Milano
Ho capito che il mio amore per un luogo ha molto poco a che fare col suo aspetto e con le sue caratteristiche. Della vita ho una visione completamente interiorizzata; gioisco per una cosa bella solo se sono già felice di mio, mi deprimo per una cosa brutta se sono nella condizione psicofisica giusta. Così, io amo Milano. Ma non credo c’entrino molto l’aspetto dei suoi palazzi, i navigli o il duomo. C’entra che per me Milano sarà sempre Ninna e Mondadori. Arrivo col treno in Centrale e sento già Rebecca che ride, poso le valige in albergo e già respiro aria di libri ed editoria.
E quindi alla sera ti ritrovi ad una cena di lavoro, che finisce che il lavoro lo senti quasi solo come pretesto per stare in compagnia, finché non scivoli a piedi scalzi sul parquet di una casa amica, mezzo dito di whiskey giapponese in un bicchiere e la tua dose di Lost settimanale in compagnia.
Mi piacerebbe vivere a Milano, come ho detto venerdì? Forse sì, forse no. Finché Ninna sarà lì e la Mondadori anche, probabilmente sì. Ma poi l’abitudine getterebbe una patina anche su questo amore, come sulla fugace infatuazione per Roma, dieci anni fa. Sono le persone che mi fanno amare le cose.
Un vestito da sposa
Nella mia compagnia sono stata la prima a convolare a giuste nozze, per cui finora avevo partecipato solo alla scelta del mio vestito da sposa. Devo dire che cercare quello di un’altra per certi versi è anche più commovente. Nel senso, non sei tu, e quindi hai tutto il tempo di farti passare davanti agli occhi lucidi tutti i ricordi di vita assieme. Il divano della casa a Roma, le serate sul balcone, il Casolare della Paura, i pianti che ti sei fatta quando lei è andata a Lodi, e che non le hai mai confessato. L’amica della sposa è un bel ruolo, devo dire. E per ora sono l’unica ad aver visto il vestito, tiè
Una biblioteca
Quella di Torre Boldone, dove ho fatto una presentazione sabato pomeriggio. Una presentazione piacevole e interessante, rilassata, ma non per questo povera in contenuti, anzi. Niente, le mie migliori presentazioni sono quelle che coinvolgono i miei lettori principe, quelli tra i tredici e i venti. Non che abbia qualcosa contro gli adulti. È solo che quando cresci perdi la spregiudicatezza dell’adolescenza, quando se hai una cosa da dire la dici, e te ne frega poco di domandarti se sia opportuna o meno. E non hai schermi, le etichette ti fanno venire l’orticaria e le cose le giudichi con molta più immediatezza. Solo un ragazzo poteva farmi notare con naturalezza che Dubhe condivide un passato simile a quello di Patroclo. Un ragazzo non parla mai per dimostrare qualcosa a qualcuno: un ragazzo parla per conversare davvero.
Poi potrei dilungarmi sulla fantastica cena con Viovyb, i suoi genitori e Valberici, avvolta in una splendida atmosfera conviviale. Val è un grande, e Viovyb è fantastica, ma chiunque di voi abbia avuto il piacere di leggerli dovrebbe averlo capito da solo. È valsa la pena pubblicare e passare attraverso le solite forche caudine di insulti et similia anche solo per conoscere gente come loro, che ti fa credere che sotto sotto questo mondo non è poi tanto male.
Il ritorno sulla scena del crimine
Oggi sono andata a fare una presentazione nel mio vecchio liceo, il Kant. Come mi sentissi, se mi conoscete anche solo un po’, dovreste immaginarlo. Poche volte sono stata così emozionata per una presentazione. È che io entro nel Kant e torno subito studentessa, non c’è niente da fare. Lì sono per sempre una quindicenne che si veste con le magliette XL e si interessa di globalizzazione e rapporti sud-nord del mondo.
Stare dall’altro lato della scrivania, davanti ai ragazzi, era in qualche modo innaturale. Avevo l’ossessione di dir loro qualcosa di davvero significativo, qualcosa che non sapessero, e mostrargli che il futuro è a portata delle mani di tutti. Che se a me è andata bene, a loro può andare meglio.
Credo sia andata bene. Molte domande, tutte interessanti. Ho avuto modo di dire un sacco di cose, e persino di rispolverare antiche memorie liceali. La mia partecipazione al Foro Mondiale della Gioventù, a quindici anni, una delle esperienze più belle della mia vita, o la visione, ad appena undici anni di distanza, io Io Noi Loro, un cortometraggio che producemmo in primo liceo. Io avevo la coda e una quarta abbondante, e serissima compitavo
Impara quel che è più semplice!
Per quelli il cui tempo è venuto,
non è mai troppo tardi!
Impara l’abc; non basta, ma imparalo!
E non ti venga a noia!
Comincia! Devi saper tutto, tu!
Tu devi prendere il potere.
da “Lode dell’Imparare” di Brecht. Avevo scritto il monologo del Ragazzo Ombra, leggendomi libri e libri sui menos de rua, cercando il difficile equilibrio tra la forza della denuncia e il patetismo di una storia tragica. E noi tutti del I B, ragazzini seri, che tutti assieme recitiamo brani da “I Bambini Giaguaro” di Marcia Teophilo. Ci credevamo, e penso che ci crediamo ancora. Ci sono fuochi che non si spengono mai.
È stato bello. Per me, quanto meno. Spero anche per i ragazzi, e per i prof. Spero siano stati almeno un pochino orgogliosi di me, solo un poco. Io ci provo, ce la metto tutta, non che basti, ma è certo meglio di niente. Spero resti qualcosa delle mie parole; l’amore per la lettura, quanto meno. Chissà.