Archvi dell'anno: 2008

Happy new year

In genere, non faccio i consuntivi di fine anno. Da ragazzina per me l’anno finiva con la chiusura della scuola e ricominciava a settembre, quando riapriva. I tre mesi in mezzo erano una specie di festa dei folli, che riempivo ogni volta con sensazioni diverse. A quei tempi ogni anno era diverso dall’altro, le cose erano in continuo movimento.
Anche adesso che non vado più a scuola ho comunque difficoltà a considerare questo l’ultimo giorno dell’anno. E mi tengo alla larga dal tirare le somme. Sì, ok, stamane, mentre tiravo a lucido la casa, ho pensato che è stato un anno un po’ così. Il 2007 è stato probabilmente quello davvero tosto, ma quando ti trovi in mezzo alla bufera lo spirito di sopravvivenza ti tiene a galla. Quando il pericolo passa, invece, lo stress ti cade addosso e in genere crolli. Ecco, forse il 2008 ha risentito un pochino di questo effetto. Ma le mie profonde riflessioni sull’anno che finisce, su che direzione abbia preso la mia vita e cose così s’è arrestato a questo punto.
Sento invece la magia di queste notti di attesa. L’ho sempre percepita e sempre la percepirò. Le ore che lente si consumano in preparativi che sono già festa. Pulire, spolverare, provare il vestito della festa. Il sole che cala, e brucia la skyline di roma dalla finestra del mio bagno (devo farle una foto, oggi, è uno spettacolo straordinario), gli amici che chiamano, il polpettone che rosola in forno.
Percepisco qualcosa nell’aria, un cambiamento, o solo il profumo di un’attesa, la stessa che vivevo da ragazzina la notte dell’Epifania, quando mi svegliavo un po’ prima, le orecchie tese ad ascoltare il rumore di passi, e la paura di alzarmi e sorprendere la befana in salone.
La sera della Vigilia ho avuto una lunga discussione con Giuliano su Babbo Natale. Lui diceva che è un modo per rendere magica la notte di Natale, io insistevo che invece è una crudeltà raccontare ai bambini di Babbo Natale; arriva sempre il momento in cui devi dir loro la verità, e ci restano malissimo.
Ora mi sembra di capire. La magia della notte, delle ore di riposo trascorse a vegliare in attesa di qualcosa. So che l’alba di domani non porterà altro che le facce assonnate dei miei amici, e qualche piatto da lavare. So che non ci sarà niente di diverso da oggi. Lo stesso sole, lo stesso cielo. Ma davvero importa che alla fine dell’arcobaleno ci sia la pentola piena d’oro? L’attesa il più delle volte si nutre di se stessa e in sé si pasce e si soddisfa. La vita intera è una lunga, piacevole o angosciata attesa di qualcosa. Siamo noi a riempire quelle ore di sensi che in sé non hanno, noi a creare simboli e a credere in essi. E non c’è nulla di male, è la nostra natura di uomini. Per cui, stesa sul divano di casa, attendo: che Ninna, l’Orso e Rebecca arrivino a casa, che sia ora di preparare il polpettone, che la mezzanotte porti con sé la promessa di un altro anno.

