Archivi del mese: febbraio 2008

Ripensamenti

Avevo scritto un post, stamane. Poi sono uscita per una riunione, poi la riunione è diventata una giornata di lavoro, poi ho parlato anche un po’ del mio lavoro di scrittrice, poi…Poi niente, mi sono seduta, ho riletto quel che avevo scritto, e ho letto altra roba su internet. E a quel punto ho capito che oggi si poteva fare a meno. Che la coerenza, che in genere ritengo un valore un po’ sopravvalutato, a volte è una cosa che va perseguita con pervicacia.
Per cui, preparatevi, che domani vi parlo di cinema d’antan (se trovo tempo, eh? Sennò in futuro)

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Quattro giorni vissuti pericolosamente (ovvero di quando sono salita a Milano, andata a Bergamo, e ridiscesa alla mia vecchia scuola superiore)

Milano
Ho capito che il mio amore per un luogo ha molto poco a che fare col suo aspetto e con le sue caratteristiche. Della vita ho una visione completamente interiorizzata; gioisco per una cosa bella solo se sono già felice di mio, mi deprimo per una cosa brutta se sono nella condizione psicofisica giusta. Così, io amo Milano. Ma non credo c’entrino molto l’aspetto dei suoi palazzi, i navigli o il duomo. C’entra che per me Milano sarà sempre Ninna e Mondadori. Arrivo col treno in Centrale e sento già Rebecca che ride, poso le valige in albergo e già respiro aria di libri ed editoria.
E quindi alla sera ti ritrovi ad una cena di lavoro, che finisce che il lavoro lo senti quasi solo come pretesto per stare in compagnia, finché non scivoli a piedi scalzi sul parquet di una casa amica, mezzo dito di whiskey giapponese in un bicchiere e la tua dose di Lost settimanale in compagnia.
Mi piacerebbe vivere a Milano, come ho detto venerdì? Forse sì, forse no. Finché Ninna sarà lì e la Mondadori anche, probabilmente sì. Ma poi l’abitudine getterebbe una patina anche su questo amore, come sulla fugace infatuazione per Roma, dieci anni fa. Sono le persone che mi fanno amare le cose.
Un vestito da sposa
Nella mia compagnia sono stata la prima a convolare a giuste nozze, per cui finora avevo partecipato solo alla scelta del mio vestito da sposa. Devo dire che cercare quello di un’altra per certi versi è anche più commovente. Nel senso, non sei tu, e quindi hai tutto il tempo di farti passare davanti agli occhi lucidi tutti i ricordi di vita assieme. Il divano della casa a Roma, le serate sul balcone, il Casolare della Paura, i pianti che ti sei fatta quando lei è andata a Lodi, e che non le hai mai confessato. L’amica della sposa è un bel ruolo, devo dire. E per ora sono l’unica ad aver visto il vestito, tiè :P

Una biblioteca
Quella di Torre Boldone, dove ho fatto una presentazione sabato pomeriggio. Una presentazione piacevole e interessante, rilassata, ma non per questo povera in contenuti, anzi. Niente, le mie migliori presentazioni sono quelle che coinvolgono i miei lettori principe, quelli tra i tredici e i venti. Non che abbia qualcosa contro gli adulti. È solo che quando cresci perdi la spregiudicatezza dell’adolescenza, quando se hai una cosa da dire la dici, e te ne frega poco di domandarti se sia opportuna o meno. E non hai schermi, le etichette ti fanno venire l’orticaria e le cose le giudichi con molta più immediatezza. Solo un ragazzo poteva farmi notare con naturalezza che Dubhe condivide un passato simile a quello di Patroclo. Un ragazzo non parla mai per dimostrare qualcosa a qualcuno: un ragazzo parla per conversare davvero.
Poi potrei dilungarmi sulla fantastica cena con Viovyb, i suoi genitori e Valberici, avvolta in una splendida atmosfera conviviale. Val è un grande, e Viovyb è fantastica, ma chiunque di voi abbia avuto il piacere di leggerli dovrebbe averlo capito da solo. È valsa la pena pubblicare e passare attraverso le solite forche caudine di insulti et similia anche solo per conoscere gente come loro, che ti fa credere che sotto sotto questo mondo non è poi tanto male.

