Archivi del giorno: 8 febbraio 2008

Le grandi fatiche di ieri

Ieri sono tornata a nuotare in piscina dopo…dopo…non ricordo neppure quando è stata l’ultima volta che l’ho fatto. Almeno un anno e mezzo, perchè la prima volta che ho nuotato di nuovo dopo la dieta è stato a Cefalù quest’estate.
Da bambina ho nuotato per molti anni. Era una cosa che mi riusciva anche piuttosto bene, e mi piaceva un sacco. Ma non si può fare tutto nella vita, per cui è una delle varie passioni che ho dovuto più o meno abbandonare. Ma adesso sono iscritta a questo fantastico centro sportivo che ha anche una bella piscina, per cui perchè non provare? Per altro durante l’ultima lezione in plaestra ho preso una contrattura ad una coscia. Così, ieri, invece del total body ho optato per la piscina, che è una cosa più soft. O meglio, meno violenta, concentrata più sullo sforzo prolungato che sullo scatto.
È stato fantastico. È stata la prima volta in cui ho veramente apprezzato gli effetti della dieta. Prima dopo due vasche a stile libro dovevo fermarmi a prendere fiato. Adesso ne ho fatte sette di seguito, e mi sono fermata solo per non spingere troppo. Per il resto però ero davvero invasata. Rana, gambe rana, dorso, braccia dorso, gambe stile…non mi fermavo più. Ho fatto sessantadue vasche, ma sarei andata avanti ancora, solo che poi oggi mi avreste raccolta col cucchiaino.
Adoro nuotare. Solo in acqua mi sento per una volta coordinata, e il mio corpo fa esattamente quello che gli chiedo. In acqua sono nel mio elemento, scivolo, fendo il flusso, lo taglio e lo padroneggio. E poi quella piscina è fantastica; praticamente è nera, con le linee di corsia in mattonelle azzurro chiaro. Per cui ti muovi in questo blu scurissimo, mentre i tubi in acciaio sul soffitto ogni tanto ti rimandano l’immagine deformata del tuo corpo che si muove nell’acqua. Vorrei una piscina col tetto a specchio, per guardarmi mentre faccio dorso, per vedere l’acqua che si apre mentre passo e le braccia che pompano tese sotto il filo della superficie.
Voglio tornarci. Magari una domenica. Anche se poi dopo sono sfinita. Ma è una stanchezza diversa da quella della palestra. Non senti l’acido lattico nei muscoli che hai usato; senti un torpore diffuso e generalizzato, la stanchezza buona di chi ha lavorato bene e con divertimento. Peccato che sia un’attività dispendiosa in termini di tempo…

Yep, ieri ho fatto gli strufoli. Proprio questi qua. Sarebbero un dolce di Carnevale, almeno al paese di mia madre (a Napoli sono dolci natalizi), ma mica ci possiamo fare niente se il compleanno di mia madre è caduto in Quaresima…
Gli strufoli sono buonissimi, ma sono una di quelle cose che per farla devi disdire ogni appuntamento per la giornata. Quei classici lavori antichi, da donna dei tempi andati, quando la vita aveva dei ritmi completamente diversi e c’era il piacere di metterci tre giorni a fare un ragù degno di questo nome. In tutto io c’ho messo tre ore. No, perchè va detto che farli è veramente un lavoro da carcerati. Uno di quei lavori che ti inducono alla riflessione mistica, e che richiedono la pazienza dei santi. Prima fai l’impasto, e lì per fortuna hai il santo robot da cucina che viene in tuo soccorso. Poi viene la parte da lavori forzati; devi dividere la palla di pasta in tanti pezzettini, tirarne fuori a mano dei tondini il più sottili possibile, e da questi tondini tagliare delle palline di pasta, gli strufoli, appunto. Un’ora e mezza di certosino lavoro rigorosamente in piedi, mentre le pallette iniziano ad invaderti casa, e devi tirar fuori piatti da ogni dove per disporli in modo che non si appiccichino l’uno all’altro. Per altro avevo i tecnici della Fastweb in casa, che suppongo si siano chiesti caspio stessi facendo. Mi guardavano un po’ straniti, mentre mi ergevo tra cumuli di pallette di pasta.
Comunque. Fatte le pallette il peggio è (quasi) passato. Ora si tratta di friggerle. Poche per volta, mi raccomando, e girandole di continuo. Il fatto è che alla terza infornata l’olio inizia a fare la schiuma, e le pallette non le vedi più. È un dramma, perchè non capisci il grado di cottura. Ovviamente, in questa fase l’odore di fritto ti entra dentro e ti accompagna poi per il resto della giornata. Se ne sono andati tre quarti d’ora per friggerli tutti, mannaggia a loro. Ma a questo punto è quasi fatta. Devi solo preparare il miele. Ma nel miele ci vanno le buccette d’arancia, e voi lo sapete quanto straziante è trasformare la buccia di un’arancia in un centinaio di striscette larghe un millimetro e lunghe tre? Penso possiate immaginarvelo. In sottofondo Full Metal Alchemist cercava di tenermi alto il morale.
Poi niente, metti miele, arance e zucchero nella pentola, fai bollire e ci butti dentro gli strufoli. Alla fine ero sfinita e puzzavo di fritto in modo inverecondo. Però a sera ho avuto quanto meno la soddisfazione di sapere che erano buoni, i maledetti. Belli croccanti e con la giusta dose di miele. Poi però son caduta in letargo sul divano mentre attendevo il ritorno del consorte.

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