Il carnevale è sempre stata una delle mie feste preferite. Una volta che ero malata, e quindi impossibilitata ad andare in giro per le strade in maschera, mia madre me lo fece festeggiare in casa, con tanto di coriandoli e stelle filanti che si infilarono ovunque. Ora che ho anch’io una casa cui badare, la sola idea mi mette i brividi.
Ricordo che spesso andavamo a Frascati la domenica, e lì era pieno di gente in maschera, adulti e bambini, e c’erano sfilate coi carri allegorici. La piazza si riempiva completamente di coriandoli e io letteralmente impazzivo.
Poi uno cresce. Nel 1990 niente Carnevale a Frascati; era l’anno della Prima Guerra del Golfo e per qualche ragione pareva brutto festeggiare (tradendo il senso della festa, per altro, che è proprio quello di far trionfare la vita e la follia sul grigiore e la morte, ma vabbeh). Da allora a Frascati il carnevale non fu mai più lo stesso, anche se ogni tanto provarono a resuscitarlo. Poi c’era l’anno che mia madre stava male, e io iniziai a vergognarmi di andare in giro in maschera. E poi pian piano non l’ho più festeggiato. Ho iniziato a guardare con invidia le sfilate dei ragazzini delle scuole chiedendomi perchè poi uno alla fine debba crescere e debba smettere di divertirsi.
L’ultimo carnevale che ho festeggiato è stato se non erro nel ’98; andammo con le mie compagne di classe ad una festa in un pub, lo stesso dove poi ho festeggiato i diciotto anni. Ero vestita da mafioso, col addosso il vestito di nozze del mio babbo.
Ogni anno mi dico che vorrei festeggiarlo, ogni anno poi non se ne fa niente.
È una festa che sa di antico, di ancestrale. Un’ulteriore tappa che segna lo scorrere di un tempo che una volte era legato per davvero all’alternarsi delle stagioni. Mangiare a Carnevale, fritti e roba pesante, per riempirsi la pancia prima della Quaresima. E sapevi che un altro anno era iniziato, che l’inverno era agli sgoccioli, la primavera prossima. E questo senso di follia generale, che ormai abbiamo probabilmente perso da tempo. Il popolo che per qualche giorno si prende la sua rivincita sulla morte e sul potere, e può sognare un mondo alla rovescia, dopo la fame non esiste e piove formaggio, dove anche la morte e la malattia le puoi beffare con una risata. C’è tanta vita, violenta e grottesca, quasi inquietante nel suo slancio, a Carnevale.
Ho quasi pensato di provare a fare due tenaglie, oggi. Sono un dolce di giù, una specie di frittelline che vanno mangiate tassativamente calde, in modo che mantengano la croccantezza esterna e la morbidezza fragrante della pasta interna. Poi penso che finisce che ingrasso, e allora niente. Pensa a lavorare, piuttosto.
Però mi ricordo quell’anno che mi vestii da Pierrot, e il mio amico pittore mi truccò, disegnandomi per altro una bellissima lacrima azzurra su una guancia, una lacrima fatta con le tempere. E con le tempere finte di Artrage, e la penna della mia tavoletta, disegno il Pierrot di quei giorni.