Il ritorno sulla scena del crimine
Oggi sono andata a fare una presentazione nel mio vecchio liceo, il Kant. Come mi sentissi, se mi conoscete anche solo un po’, dovreste immaginarlo. Poche volte sono stata così emozionata per una presentazione. È che io entro nel Kant e torno subito studentessa, non c’è niente da fare. Lì sono per sempre una quindicenne che si veste con le magliette XL e si interessa di globalizzazione e rapporti sud-nord del mondo.
Stare dall’altro lato della scrivania, davanti ai ragazzi, era in qualche modo innaturale. Avevo l’ossessione di dir loro qualcosa di davvero significativo, qualcosa che non sapessero, e mostrargli che il futuro è a portata delle mani di tutti. Che se a me è andata bene, a loro può andare meglio.
Credo sia andata bene. Molte domande, tutte interessanti. Ho avuto modo di dire un sacco di cose, e persino di rispolverare antiche memorie liceali. La mia partecipazione al Foro Mondiale della Gioventù, a quindici anni, una delle esperienze più belle della mia vita, o la visione, ad appena undici anni di distanza, io Io Noi Loro, un cortometraggio che producemmo in primo liceo. Io avevo la coda e una quarta abbondante, e serissima compitavo

Impara quel che è più semplice!
Per quelli il cui tempo è venuto,
non è mai troppo tardi!
Impara l’abc; non basta, ma imparalo!
E non ti venga a noia!
Comincia! Devi saper tutto, tu!
Tu devi prendere il potere.

da “Lode dell’Imparare” di Brecht. Avevo scritto il monologo del Ragazzo Ombra, leggendomi libri e libri sui menos de rua, cercando il difficile equilibrio tra la forza della denuncia e il patetismo di una storia tragica. E noi tutti del I B, ragazzini seri, che tutti assieme recitiamo brani da “I Bambini Giaguaro” di Marcia Teophilo. Ci credevamo, e penso che ci crediamo ancora. Ci sono fuochi che non si spengono mai.
È stato bello. Per me, quanto meno. Spero anche per i ragazzi, e per i prof. Spero siano stati almeno un pochino orgogliosi di me, solo un poco. Io ci provo, ce la metto tutta, non che basti, ma è certo meglio di niente. Spero resti qualcosa delle mie parole; l’amore per la lettura, quanto meno. Chissà.