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cenone

Oggi sono andata a fare la spesa per domani sera. Confesso che mi sono sbizzarrita, specie sugli antipasti. Per altro sarà la prima volta che cucino qualcosa personalmente, ossia il mitico polpettone di mia nonna, mio cavallo di battaglia da quando ho iniziato a possedere una casa in cui invitare a cena le persone.
C’è stato un periodo in cui invitare la gente a mangiare da me mi metteva ansia. Io non sono una gran cuoca, la cucina era un buco, casa piccolina, per cui sul tavolo non ci si entrava mai. Va anche detto che alla prima cena da me organizzata, e con invitato mio suocero, preparai un risotto ai funghi in cui avevo usato lo zucchero al posto del sale. Erano anche qualcosa come due giorni che vivevo nella casa nuova.
Insomma, per un bel po’ ho avuto sempre paura che le cose andassero male: roba cucinata che faceva schifo, posti a sedere che non bastavano, gente che si annoiava. E poi c’era da pulire tutto il giorno dopo, of course.
Oggi invece mi sono divertita. Non lo so perché. Sarà la casa con una cucina degna di questo nome, sarà il tavolone gigante del soggiorno, fatto apposta per ospitare dieci persone (tanti dovremmo essere, più o meno), o l’aria di rilassatezza che queste vacanze si stanno tirando dietro. Ma sono eccitata per domani. Preparerò per bene la tavola, con la tovaglia di Natale, mi sbizzarrirò con le tartine, preparerò con cura il tagliere dei formaggi, spignatterò divertendomi, e mi sentirò una padrona di casa quanto meno passabile (spero).
Ho sempre pensato che alla fine non conta poi davvero il luogo in cui vivi, per essere felice. Che l’importante è come ti senti, se sai goderti o no la vita. Eppure questa casa sta pian piano cambiando il mio modo di vedere le cose. Ed è solo 800 metri più in là rispetto alla vecchia.

25

Natale

Il natale mi è sempre piaciuto molto. Probabilmente ha a che fare col fatto che da bambina lo apprezzi per i regali e la storia di Babbo Natale. Però la cosa mi è rimasta addosso anche adesso che sono grande. Probabilmente è il mio periodo preferito dell’anno: freddo e possibilità di esprimere la propria creatività con bigliettini di auguri, albero e presepe. Senza dimenticare capodanno, che è l’occasione per stare in santa pace con gli amici.
Ora, quest’anno non è che sia nello spirito migliore per godermi il Natale: vengo da un trasloco che non è ancora finito (siamo a quota 350 libri, ma di scatoloni ce ne sono ancora parecchi) e la casa è piena di cosine e cosone da mattere a posto in un modo o nell’altro. Eppure quest’anno mi sto godendo il Natale alla grande. Non so perché. Forse la casa nuova, così piena di spazi, così vivibile. Forse il viaggetto a Monaco, là dove il Natale è vissuto più intensamente, tra bancarelle tradizionali e freddo polare. Oppure l’aver superato almeno in parte certi casini dello scorso anno, che hanno reso quel Natale uno dei più mosci che io ricordi. Oppure, ancora, l’idea che mi si fa strada nella mente di avere una nuova vita davanti: meno presentazioni, ritmi più rilassati. Non lo so. Ma me la sono goduta.
Dalla cena della vigilia da mia suocera, con l’ultimo Natale con Babbo Natale per il mio cognatino più piccolo. Ci stavamo commuovendo un po’ tutti davanti alla lettera di commiato di Babbo Natale.
Al cardone del 25 mangiato a Benevento, una città che guardo con occhi diversi da quando ci ho ambientato il mio ultimo libro (oooops, forse questo non dovevo dirlo :P ).
Ai parenti, ai regali, agli amici, ai pomeriggi trascorsi in interminabili visioni de Il Signore degli Anelli versione estesa, al semplice ozio sul divano di casa.
Piano piano mi riapproprio di me e della mia vita, e spero in un futuro un po’ diverso, su ritmi più blandi e umani.
Intanto, oggi mi son tinta i capelli di rosso in vista di capodanno e sto pensando al menù del 31.

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Un’intervista

Salve a tutti! Siete ingrassati un paio di chili durante i pranzi degli ultimi giorni? Io stamane pesavo un po’ di più del solito, vedremo se è una cosa passeggera o mi toccherà buttar giù la ciccia. Intanto, sono andata a farmi un’oretta d’ora in piscina, tanto per rilassarmi (peccato fossimo in cinque in corsia, ma vabbeh).
Interrompo il ritiro natalizio per segnalarvi una cosa che mi ero scordata nei giorni scorsi; sul blog di Tutti i Colori del Giallo potete trovare la versione integrale della mia intervista con Luca Crovi. Basta cliccare qua.
Enjoy e buon weekend!

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Auguri!

