Rieccomi qua dopo le feste. Ho mangiato (ma forse complessivamente meno di quanto credessi), ho aperto un sacco di regali, e adesso mi godo l’atteso riposo. Lasciamo perdere che ho già trovato nuovi argomenti intorno ai quali angustiarmi anche durante queste feste. Tanto so di essere fatta così. La verità è che la vita andrebbe presa un po’ come un pezzo alla chitarra, o un esercizio ginnico: per fartelo venire bene non ci devi pensare. Io invece ci penso sempre, ma ho la fortuna che poi alla fine le cose mi vengono bene ugualmente. Non occorrerebbe però contare troppo sulla fortuna…
In ogni caso, ieri sera sono andata al circo. Non ho una gram passione per la cosa, a parte l’innamoramento per il Cirque du Soleil. Stavolta però si trattava di circo sul ghiaccio, e a me il pattinaggio artistico piace moltissimo. Così ho resistito alle temperature non proprio miti e ben imbacuccata ho assistito alla cosa.
Innanzitutto, ennesima sensazione straniante. Tra artisti vari che volteggiavano sul ghiaccio, ad un tratto si è inserita una ragazza minutissima, dotata di un lungo drappo di stoffa bianca, che ha appeso in aria. L’hanno issata su e, a tempo di musica, ha iniziato a fare una serie di evoluzioni complicate appesa al drappo di stoffa. Suppongo abbiate capito di che numero sto parlando. Mi è sempre piaciuto molto. Non so, mi affascina questa sfida alla gravità, e la perfezione di quei movimenti appesi tra terra e cielo, e la precarietà di quell’equilibrio e di quell’eleganza, acquisita a prezzo di chissà quante ore di sudato esercizio. Aprezzo così tanto la cosa che un po’ di tempo fa ne ho scritto. È successo più o meno dopo che avevo visto il Cirque du Soleil, e da allora non mi era più capitato di vedere questo numero. È strano vedere una cosa di cui hai scritto. È come se i tuoi personaggi in qualche modo si incarnassero. Così, la ragazza che volteggiava là su in realtà non era l’acrobata russa del circo, era la ragazzina di cui avevo scritto io. A terra non c’era ghiaccio, ma una pedana in terra battuta. E nella platea, a guardare le evoluzioni dell’acrobata, c’era chi so io, combattuta tra l’ammirazione e una certa dose di invidia. Un po’ come me.
Ma a parte questo, è stata una bella serata in generale. Mi piace sempre vedere gente che abbia un controllo così assoluto sul proprio corpo, forse proprio perchè io non ne ho nessuno. Io inciampo nei miei piedi, e sto facendo una fatica del diavolo a coordinare la mia mano destra che pizzica le corde e la sinistra che pigia i tasti, quando suono la chitarra. Loro invece correvano e saltavano sul ghiaccio in un tripudio di muscoli allenati e tendini obbedienti.
Ho pensato che è bello quando il corpo ti obbedisce per davvero. Che c’è una segreta soddisfazione in un esercizio ginnico ben riuscito, in una canzone ben fatta ad uno strumento. Perchè credo sia quello il momento in cui anima e corpo vanno per davvero d’accordo. Vincere sulla nostra carne, piegarla ai nostri desideri, è riuscire ad avere un corpo che ci somiglia per davvero. È in quel momento, quando la mente si dissolve nella concentrazione dell’esercizio, e ci sono solo i muscoli che si contraggono, le dita che corrono sulla tastiera, che finalmente ciò che siamo emerge. Il corpo non è più quell’involucro che, sì, ci fa comunicare con l’esterno, ma che è anche una barriera, l’interprete imperfetto di ciò che ci si agita nel profondo. Diventa invece il fedele esecutore dei nostri sentimenti più profondi, in un’unione tra spirito e carne che ha qualcosa di esaltante. Controllare i propri movimenti, il proprio corpo, vuol dire riuscire ad esprimersi per davvero, vuol dire comunicare a tutti i livelli.
Chi scrive, tutto sommato, aggira il problema. Affida al corpo il minimo indispensabile del lavoro, il semplice ticchettio delle dita sulla tastiera. È l’anima che cerca una scorciatoia, che se ne esce in rivoli di parole da un corpo che per un motivo o per l’altro la vincola. Ma la comunicazione verbale ha dei limiti. Sarà per questo che sto cercando di imparare a suonare, non lo so. So che c’è un tale senso di calma e pace nelle mie dita che pizzicano le corde, una tale tranquillità nel mio corpo che scivola nell’acqua, quando nuoto. Come fare l’amore.
E insomma, sono stata lì a guardare questi corpi colti nella perfezione dei gesti, e ho pensato che a noi che scriviamo quelli son mondi preclusi, che al massimo possiamo raccontare. Però in fin dei conti ognuno ha i suoi talenti, e anche quello dell’affabulazione è un dono da non disprezzare. Tuttaltro.