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De 194

Fab aveva indovinato. Alla fine non riesco a trattenermi dal parlarne anch’io.
Intendo di questo, e anche di questo, il corollario alla vicenda.
La campagna elettorale è iniziata, e passa sopra a tutto, vendendosi persino la vita e la morte della gente. Perché ormai è così che funziona la politica. Berlusconi dice che sua madre dal cielo benedice la sua “unione” con Fini, ma da uno che aveva spergiurato sui figli, in effetti, non dovevamo aspettarci altro. Così, la signora di Napoli ha visto la sua tragedia personale trasformata in uno show da baraccone, nel campo di battaglia in cui si affrontano uomini che, come dice giustamente la Aspesi nel suo articolo di oggi su Repubblica, nulla sanno e nulla vogliono sapere di cosa significhi essere madre.
Una donna che perde il figlio, che pochi giorni prima ha saputo che il suo bambino avrà la vita segnata dall’handicap, viene trattata come un’assassina, mentre i mafiosi siedono in parlamento e i divorziati si mettono a fare i paladini della famiglia. Siamo ai segni dell’Apocalisse.
E credo che qui c’entrino molto poco le convinzioni personali. L’aborto è una di quelle cose di cui non puoi parlare per sentito dire, come fanno tutti. Che ne sai del caos, della disperazione che ti si agita dentro quando sai che tuo figlio sarà malato, che davanti a te e a lui si srotola impietoso un rosario di giorni segnati dalla sofferenza e dal dolore, fisico e psicologico? Che ne sai del travaglio di chi non può dare a suo figlio una vita dignitosa? E che ne sai di cosa pensa dopo una donna che ha abortito, di come fa a convivere con la consapevolezza di non aver fatto nascere suo figlio?
Per questo esiste la 194. Perchè lo stato ammette che come e quando procreare deve essere una libertà della donna, della coppia. Perchè si rende conto che esistono scelte che non può fare lo stato per te, scelte di fronte alla cui enormità devi essere lasciato solo.
Invece vogliamo tornare all’ipocrisia. Agli aborti consumati nella clandestinità, alle cliniche di lusso per chi ha i soldi, e le mammane per chi sta ai bordi della società. Ma l’importante è che tutto avvenga nell’ombra, lontano dallo sguardo della società, che al sole deve presentarsi pulita, immacolata. Non ci piacciono le miserie di chi decide o è costretto ad abortire, lontano dagli occhi, lontano dal cuore. Perchè la questione non è se far abortire o meno. Da quando esiste la 194 gli aborti sono diminuiti. Il vero obiettivo è che non si sappia che si abortisce. Il vero obiettivo è che il borghese si senta a posto con la coscienza; lui il permesso non l’ha dato. Che poi lo si continui a fare, beh, c’è tanto male, al mondo…
Odio questa ipocrisia diffusa, questo desiderio di buttare sotto al tappeto i problemi, per mostrare al mondo il salotto buono in ordine. Odio la cultura dell’apparire, che inizia ad infiltrarsi anche nella morale, per cui non conta quel che davvero fai, ma come ti presenti: mondo, immacolato agli occhi del mondo, gretto, meschino, nella quiete del tuo tinello. E anche lì, parli a denti stretti, perchè i vicini non ti sentano, e non abbiano a pensare male.
Io voglio invece la verità, magari una verità sporca e puzzolente, ma con la quale puoi fare i conti, che puoi affrontare e cambiare. Ma il vento tira in tutt’altra direzione.