Oggi ho avuto una giornatina che definire campale è un pallido eufemismo. Avevo dimenticato un paio di regali, e altri li avevo rimandati con la scusa che tanto con quelle persone ce li saremmo scambiati dopo Natale: risultato, stamattina non ho fatto altro che girare come un trottola a destra e a manca. Come se non bastasse, s’è scassato il bancomat, non riuscivo a prelevare, e alla mia banca c’era una fila per lo sportello che levati. Vi dico solo che il momento più rilassante, ma veramente, è stata una brevissima sessione di firma copie nella libreria sotto casa. Almeno son stata ferma e ho potuto riprendere fiato due minuti. Capirete dunque perché mi sono ridotta agli ultimi minuti per farvi gli auguri di buon Natale. Ecco dunque a voi il bigliettino di quest’anno: divertitevi, mangiate a più non posso e soprattutto rilassatevi. Io cercherò quanto meno di fare l’ultima cosa :P
Buona Natale!

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Giusto il tempo per una segnalazione

Continuo ad avere un sacco da fare, più ancora adesso che il Natale è fin troppo vicino. Forse traslocare una settimana prima delle feste non è stata una grande idea, ma vabbeh.
Tra acquisti dell’ultimo minuto (dannazione, non ho gli adattatori per le prese siemens degli elettrodomestici! Capperi, mi mancano i chiodini!), attese di corrieri che non arrivano e lezioni in palestra, mi resta solo il tempo di dirvi che stasera alle 21.30 mi potrete vedere su Rai News 24 durante Tempi Dispari. Più o meno in questo stesso periodo avevo già fatto un’intervista per quella trasmissione, ed era stata proprio una bella chiacchierata. Spero che oggi si replichi.
Per gli auguri, ci si sente domani.

31

Sto pian piano prendendo possesso della nuova casa. Fare albero e presepe, invitare gli amici per chiacchierare nel dopocena, pulire.
Un sostanziale passo per trasformare il nuovo appartamento nella mia casa l’ho fatto sabato sera. Un po’ di tempo fa mi hanno regalato questo. A parte la bellezza dell’oggetto in sé, ha una qualità audio straordinaria per un compatto. L’ho messo in camera da letto, sul comò.
Sabato sera Giuliano era andato a prendere un po’ di roba a casa vecchia, e io ero sola. Così ho fatto una cosa che non facevo da almeno tre anni. Mi sono chiusa in camera, ho spento tutte le luci, e ho lasciato che la musica andasse. Venti minuti immersa tra le note, dimentica di qualsiasi cosa non fosse il battito potente della batteria, l’urlo della chitarra elettrica, e la voce di Matt Bellamy, of course.
Ho ritrovato una dimensione che avevo completamente perduto. Ho ritrovato il piacere di concedersi del tempo, di stare stesa sul letto e lasciare che i pensieri fluiscano liberi, che le immagini emergano pure alla coscienza.
Ed è stato lì, mentre ero stesa sul letto a braccia aperte e intorno a me non c’era altro che musica, che ho capito che in quella casa sarò felice.

P.S.
Oggi si parla di me su Il Giornale, qui e qui. Si tratta di un estratto di un’intervista più lunga che dovrebbe essere pubblicata domani. Provvederò a segnalarvelo.

