problema con un aereo…”
Ora, in una frase del genere non è che ci sia molto da equivocare. E di problemi con gli aerei che implichino l’intervento dei carabinieri ce n’è un solo genere, quello che contempla la presenza di rottami fumanti e vittime. Per cui il mio ospite, nei due centesimi di secondo che ci mette il carabiniere a finire la storia, pensa “cazzo” e immagina il frullato di scrittrice che sarà sparso da qualche parte tra Palermo e Caselle. Lo vorranno per riconoscere i resti? Lo vengono solo ad avvertire? E mo che gli dice ai cinquanta sorridenti in platea?Fortunatamente, il carabiniere continua la sua storia, iniziando a delirare di aerei dirottati a Cuneo, di donne sperse nella campagna, di pullman che non partono e numeri di telefono. Compiuta la missione, il prode va via.
Fantastico. Giuro, avrei voluto esserci per assistere alla scena.

P.S
Ho appena scoperto sul forum dei Muse che frequento che Fury è diventata fissa nelle setlist delle ultime date del tour dei Muse. C’ho pure le prove (gli ultimi minuti di questa orrida registrazione).
Cioè. Non so se capite. I Muse in Australia stanno facendo la mia canzone preferita, l’epigrafe a La Setta degli Assassini, una cosa che se la sentissi live probabilmente morirei lì sugli spalti.
Io domani vado in Australia.

59

P.S.

IL TRIANGOLO NERO / NESSUN POPOLO È ILLEGALE
 Violenza, propaganda e deportazione. Un manifesto di scrittori, artisti e intellettuali contro la violenza su rom, rumeni e donne.

Siccome condivido, firmo. Voi date almeno una letta e poi decidete.

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Saluti e segnalazioni

Post breve e telegrafico, che devo conservare le energie per il fine settimana.
Mi limito a segnalarvi il post di oggi di imp.bianco; ci trovate una bella intervista a Paolo Barbieri.
Per il resto, con alcuni di voi ci vediamo domattina a Marsala (ore 9.30, teatro E. Sollima) e a Orbassano (ore 18.00, Festa del Libro). Presumibilmente, sarò premasticata™ in ambo le occasioni :P , ma farò del mio meglio per cercare di essere più o meno presentabile.
Ci vediamo!

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Varie ed eventuali

Non sto benissimo, per cui oggi la verve del post sarà minore del solito. Comunque, almeno ho iniziato a curarmi, dovrei migliorare (anche perchè se non miglioro inizio a prendere a capocciate il muro…). Comunque, quando non si sta tanto bene, si ha sonno, e si contempla il programma di un Tranquillo Week End di Paura (sabato alle 9.30 faccio una presentazione a Marsala, Trapani, e alle 18.00 a Orbassano, Torino; sì, nello stesso giorno), la cosa migliore è affidarsi alle parole altrui. Guardate cosa ho scovato in rete.
Pagina Mondadori su Un Nuovo Regno.
Ho visto che intanto voi avete iniziato a leggere, ma non mi è chiarissimo se vi stia piacendo o meno. Cioè, alcuni sono entusiasti, altri non so. Resto in attesa, consapevole che tanto la verità non la saprò mai. Nel frattempo mi stupite: nessuna osservazione sulla mia intervista a Vanity Fair. Confesso che pensavo si sarebbe scatenato il putiferio. Forse non avete guardato con attenzione, oppure in verità quando mi dicevate certe corse scherzavate…vedremo.
Infine, ieri sera dialogo sorprendente con la mamma.
Interno notte, ore 18.00, freddo boia. Siamo in una Opel Astra, stiamo andando dal medico.
Mamma: “VioVyB ha messo una canzone splendida sul suo blog. Ma è dei Muse?”
Io: “Non lo so, è un po’ che non vado”
Mamma: “Prova a cantarmene qualcuna, dai”
Io (che non vorrei far morie apposta Matt Bellamy solo perchè possa agevolmente rigirarsi nella tomba mentre canto una sua canzone): “È una parola…dammi qualche indizio: canta un uomo o una donna?”
Mamma: “Uomo”
Io (chiedendo mentalmente perdono al Bellamy): “Ma con una voce un po’ sottile, tipo da donna?”
Mamma (stranita): “Boh…sì…non so…”
Io: “Ma è rockeggiante o lenta?”
Mamma: “Lenta”
Io (illuminata dalla luce divina): “Per caso fa You could be my unintended choice to live my life extended…”
Intorno a noi volti che riproducono L’Urlo di Munch, palazzi che crollano, strade che si innalzano, inondazioni e altri cataclismi.
Mamma: “Sì sì! È lei! Ma che dice?”
Che dice glielo sto scrivendo nella mail. Ragazzi, abbiamo musizzato la mamma. Dopo il babbo, rallegrato durante un’evento poco simpatico e oltremodo noioso con una bella compilation di canzoni dei Muse (commento: “Però, non sono male, c’hanno pure delle ifnluenze classiche”), adesso è toccato alla mamma. Quando arriverò alla nonna saprò che la fine del mondo è prossima.

