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31
gennaio 2008

Il carnevale è sempre stata una delle mie feste preferite. Una volta che ero malata, e quindi impossibilitata ad andare in giro per le strade in maschera, mia madre me lo fece festeggiare in casa, con tanto di coriandoli e stelle filanti che si infilarono ovunque. Ora che ho anch’io una casa cui badare, la sola idea mi mette i brividi.
Ricordo che spesso andavamo a Frascati la domenica, e lì era pieno di gente in maschera, adulti e bambini, e c’erano sfilate coi carri allegorici. La piazza si riempiva completamente di coriandoli e io letteralmente impazzivo.
Poi uno cresce. Nel 1990 niente Carnevale a Frascati; era l’anno della Prima Guerra del Golfo e per qualche ragione pareva brutto festeggiare  (tradendo il senso della festa, per altro, che è proprio quello di far trionfare la vita e la follia sul grigiore e la morte, ma vabbeh). Da allora a Frascati il carnevale non fu mai più lo stesso, anche se ogni tanto provarono a resuscitarlo. Poi c’era l’anno che mia madre stava male, e io iniziai a vergognarmi di andare in giro in maschera. E poi pian piano non l’ho più festeggiato. Ho iniziato a guardare con invidia le sfilate dei ragazzini delle scuole chiedendomi perchè poi uno alla fine debba crescere e debba smettere di divertirsi.
L’ultimo carnevale che ho festeggiato è stato se non erro nel ‘98; andammo con le mie compagne di classe ad una festa in un pub, lo stesso dove poi ho festeggiato i diciotto anni. Ero vestita da mafioso, col addosso il vestito di nozze del mio babbo.
Ogni anno mi dico che vorrei festeggiarlo, ogni anno poi non se ne fa niente.
È una festa che sa di antico, di ancestrale. Un’ulteriore tappa che segna lo scorrere di un tempo che una volte era legato per davvero all’alternarsi delle stagioni. Mangiare a Carnevale, fritti e roba pesante, per riempirsi la pancia prima della Quaresima. E sapevi che un altro anno era iniziato, che l’inverno era agli sgoccioli, la primavera prossima. E questo senso di follia generale, che ormai abbiamo probabilmente perso da tempo. Il popolo che per qualche giorno si prende la sua rivincita sulla morte e sul potere, e può sognare un mondo alla rovescia, dopo la fame non esiste e piove formaggio, dove anche la morte e la malattia le puoi beffare con una risata. C’è tanta vita, violenta e grottesca, quasi inquietante nel suo slancio, a Carnevale.
Ho quasi pensato di provare a fare due tenaglie, oggi. Sono un dolce di giù, una specie di frittelline che vanno mangiate tassativamente calde, in modo che mantengano la croccantezza esterna e la morbidezza fragrante della pasta interna. Poi penso che finisce che ingrasso, e allora niente. Pensa a lavorare, piuttosto.
Però mi ricordo quell’anno che mi vestii da Pierrot, e il mio amico pittore mi truccò, disegnandomi per altro una bellissima lacrima azzurra su una guancia, una lacrima fatta con le tempere. E con le tempere finte di Artrage, e la penna della mia tavoletta, disegno il Pierrot di quei giorni.

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30
gennaio 2008

Beh, tutto sommato è stata indolore, no? Ho ancora tre etti di palta sulla faccia; per sembrare umana ho sempre bisogno di chili di stucco :P .
Meraviglioso anche l’occhio a mezz’asta, ma, capitemi, non sono abituata a svegliarmi alle 6.00. Considerate anche che ieri mattina mi son svegliata alle 7.00 per il congresso. E tenete anche presente che stamattina mi son persa.
Traffico non ce n’era, per cui sono giunta in prossimità della meta alle 7.15 (l’appuntamento era per le 8.00), giusto in tempo per vedere l’uscita per Saxa Rubra che mi sfilava davanti agli occhi senza che io la imboccassi. Cazzo.
Ok, esco all’uscita dopo. Uscita, inversione, si ripiglia il Raccordo. Cerco l’uscita. Non c’è. Ari-cazzo. Di nuovo uscita, inversione. Cammino. Cammino. Cammino. Inchiodo. Per Saxa Rubra c’è solo un cartellino micro. Prendo la Flaminia. Seguo i cartelli Rai. Non so esattamente cosa accade, ma ritorno sulla Flaminia. Mi son persa. E mi parte la lacrima. Cioè, quasi. Sono sola, alle 7.30, dietro di me l’alba è di un acido color giallino, ho paura dell’intervista e ho pure una riunione in osservatorio alle 10.00, dall’altro lato di Roma. Lo sapete, poi la storia finisce bene (e alla riunione sono arrivata in tempo, nonstante mi sia persa anche al ritorno :P ).
Per il resto, è divertente farsi truccare e piacevole scambiare due chiacchiere mentre lo fai, e il mondo della televisione è allucinante e divertente. Insomma, questa tre giorni è stata una bella esperienza; ho imparato parecchie cose, è stato divertente e utile. Devo davvero ringraziare la senatrice Serafini, che per altro è anche una persona molto interessante, e il dottor Salerno per l’opportunità. Adesso però devo dormire :P

P.S.
Mia madre dice che guardo sempre in camera. La verità è che sotto la camera passavano tutti i lucidi con i dati, e io li leggevo. Invece Giuliano dice che non rido. Già è tanto che non piango, visto il sonno :P

29
gennaio 2008

Sono decisamente stravolta. Cinque ore di seminario, per quanto molto interessante, esauriscono, due ore di viaggio per andare e tornare non aiutano e la sveglia alle 7.00 ha fatto il resto. Però questo meeting è stato decisamente una bella esperienza, anche se il mio intervento è durato cinque minuti invece di quindici, dato che ho parlato a manetta completamente preda dell’agitazione (sono tornata ai lieti tempi dell’università; l’ultima volta che mi sono sentita così è stata quando ho dato evoluzione stellare).
Un enorme grazie a Pamela, Jessica e Luca (spero di ricordare bene i nomi) che son venuti a sentirmi, ad Alessandra che è venuta a salutarmi, e alla Commissione Parlamentare per l’Infanzia per l’invito e l’opportunità.

28
gennaio 2008

Tra i vari regali che ho ricevuto per Natale c’è stata la serie completa di Lovely Sara. Molti di voi sono giovincelli, e forse non se la ricordano, ma ogni tanto la rimandano in onda. Quand’ero bambina io la adoravo. Assieme a L’Incantevole Creamy era il mio cartone animato preferito. Non so esattamente cosa mi piacesse così tanto: di sicuro l’ambientazione inglese, che mi ricordava i libri che leggevo allora (e infatti il cartone è tratto da un libro di una scrittrice inglese). E poi…poi non lo so. Il sottogenere è quello “crudeltà sui minori”, cui appartenevano Oliver Twist, Senza Famiglia, I Miserabili…Un filone proficuo nell’800, quando maltrattavano i ragazzini ma poi piangevano sul loro triste destino. Non che oggi sia molto diverso…Ma Lovely Sara è importante soprattutto perchè è stato il mio primo impulso a scrivere, quindi prendetevela con Hogdson Burnett. Sulla scia dell’emozione per il cartone scrissi a otto anni, mentre ero bloccata al paese di mia nonna per una nevicata clamorosa, Sindy e Mindy, il mio primo “libro”.
Comunque, in questi giori ho rivisto tutte le 46 puntate. E mi è piaciuto tanto. Forse riuscivo a cogliere già da ragazzina tutte quelle finezze di cui son diventata consapevole solo ora. Il disegno e l’animazione accurate per il periodo, la musica deliziosa, la cura per i particolari (i bimbi che si muovono come bimbi, l’adorabile Cesare, la vita di tutti i giorni dei poveri di Londra rappresentata in modo vivido e realistico). Mi sono infervorata, ho fatto il tifo per l’impalamento prematuro di quella stronza di Lavinia, o rimproverato l’eccessiva ignavia di Margherita, ho dato del coglione a Mr. Carrisford che non capisce che Sara è la figlia dell’amico morto se non quando la cosa è assolutamente evidente.
Ho tratto persino un insegnamento dal cartone, il che, considerando che è tratto da un classico per l’infanzia, in effetti è una cosa abbastanza ovvia. Sara si trova ad affrontare una situazione che tutti fronteggiamo nella nostra vita: è afflitta dalla meschinità della gente. Certo, le sue vicende sono portate all’eccesso, e la maggior parte di noi non viene mandata al mercato da una zitella inacidita sotto il temporale senza ombrello e con le scarpe rotte. Però, se uno guarda oltre la metafora, Sara se la vede con la gente meschina. E vince. Perchè? Ce lo dice Lavinia, in uno dei pezzi più belli del cartone: Sara sta in una situazione disperata, eppure non si piega ed è serena. Vince sui suoi nemici perchè non perde la dignità, e soprattutto non si fa abbattere dai loro soprusi.
Ho sempre pensato che contro l’imbecillità della gente non ci sia rimedio. Mettersi a parlare con un imbecille è una dannosa perdita di tempo; quello vive in un mondo in cui la logica funziona solo per dargli sempre ragione. Cercare di fargli cambiare idea è inutile. Ecco, Sara propone la sua risposta: se la gente di odia e ti disprezza, fregatene. Ignorali. Non farti abbattere. Vai per la tua strada, fai quel che devi. È lo sgarbo più grande che puoi far loro. Non piegarti.
Poi c’è tutta la storia dell’inutilità della vendetta, e un sottotesto decisamente cristiano (giusto Gesù Cristo può essere così condiscendente verso i propri nemici, dai…), e la critica alla situazione dei minori dell’Inghilterra dell’800. Ma a me ha colpito quel messaggio lì. Che ovviamente non sarò mai in grado di mettere in pratica :P
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27
gennaio 2008

…soprattutto adesso che l’ho accoppiata a ArtRage. Se questa tavoletta me l’avessero regalata qualcosa come quindici anni fa mi sa che avrei smesso di scrivere :P

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