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Pagine ingiallite

Continua la mia indagine nei diari del liceo. Ho iniziato a tirare fuori la roba dagli scatoloni, ma per ovvi motivi ho dato la precedenza a vestiti e roba per la cucina. Per cui, a parte un Gaiman miracolosamente recuperato, i diari restano la mia lettura privilegiata.
Mi sto divertendo parecchio. C’erano cose che avevo completamente dimenticato. Episodi delle medie che ricordo a malapena, e soprattutto amori, travagliati o meno, che all’epoca mi riempivano le giornate.
Ovviamente, c’è la cronistoria minuto per minuto della grande passione dei miei quindici – diciotto anni. È incredibile come non riuscissi mai a parlare del mio ragazzo/miglior amico di allora senza scadere in deliri pseudoletterari; era come se non fossi in grado di parlare di lui altrimenti se non attraverso il filtro del mio desiderio di raccontare cose. Ero scrittrice già allora, dannazione.
Più immediate sono le pagine dedicate a passioni più transitorie. Il ragazzo conosciuto in vacanza, il compagno di scuola. Lì mi limitavo a un resoconto più o meno dettagliato di quel che mi accadeva, con l’evidente intento di raccogliere le idee e cercare di capire se a Tizio, Caio e Sempronio piacevo davvero o no. Premettendo che non riuscii a concludere nulla di buono con nessuno; all’epoca ero forse ancora più complessata di ora, per cui ero convinta che non sarei piaciuta mai a nessuno (fatta esclusione per il famoso amico/ragazzo/amante/nonsocomedefinirlo che ero convinta fosse l’unico che potesse pigliarmi, perché ai miei occhi era nerd quanto me), e per altro avevo anche, diciamocelo con onestà, scarsa voglia di far scontrare quei miei amori platonici con la cruda realtà. A diciassette anni non sei ancora pronta per scoprire che il ragazzo che ti piace tanto russa, si infila le dita su per il naso, o usa lo stuzzicadenti a fine pasto, ossia è una persona normale e non una specie di essere angelicato.
Innanzitutto, rileggendo ho scoperto che tutti questi brevi amori sono quelli che ricordo con più tenerezza e affetto, come il fatidico bacio che diedi una sera a un caro amico. Perché, appunto, con queste persone non avemmo mai modo di rovinare tutto stando assieme, come il 90% degli adolescenti fa quando si accoppia. Non ci furono liti, ripicche, e melodrammatiche scene madri.
Secondo, il mio occhio smaliziato coglie ora molte cose che all’epoca non capivo. Tipo che avrei potuto avere una vita sentimentale molto più allegra se avessi saputo che in genere basta far capire chiaramente ad un sedicenne che ti piace per rimediare quanto meno un paio di limonate. Rileggo certe vicende tra me e un tizio che mi piaceva e scopro che forse, fossi stata più sveglia (e magari lui più stronzo) probabilmente almeno un bacetto ce lo saremmo scambiato. E capisco anche quanto perdutamente romantica fossi; in ogni cosa mi sembrava di scorgere un’affezione particolare da parte del ragazzo che mi piaceva, e invece era semplicemente che lui ci stava provando, come i ragazzi di quell’età fanno con tutte quelle che non ritengono veramente inguardabili.
Ora, non è che io stia distruggendo i miei diciassette anni con un cinismo da donna vissuta che per altro manco mi appartiene. Soltanto guardo a quei tempi con un filo di disincanto in più, e anche con affetto, come osservassi una figlia.
Chissà che fine hanno fatto tutte queste persone. Chissà dove sta il ragazzo che mi rallegrò una settimana nell’unica estate in cui mi godetti un po’ di più il paese, e il compagno di scuola che mi faceva battere forte il cuore. Mi piacerebbe saperlo, perché in tutte quelle storie resta qualcosa di incompiuto, sebbene siano morte e sepolte. Proprio perché non condussero mai a nulla, proprio perché non ci fu contatto di pelle contro pelle restano sospese nel magnifico limbo delle cose che sarebbero potute essere. Nei miei ricordi sono eternamente cristallizzate nell’attimo in cui le ho provate, intrise di un’attesa e un’aspettativa destinate a non finire mai.
La novità è che non le rimpiango. Avevano un senso allora, quando le ho vissute. Poi ne sono venute altre, diverse, nuove, e altre ancora ne verranno. E ognuna avrà senso vissuta nel suo tempo, contestualizzata all’epoca in cui l’ho provata.