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La Fée Verte

Il locale è quello di una mia cara amica. Con me, Giuliano e un po’ di suoi colleghi, che per strani incroci lavorativi sono sostanzialmente anche miei colleghi.
I bicchieri sono due; uno che acqua e ghiaccio, il secondo più piccolo, verde. Piccolo sì, ma colmo. Era un po’ che avevo voglia di assenzio, ma fino ad ora ne ho sempre bevuto pochissimo, a casa mia. Per una volta mi andava di berlo in compagnia.
Contemplo il bicchiere. Sarà almeno almeno dieci volte quello che bevo di solito. Ma è una festa. C’è gente seduta qui che non vedrò a lungo, che già domani partirà per l’america, e poi c’è chi dà l’addio alla ricerca, proprio nel giorno del trionfo. E poi ci sono io, il mio libro nuovo, la casa appena presa. C’è da festeggiare, non c’è dubbio.
Inizio a berlo puro, lo zucchero adagiato sul fondo del bicchiere. Mi riempie la bocca dei suoi fumi, mi scende bruciante per la gola e mi riscalda lo stomaco. Tolgo il piumone e resto col maglione.
Sorsi lenti, distanziati, per dar tempo al mio cervello di ingranare. Ma non bevo sul serio da secoli, e il mio corpo non è più abituato all’alcool. Così i contorni lentamente stemperano in una soffusa aria di irrealtà. Le persone attorno a questo tavolo, la musica di sottofondo, le risate e le chiacchiere. Il bicchiere davanti a me, il ghiaccio che lento si scioglie, e il fuoco in bocca. La realtà perde di consistenza, sciogliendosi in un continuo altalenante, in un precario universo in bilico. Gira tutto, tutto oscilla pur restando fermo.
Verso un po’ d’acqua in quel che resta dell’assenzio. Cerco di tamponare prima che sia troppo tardi, ma troppo tardi lo è già.  Mi sembra di aggrapparmi con le unghie e coi denti al tavolino che ho davanti, alla coversazione che procede fluida, troppo fluida per me. È come quando mi tolsero il dente del giudizio, e stavo per svenire. Aggrapparsi a quel minimo di lucidità che senti, e tirare, tirare, tirare. Così ora. Faccio una fatica folle a non volteggiare sopra il tavolo. A rispondere quando mi chiedono qualcosa. E per dimostrare a me stessa che non sono ubriaca, cerco di usare più paroloni possibili, per finire poi ad inciampare sulle cifre che cito. Mi chiedo se la gente mi guardi stranita, mi chiedo come appaio dall’esterno, se si nota lo sforzo per non lasciarsi andare al turbinio delle cose che ruotano.
Il bicchiere è vuoto e io cerco di contrastare il mal di mare. Mi dico che ho fatto un errore, settanta gradi sono decisamente troppi per questa mezza astemia che sono diventata, un’astemia a cui piace la weissbier e il liquore fatto in casa. Non che per la verità me ne freghi poi troppo.
Mi butto sulle gambe di Giuliano. Adesso ho anche sonno, e gli appoggio la testa dietro al collo. Quando chiudo gli occhi non ho punti di riferimento, e allora lascio che il valzer parta. Giro, e giro, e giro, come se stessi sul piatto di un giradischi.
Quando usciamo mi ci vogliono buoni dieci minuti per sentire il freddo. Proprio come quando ero a Monaco, e uscivo dai pub forte di mezzo litro di birra a scaldarmi le vene. Cammino tutto sommato bene, evidentemente sto smaltendo la sbornia. Ho il singhiozzo che non va via, e devo concentrarmi. Se devio dal binario rischio di cadere.
In macchina non riesco a tenere gli occhi aperti. Sono le due, è stata una giornata davvero pesante, e ho bevuto troppo. Sono convita che non dormirò, con tutto questo dannato girare del mondo. Mi metterò a letto e mi sembrerà di stare su una nave, e finirò per rigirarmi tra le coperte a lungo.
Invece perdo i sensi appena appoggio la testa sul cuscino, e rinvengo al suono della sveglia alle 9.00 del mattino, con un mal di testa che levati, e il senso di colpa di aver bevuto troppo. Quanto fa ingrassare un bicchiere di assenzio?
Morale della favola: Licia, quando esci con gli amici, mai più una cosa che superi i dieci gradi di gradazione alcolica.

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P.S.
Oggi Fantasy Magazine pubblica un bellissimo articolo su La Ragazza Drago. Trovate una copertina provvisoria, la quarta, e un riepilogo puntualissimo e molto interessante sugli indizi che vi ho dato finora. È una piacevolissima lettura che vi consiglio

La Ragazza Drago 

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PhD

Dottore…
Dottore…
Dottore del…
No, vabbeh, fermiamoci qua che è meglio :P .
Oggi Giuliano ha difeso la sua tesi di dottorato presso la commissione esterna, per cui ormai è a tutti gli effetti un dottore :)