P.S.
Augurissimi ad Eriadan, da ieri (o da oggi, non mi è chiaro) babbo! Strana cosa, internet, che ti fa gioire per la felicità di persone che hai visto in faccia una volta sola, ma che ti hanno regalato un sacco con la loro matita.

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Serata mondana

Finalmente ho (più o meno) ripreso i sensi e posso mettermi a raccontarvi perchè stamattina ero a Linate. È che ieri sono salita a Milano. No, nessuna presentazione. Sono salita per i festeggiamenti per i cento anni della Mondadori. Trattavasi di un concerto alla Scala con cena annessa. Considerando che la classica è stata a lungo una mia passione (non del tutto sopita, per altro, come dimostra questo), che La Scala da questo punto di vista è il top, e che avevo curiosità di far l’infiltrata in un evento mondano, sono andata. Un viaggio abbastanza massacrante, visto che sono atterrata a Milano alle 17.00, che alle 19.30 c’era il concerto, e che stamane son venuta via alle 10.30, ma tanto ormai la mia vita è tutta così, vano lamentarsi. Mi son dotata di vestito elegante e sono andata.
Il primo problema che mi ha assalita mentre io e Giuliano ci preparavamo era l’abbigliamento. Saremo troppo informali? Della Scala tutto sommato so solo che quasi ogni anno alla prima c’è qualcuno che tira pomodori addosso alle tizie in pelliccia, per cui il nome mi evoca immagini di donne dell’alta società un po’ attempate vestite con lugnhi vestiti di raso e che tirano da sigarette infilate in lunghi bocchini.
Non che le cose siano migliorate quando siamo arrivati nei dintorni, visto che davanti a noi da un taxi è scesa una tipa con un abito lungo rosso che le lasciava scoperta tutta la schiena (a 6° per altro, ma le donne dell’alta borghesia milanese sono geneticamente modificate per sopportare i rigori dell’inverno mezze nude?). Il vero dramma comunque era l’ipotesi smoking. “Saranno tutti in smoking” mi avevano detto. Giuliano s’è vestito in giacca e cravatta due volte in vita sua, e una era per il matrimonio. A parte che non so neppure dove si raccatti uno smoking, non che avessimo gran voglia di prenderne uno solo per una sera. L’apparire dei primi farfallini neri ha innalzato il grado di panico.
Insomma, siamo entrati e ci siamo ritrovati in questo foyer pieno di gente vestita in nero (gli uomini) e donne in abito lungo. Giuliano aveva un vestito blu e il mio vestito arrivava al ginocchio. Olè. La visione di un paio di cravatte nella folla mi ha un po’ rincuorata, tipo miraggio di oasi nel deserto, e soprattutto è stato un piacere inquadrare una faccia conosciuta nel bailamme di gente a me del tutto ignota.
La Scala. La Scala ovviamente fa impressione più per quel che rappresenta, che per quel che davvero è. Il tempio della lirica, ci vai a sentire Verdi e hai la straniante certezza che Verdi in persona ha calcato quelle stessa tavole un secolo prima, è il centro della vita mondana di Milano… Come tutti i luoghi densi in simboli, finisce sempre per deludere un pochino. Tutto sommato, a parte le maschere, o come le chiamano, con tanto di medaglione di bronzo al collo, non è poi molto diverso dall’Argentina, che in gioventù frequentavo parecchio. Però sai chi è passato per quelle mura, chi ha cantato su quel palco, e allora ti affacci alla balconata e ti sembra di far parte della storia.
Il concerto constava di due parti, due atti dall’Otello e dal Simon Boccanegra di Verdi. Io non amo particolarmente la lirica. Adoro i brani coristici, ma la lirica tutto sommato mi annoia. Verdi però è potente, brioso, guizzante, almeno per quel che può giudicarne il mio ignorantissimo orecchio musicale. Per questo ho seguito le due ore di concerto con grande attenzione. Però non aspettatevi da me un giudizio chiaro. La rigida gerarchia che (credo) ha guidato l’assegnazione dei posti nel teatro mi ha affibiato un palco laterale destro al quarto piano, per di più in seconda fila. Significa che io e Giuliano stavamo poco meno che in piccionaia appollaiati su due elegantissimi e scomodissimi sgabelloni rossi. Sforzandomi un pochino riuscivo a vedere l’arpista e mezzo corpo del soprano. Sentivo chiaramente la musica arrestarsi alla balaustra del palco. L’orchestra era lì sotto, ci dava dentro, ma a me arrivava tutto ovattato. Per cui, niente, l’orchestra mi è sembrata fin troppo misurata, il soprano un po’ incolore. Magari fossi in stata in platea adesso sarei lì ancora a spellarmi le mani dagli applausi.
Fine concerto, inizio seconda parte della serata. Aperitivo in Galleria. Tappeto rosso a terra, vip in gran spolvero e ali esigue di curiosi che osserva il passaggio dei pezzi grossi, tra cordoni di poliziotti che separano gli invitati dai semplici astanti. Leggi: passerella umiliante. Sono abituata a parlare in pubblico, e quindi di conseguenza ad essere guardata dalla gente, ma sfilare su un tappeto rosso mentre la gente commenta la mise dell’attore di turno non è proprio la stessa cosa, e mette infinitamente più in imbarazzo.
Nella Galleria ho bevuto mezzo bicchiere di rosso, più che altro per cercare di non morire assiderata, e ho sgranocchiato una cosa di una bontà unica: fette di ananas e arancia secche. Vi assicuro che sono una cosa fantastica. Sulle pareti della Galleria sfilavano immagini da questi cento anni Mondadori: copertine di libri, donne in minigonna, partite memorabili della nazionale. Sotto, colonne sonore di Morricone. Figo, devo dire. Bellissima idea. Però quello proiettato era un ’900 tutto sommato sereno. Nessuna traccia delle due guerre che hanno devastato il mondo, delle aspre lotte sociali, delle tragedie che hanno segnato anche l’Italia. Per carità, probabilmente era anche voluto e giusto. Eravamo lì a celebrare l’anniversario di una casa editrice, non a martellarci i maroni con la consapevolezza di quanto cogliona sia la razza umana. Però, non so…
Vabbeh, poi abbiamo fatto una nuova passerella sempre più angosciante, e in massa dalla Galleria ci siamo mossi verso il Palazzo Reale, di cui io, nella mia ignoranza abissale, ignoravo persino l’esistenza. Lì abbiamo cenato. È un posto figo. Mi ricorda un pochino Palazzo Venezia, ma meno lugubre. Io e Giuliano ci siamo infognati nella Sala delle Cariatidi, un salone immenso con le pareti decorate con cariatidi (appunto) mezze distrutte. Un posto crepuscolare e malinconico, di una bellezza sbattuta e arcana. Ideale per profonde riflessioni sulla caducità dell’esistenza, sui bei fasti dei tempi andati, e où son les neiges d’antan e roba così. Peccato che tra flash di fotografi, donne in abito lungo e camerieri che sfrecciavano ovunque, non è che l’atmosfera favorisse la riflessione pensosa.
