Archivi del giorno: 8 gennaio 2008

Sul luogo del delitto

Lungo la strada sono stata lì inchiodata a controllare tutti i particolari, anche se non è certo la prima volta che la faccio da allora. A Giardinetti stanno tirando via i pioppi vicino al maneggio. Una volta presero fuoco, e io chiamai il 118. Non so cosa ci metteranno al loro posto.
Cosa c’era all’Alessandrino, prima che arrivasse il centro commerciale? Non riesco neppure a ricordarlo.
Il trenino lungo la Casilina; in terzo liceo lo prendevo spesso. Mia madre sarebbe stata lieta di accompagnarmi, ma a me faceva piacere fare un pezzo di strada coi miei compagni di classe. Villa De Sanctis, che prima era una pizzeria, e adesso, soprattutto grazie ad alcuni studenti degli anni precedenti al mio, è un parco pubblico bellissimo e molto frequentato.
E poi ho messo la freccia per girare in Via dall’Oro, e per ventura l’autoradio è partita con Eva, e io ho rivisto dopo nove anni la scuola dove ho fatto le superiori. C’è ancora il bar dove andava la gente a far sega? Il bar dove attesi anch’io un giorno piovoso d’autunno, mentre aspettavo di entrare alle seconda? C’è ancora, rosso come allora.
E poi la facciata del liceo, assolutamente identica ad allora. I prof all’ingresso a fumare una sigaretta, i motorini in mezzo a quella piazza che ricordavo molto più grande. E stavo veramente per commuovermi.
Mi sono chiesta se mi avrebbero fatta entrare, se avrei avuto problemi. Sono entrata un po’ titubante, ed era pieno di gente. Non siamo mai stati tanti nel mio liceo; il classico già allora era decisamente in calo. Adesso però il Kant è anche un linguistico, per cui gli studenti sono un migliaio e più.
Ho misurato la distanza tra i volti che ricordavo io e quelli degli studenti di allora; mi sono chiesta se li capirei, questi ragazzi che hanno, nel caso migliore, almeno nove anni meno di me. Mi sono sembrati estranei, diversi, strani. Ma noi eravamo così? Ho cercato le figure tipiche di quegli anni; il contestatore, l’attivista politico, quello svogliato ma intelligente, il coattello di destra. Non ho riconosciuto nessuno. Ho visto un paio di coppiette, alcune amiche tenersi per mano e ridacchiare.
Ho percorso i corridoi tinteggiati a nuovo, ho stentato a riconoscere la struttura della scuola, sconvolta da una serie di muri che ai miei tempi non c’erano. Quanto l’avremmo voluta noi quella macchinetta con le merendine nell’androne! Le porte dei bagni marroni, e ai miei tempi erano verdi, le mura gialle, e ai miei tempi erano per metà marroni e per metà bianche. Non c’è più la bacheca nell’androne ai vari piani; oggi non saprei più dove attaccare la poesia di Neruda dedicata a C.
E poi sono arrivati i prof. Esattamente come li ricordavo. Il prof di filosofia, quello di chimica, quella di italiano, la mia prof di lettere di cui vi ho già detto. Alcuni sono andati via, ma la maggior parte sono rimasti. E mi chiedo se io faccio loro la stessa impressione che loro fanno a me: che non sia passato un giorno da allora, che siamo rimasti uguali come se avessimo fatto un patto col demonio. Persino i discorsi non sono poi così diversi da allora, non fosse che adesso quel che pensano di me possono dirmelo senza passare per i miei genitori. Ed è bello e dolce sapere che ci sono cose che non cambiano, che restano.
Alla fine sono anche entrata in una classe. Qualcuno sapeva chi ero. La Prof gli spiegava che studentessa ero stata, e io non sapevo dove mettere mani e piedi, o anche solo dove guardare. Continua a farmi uno strano effetto quando la gente parla bene di me davanti ad altri, peggio ancora se sono ragazzi.
Ho provato a ricordare cosa pensavo io quando gli ex studenti dei miei prof venivano a scuola; ricordo vagamente che mi sembravano tutti vecchi e strani, estranei. E io a quei ragazzi avrò fatto la stessa impressione. Gli sarà venuto da ridere per il mio borsalino, o per i mezzi guanti, e si saranno chiesti da quale film io sia uscita. Mi avranno dato trenta e più anni.
“Poi lei potrebbe essere vostra sorella” ha detto la prof, e io ho sentito qualcuno che bisbigliava: “Ma quanti anni ha?”.
Per loro sono vecchia. A sedici anni i maggiori di diciotto appartengono tutti a quella categoria confusa e strana che è il mondo degli adulti, un posto in cui la vita ha colori più smorti, in cui le cose non sono solo esaltanti o deprimenti, ma vengono avanti in infinite sfumature di grigio.
Altro che sorella. Per modo di intendere la vita, di concepire il mondo, potrei essere la loro mamma.
Sono andata via dopo due ore e passa con la promessa di tornare.
Mi ha fatto bene, è stato molto bello. A volte occorre tornare indietro per capire la strada percorsa.

31