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Sto bene

Esco di casa alle 8.00, e fa freddo. Sto intabarrata in un bel maglione viola, una giacca di velluto e uno dei miei poncho. Alle mani pesanti guanti di lana e sulla testa il borsalino. Fuori c’è il sole, ma non mi dà fastidio, anzi, mi mette allegria. C’è un sentore di primavera nell’aria che non mi irrita. Ho voglia d’erba e di fiori, strano a dirsi.
Corro come una pazza per arrivare in tempo, perchè il traffico mi ha bloccata. Mi catapulto sulla metro, ed è una di quelle nuove, pulite e luminose. Il vagone scivola nel buio senza troppo fracasso e con poche vibrazioni, e io sto bene. Mi sento tornata indietro di qualche anno, quando vivevo a Monaco, e ogni mattina prendere la metro era una piacevole scoperta. Come allora ho un libro in mano, e nelle orecchie l’iPod, cui mi sono affidata fiduciosa: modalità shuffle, fai di me quello che vuoi. Lo stridore delle ruote sui binari non copre la musica, intorno a me silenzio, e luce. Sbuco affannata a Piazza della Reppublica, tagliata in due da una lama di sole. L’aria fredda e incerta tra una mezza specie di inverno che finisce e una rapida primavera che comincia. I giapponesi intorno a me, i turisti, i romani. Via Nazionale, pulman e motorini, una moto della polizia che passa ululando. Ma non sono irritata, o stanca. Un po’ agitata, ma di quell’agitazione buona da esame di maturità, quell’agitazione che ho da un po’ prima di interviste e presentazioni.
Al ritorno cammino lenta per le vie di Roma. Penso che è presto, e forse potrei andare a fare un salto a Villa Borghese, a studiarne colori e odori in questo tempo di mezzo. O magari mi fermo più a lungo, e mangio al giapponese lì all’angolo. Roma non mi dà fastidio. La guardo quasi come se mi appartenesse, mentre le scarpe calcano il basalto del marciapiede senza alcuna fretta. E sparisco tra la folla. Sono un fantasma che si muove per le vie, sono l’elemento estraneo del quadro, la straniera che guarda il mondo. Sono tutta occhi, e orecchie, esisto solo per spiare, riempirmi gli occhi del mondo.
Un salto in libreria, l’acquisto immancabile di un libro, e poi di nuovo sulla metro, power metal e Muse nelle orecchie e Palazzolo tra le mani. Quando esco di nuovo fuori l’aria è tiepida e dolce, anche se ho comunque freddo. La musica mi pompa nelle orecchie, e sento di poter fare qualsiasi cosa. Andarmi a sdraiare al parco degli Acquedotti e leggere tra l’odore d’erba; passeggiare per le vie polverose, tra le rovine romane e le ragazza che fanno jogging, e semplicemente ascoltare la musica, e scaldarmi al sole di febbraio. Ma anche andare a casa mi sta bene. Andare a casa, pulire, e scrivere queste quattro righe.
Sto bene. Senza ragione, o forse per troppe ragioni. Improvvisamente mi sembra di capire. Posso essere felice persino a Roma, cui non appartengo e che non mi appartiene. Non importa il luogo. Importa quanta vita riesco a catturare, quanto riesco ad essere padrona della mia giornata, dei miei tempi. Ed ora lo sono. Per una volta non importa neppure per quanto tempo ancora lo sarò. Ma forse oggi pomeriggio, prima della palestra, prenderò su l’iPod, e semplicemente andrò al parco, a sciogliermi sui prati umidi.

P.S.
Una delle più belle recensioni sulle Cronache che abbia mai letto, per cui non potevo non condividere.
Valberici su Amemi

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Un anticipo di Dannazione

Brevissimo post per dirvi che sia su Fantasy Magazine che sl mio sito potete leggere il prologo de I Dannati di Malva. Enjoy e attendo commenti.Prologo 

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Le grandi fatiche di ieri

Ieri sono tornata a nuotare in piscina dopo…dopo…non ricordo neppure quando è stata l’ultima volta che l’ho fatto. Almeno un anno e mezzo, perchè la prima volta che ho nuotato di nuovo dopo la dieta è stato a Cefalù quest’estate.
Da bambina ho nuotato per molti anni. Era una cosa che mi riusciva anche piuttosto bene, e mi piaceva un sacco. Ma non si può fare tutto nella vita, per cui è una delle varie passioni che ho dovuto più o meno abbandonare. Ma adesso sono iscritta a questo fantastico centro sportivo che ha anche una bella piscina, per cui perchè non provare? Per altro durante l’ultima lezione in plaestra ho preso una contrattura ad una coscia. Così, ieri, invece del total body ho optato per la piscina, che è una cosa più soft. O meglio, meno violenta, concentrata più sullo sforzo prolungato che sullo scatto.
È stato fantastico. È stata la prima volta in cui ho veramente apprezzato gli effetti della dieta. Prima dopo due vasche a stile libro dovevo fermarmi a prendere fiato. Adesso ne ho fatte sette di seguito, e mi sono fermata solo per non spingere troppo. Per il resto però ero davvero invasata. Rana, gambe rana, dorso, braccia dorso, gambe stile…non mi fermavo più. Ho fatto sessantadue vasche, ma sarei andata avanti ancora, solo che poi oggi mi avreste raccolta col cucchiaino.
Adoro nuotare. Solo in acqua mi sento per una volta coordinata, e il mio corpo fa esattamente quello che gli chiedo. In acqua sono nel mio elemento, scivolo, fendo il flusso, lo taglio e lo padroneggio. E poi quella piscina è fantastica; praticamente è nera, con le linee di corsia in mattonelle azzurro chiaro. Per cui ti muovi in questo blu scurissimo, mentre i tubi in acciaio sul soffitto ogni tanto ti rimandano l’immagine deformata del tuo corpo che si muove nell’acqua. Vorrei una piscina col tetto a specchio, per guardarmi mentre faccio dorso, per vedere l’acqua che si apre mentre passo e le braccia che pompano tese sotto il filo della superficie.
Voglio tornarci. Magari una domenica. Anche se poi dopo sono sfinita. Ma è una stanchezza diversa da quella della palestra. Non senti l’acido lattico nei muscoli che hai usato; senti un torpore diffuso e generalizzato, la stanchezza buona di chi ha lavorato bene e con divertimento. Peccato che sia un’attività dispendiosa in termini di tempo…

Yep, ieri ho fatto gli strufoli. Proprio questi qua. Sarebbero un dolce di Carnevale, almeno al paese di mia madre (a Napoli sono dolci natalizi), ma mica ci possiamo fare niente se il compleanno di mia madre è caduto in Quaresima…
Gli strufoli sono buonissimi, ma sono una di quelle cose che per farla devi disdire ogni appuntamento per la giornata. Quei classici lavori antichi, da donna dei tempi andati, quando la vita aveva dei ritmi completamente diversi e c’era il piacere di metterci tre giorni a fare un ragù degno di questo nome. In tutto io c’ho messo tre ore. No, perchè va detto che farli è veramente un lavoro da carcerati. Uno di quei lavori che ti inducono alla riflessione mistica, e che richiedono la pazienza dei santi. Prima fai l’impasto, e lì per fortuna hai il santo robot da cucina che viene in tuo soccorso. Poi viene la parte da lavori forzati; devi dividere la palla di pasta in tanti pezzettini, tirarne fuori a mano dei tondini il più sottili possibile, e da questi tondini tagliare delle palline di pasta, gli strufoli, appunto. Un’ora e mezza di certosino lavoro rigorosamente in piedi, mentre le pallette iniziano ad invaderti casa, e devi tirar fuori piatti da ogni dove per disporli in modo che non si appiccichino l’uno all’altro. Per altro avevo i tecnici della Fastweb in casa, che suppongo si siano chiesti caspio stessi facendo. Mi guardavano un po’ straniti, mentre mi ergevo tra cumuli di pallette di pasta.
Comunque. Fatte le pallette il peggio è (quasi) passato. Ora si tratta di friggerle. Poche per volta, mi raccomando, e girandole di continuo. Il fatto è che alla terza infornata l’olio inizia a fare la schiuma, e le pallette non le vedi più. È un dramma, perchè non capisci il grado di cottura. Ovviamente, in questa fase l’odore di fritto ti entra dentro e ti accompagna poi per il resto della giornata. Se ne sono andati tre quarti d’ora per friggerli tutti, mannaggia a loro. Ma a questo punto è quasi fatta. