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3
gennaio 2008

Innanzitutto, due precisazioni:
a) sono molto indietro a rispondere alla mail. Ma proprio un sacco. Cercherò di mettermici su il prima possibile, non disperate. Intanto scusatemi
b) noto che c’è stato un fraintendimento rispetto al post di ieri. Il “non scrivo” si riferiva al fatto che al momento non ho niente da scrivere. Sto mettendo a posto le idee per la nuova trilogia, ergo non ho nulla da scrivere. Potrei anche mettermi lì e buttare giù quelle tre o quattro scene che ho già in testa, ma francamente sarebbe inutile: fa parte del mio modus operandi non scrivere prima di aver avuto bene in mente la storia. Quindi non vi preoccupate, sto semplicemente facendo mente locale. Veniamo invece al post.

Fare lo scrittore ha molti lati interessanti: uno di questi è che è hai visibilità, per questo riallacciare i contatti con persone che non sentivi da molto è più facile. La gente ti vede in libreria, si ricorda di te, ti cerca su internet e ti scrive. Mi è capitato spesso, di recente. Tra le mail in attesa di risposta c’è quella di una mia amica dei tempi delle medie, ora sposata con una bimba e un altro pupo in arrivo.
È stato più o meno così che l’altra sera ho telefonato alla mia professoressa di lettere del ginnasio. Il tramite è stata Mary, che le ha parlato di me.
Non ricordo esattamente quando è stata l’ultima volta che ho visto la mia professoressa. A scuola ci manco da una vita. I primi tempi dell’università qualche volta ci passavo, poi i bidelli hanno iniziato a non riconoscermi più, entrare era diventato difficile, e allora ho smesso. Poi il lavoro, il tempo, sapete come va…e quindi niente, sono quasi dieci anni che non metto piede al Kant. Ma a volte ci pensavo, tipo sogno. Quando andavo al ginnasio facevamo gli incontri con l’autore: leggevamo dei libri e poi l’autore veniva a scuola da noi. Ricordo Elio Pecora, Eugenia Tantucci, Francesca Sanvitale. E allora pensavo che forse un giorno sarei potuta andarci anch’io al Kant a fare una presentazione. Tornare sul luogo del delitto. E la cosa aveva un sapore particolare nella mia fantasia: andare lì, dove avevo studiato, dall’altra parte della barricata, da ragazzi che nella mia immaginazione sono come me alla loro età. E poi pensavo alla mia professoressa di latino e greco del ginnasio. Mi chiedevo se avesse visto i miei libri, cosa ne pensasse. Lei appartiene a quella categoria che nella mia mente va sotto il nome di “Grandi Maestri”: quelle figure che un po’ tutti abbiamo incontrato, quelle persone senza le quali ci mancherebbe un pezzo, che hanno fatto di noi le persone che siamo. Gli Ido della nostra storia.
Le devo un sacco di cose. Il teatro, ad esempio (era lei che ci faceva fare l’abbonamento studenti per l’Argetina), la scoperta della letteratura contemporanea (prima di lei leggevo solo i libri della biblioteca dei miei, per lo più i romanzi dell’800), la mia avventura come rappresentate italiana al Forum Internazionale della Gioventù della FAO, una buona parte delle mie idee tendenti new global circa il mondo, i rapporti di forza, la pace e l’economia. Probabilmente le devo anche una buona fetta della mia scrittura. Appena arrivata al ginnasio ci diede un tema: parlare di un fatto di cronaca. Io, che al liceo ci ero arrivata convinta di essere chissà che gran figa, me ne uscii col commento di una lite in parlamento, durante la quale due deputati erano venuti alle mani. Ora magari voi ci sarete abituati a cose del genere, ma all’epoca la politica era ammantata di un’aura un pochino (ma giusto un po’, eravamo pur sempre italiani anche allora) più sacrale. Presi 6,5. Pianto e stridore di denti. Sapete come sono fatta.
“Faccio schifo, non mi riuscirò a diplomare mai, andavo bene alle medie perchè era facile, ma il classico è troppo difficile per me”. È fantastico vedere come in tredici anni non sono cambiata di una virgola, anzi semmai sono peggiorata. Vabbeh.
Ma lei mi spiegò che ero stata superficiale e banale.
Ci misi tutti e due gli anni del ginnasio per prendere 9. E quel tema con cui lo presi me lo ricordo ancora. Ancora una volta “Parla di un fatto di cronaca”. Parlai di un tizio che sul 64, a Roma, aveva spezzato i polsi di una bambina rom di dieci anni sorpresa a rubare. Me lo fece leggere alla classe, il tema. E io ero orgogliosa, perchè ce l’avevo fatta.
Ci siamo risentite venerdì sera. Un’ora e un quarto al telefono. Era tutto come dieci anni fa e tutto diverso. Io resto sempre la studentessa, perchè coi professori che hai amato, che ti hanno davvero dato qualcosa, succede così: non puoi fare a meno di chiamarli Professore, e trattarli con la stessa deferenza di allora, come se dovessero ancora metterti un voto. E un voto forse te lo aspetti. Sulla tua vita, sugli anni che hai vissuto senza di loro. Ma è anche diverso. Perchè in qualche modo c’era qualcosa nel modo in cui parlavo, in cui le dicevo del mio lavoro e di mio marito, che segnava la distanza che ora intercorre tra noi: dieci anni di vita.
Dipendo ancora dal suo giudizio. Quando Mary mi ha detto che voleva sentirmi ho subito pensato “cosa dirà dei miei libri? Le piaceranno? L’avrò resa orgogliosa del suo lavoro con me oppure pensarà che non ho saputo mettere a frutto i suoi insegnamenti?”. E anche al telefono, quando mi diceva che a breve leggerà quel che scrivo, avevo i brividi giù per la schiena. Quel misto di desiderio e paura da compito in classe. Perchè se sei andata bene è un bell’8 gratificante, ma se sei andata male sarà 6, e i soliti pianti.
Mi ha fatto piacere sentirla, e parlare della ragazzina che ero. Le difficoltà della mia classe, le mie difficoltà, i miei genitori, il latino, il greco. E poi la scuola adesso, i nuovi ragazzi, e i vecchi professori, anche.
Andrò a scuola la settimana prossima. Una mattina me la posso prendere per andarla a trovare nel mio vecchio liceo. Percorrerò la stessa strada di allora, con una macchina mia e la fede al dito. Ma l’emozione mntre varco la porta sarà la stessa di allora. La cattedra dove aspettavo C. tutte le mattine, con i miei jeans e le maglie larghe per nascondere le forme, l’aula che avevamo riempito di poster, la bacheca dove appendevo le poesie per C., l’androne dove durante un’occupazione qualcuno accese un falò, facendo un bel buco nero sul linoleum del pavimento.
Spero che i miei libri le piaceranno, forse un giorno sarò seduta davvero in aula magna, quella dedicata ad un mio compagno che morì in un incidente poco dopo il diploma, e davanti a me ci sarà il ginnasio. Ma voglio che sia solo se lei penserà davvero che quel che scrivo vale, e so che sarà solo sotto questa condizione.
Intanto forse ho qualcosa da imparare da quel passato: quella gioia di vivere che hai solo a sedici anni, e che ti soffoca e fa splendere tutto, e quel po’ di autostima che allora avevo, e che adesso mi è scivolata via dalle mani.

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