58

Una nuova tana

Salve! Sono Licia Troisi! Forse vi ricorderete di me perché un tempo avevo un blog.
Torno a voi dopo una lunga assenza perché ho traslocato. Sono due mesi che questa storia della casa mi pende sulla testa, e finalmente sono riuscita a insediarmi nella nuova magione. Mentre vi parlo, gli elettricisti nell’altra stanza stanno dando gli ultimi ritocchi.
Ieri ho dormito per la prima volta qua dentro. Mi ha fatto un effetto strano. L’odore di cuoio del divano, gli scatoloni ovunque, e un silenzio irreale. A parte le macchine che passano ogni tanto.
Stamattina, lavandomi mi sono dimenticata di pulirmi i denti, proprio come faccio quando sono in albergo. Vi spiego: a casa prima faccio colazione, poi mi lavo. In hotel no, per cui prima mi preparo per scendere al ristorante, poi torno su e mi lavo solo i denti. Evidentemente mi sento ancora un’ospite temporanea qua dentro. Il che è anche normale.
In compenso, dal bagno ho goduto stasera una splendida vista sulla campagna romana, con tanto di cupolone in vista e tramonto infuocato.
C’è molta più luce che nell’altro appartamento, e svegliarsi è un piacere. Considerate per altro che sarà un mese che a Roma piove di continuo, per cui la vista del sole, stamattina, è stata particolarmente consolante.
Ieri sera mi è preso un po’ il magone: mi mancava l’altra casa. Era piccolina e scomoda, ma aveva preso la mia forma. Era diventata una tana.
Ricordo che mi successe lo stesso quando traslocai la prima volta due anni fa. Era la prima casa vera mia e di Giuliano, era la prima volta che convivevamo a Roma, eppure mi mancava l’appartamento in cui avevo vissuto coi miei. Ricordo che la tragedia scoppiò mentre montavamo il lampadario della camera da letto. C’era un problema di qualche genere, perché c’è sempre un problema. È normale. Anormale e sproporzionata è la mia risposta a qualsiasi cosa: lacrime e scene madri. Per cui scoppiai a piangere e dissi che non riuscivo a voler bene a quella casa, che non la sentivo mia.
Ed ecco che due anni dopo invece si scopre che le volevo bene eccome, che avevo persino iniziato a sognarla (per tanti anni quando sognavo di stare a casa si trattava sempre della mia casa natale, nella quale sono vissuta per quindici anni).
Sta succedendo la stessa cosa con questo appartamento qui. Perché una casa non è automaticamente la tua casa; devi piano piano adattarla a te, e tu adattarti a lei. Ricordo che nell’antologia di lettura delle elementari c’era un brano che parlava proprio di questo. La casa come tana. Mi piaceva molto.
Per il resto, l’assenza di libri da leggere mi ha fatto riscoprire uno dei miei diari delle medie e delle superiori. Era il volume più in alto dell’unico scatolone di libri accessibile. E ho scoperto che non sono cambiata proprio per niente, da quei tempi, nonostante io fossi convinta di essere peggiorata molto. Anche allora ero insicura, ossessionata dal mio aspetto fisico e affamata di rassicurazioni da parte della gente che mi circondava. Avevo bisogno di lodi, sempre, di sapere di essere nel giusto, di essere brava. I segni di ciò che saremo ce li portiamo dentro fin dalla nascita.
Mi appresto alla seconda notte qui dentro. I lavori sono praticamente finiti, ma mancano ancora un sacco di cosine. Vedrò di arrangiarmi in ogni caso. Non ho ancora la rete, per cui non posso garantirvi che ci sentiremo nell’immediato futuro. Spero di sì. Intanto ci vedremo domani al planetario per chi ci sarà.

P.S.
A quanto pare il trasloco mi ha stancata più del dovuto: ho provveduto a correggere un po’ il post, ma sono parecchio stanca, per cui perdonate gli errori che mi siano eventualmente sfuggiti.

P.P.S.
Per l’incontro di domani al planetario, occorre la prenotazione, che può essere fatta chiamando lo 060608

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In attesa

Ok, lo confesso. Sono un pochino preoccupata. Guardo con preoccupazione al Tevere perché almeno due persone di mia conoscenza lavorano da quelle parti. Ma mi angoscia anche l’Aniene, che sta dietro casa e ha già straripato. Un’ora fa hanno chiuso una strada che faccio tutte le mattine per andare a lavoro. Ho ancora un’alternativa per uscire dal quartiere, e spero che non chiudano anche quella. E poi mi domando: ma domattina riuscirò ad arrivare a Termini? E se ci arrivo, riuscirò a prendere il treno per Milano? Lo scopriremo solo vivendo.

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