Da bravi timidi, io e Giuliano ci siamo infilati nell’angolo più nascosto della sala, e abbiamo passato i primi trenta minuti della cena a placcare uno dei miei capi in Mondadori, che avevo piacere a vedere con un po’ di calma e che s’era persa in una sala posizionata ovviamente dall’altro lato del palazzo. Quando ci siamo ritrovate, mi sono attaccata a lei tipo cozza. Innanzitutto perchè era un po’ che non ci vedevamo, e mi faceva piacere parlarle, in seconda battuta perchè s’è parlato anche di lavoro, e infine perchè lì in sala conoscevo lei e altre quattro persone, e due sono certa che non si ricordassero di me.
La cena. Le cene della Mondadori sono quegli eventi in cui mangi cose ottime, ma in versione mignon. Non è un male. In teoria hai l’impressione di mangiar poco. In pratica, con la scusa che son tutti piattini e ciotoline, alla fine ti sei sfondato come se avessi mangiato due etti di amatriciana, un abbacchio alla scottadito e la torta della nonna.
Menzione d’onore per i dolci (la torta barozzi è una cosa da sturbo), ma anche i ravioloni al pecorino di fossa avevano il loro perchè. Poi, i fagioli saranno poco eleganti, ma sono di una bontà unica.
Finita la cena, è stato più o meno un fuggi fuggi. Non so se tutti si siano andati a nascondere in qualche locale o cosa, ma alle 00:30 la sala era mezza vuota. Io e Giuliano semplicemente siamo tornati in albergo. No vita mondana per noi.
Stamattina, sveglia alle 8.00. Il mio cervello ci ha messo dieci minuti ad elaborare l’input e a capire che ero a Milano, che mi dovevo muovere perchè l’aereo partiva da lì a due ore, e che no, non dovevo scattare a far colazione in cucina. Per usare l’efficace metafora di un collega ad un congresso, mi sentivo premasticata. È che non ho più il fisico. Quasi ventisette anni, due lavori, date di consegna sempre sul filo del rasoio. Tipo, ho una consegna per il 30 novembre, in teoria, invece di star qui a cazzeggiare e a raccontarvi questa mia serata mondana avrei dovuto finire di scrivere il libro cui sto lavorando ora, e comunque c’è sempre l’astrofisica che incombe. Non so quanto durerò a questi ritmi. Ormai anche le serate di svago rientrano negli obblighi lavorativi.
E adesso vado dal medico, che ho anch avuto la bella idea di ammalarmi, nel frattempo. Au revoir, bella gente.

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di fretta da linate

col cell del marito…si capirà poco…volevo solo avvisarvi che oggi su vanity fair c’é una mia intervista, con contorno di piccole sorprese…a più tardi col resoconto della mia serata particolare di ieri

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Today is the Day

Così oggi finisce la mia seconda storia. Da oggi trovate Un Nuovo Regno in tutte le librerie. Mi hanno detto che qualcuno l’ha addirittura preso ieri sera.
Che dire. Che vi spero prodighi di commenti. Fatelo qua, sul forum o dove volete, ma fatemi sapere che ne pensate. Eccezionalmente, cercherò di non deprimermi troppo per le critiche negative :P .
Nel frattempo un enorme grazie a Franz e a Fantasy Magazine, e un grazie grossissimo a Francesco Falconi, che si è letto il libro in anteprima e si è anche dovuto sorbire il mio fuoco di fila di domande. Cosa ne pensa del libro lo trovate sempre su Fantasy Magazine.
Buona lettura!

Articolo su Fantasy Magazine
Recensione di Francesco Falconi

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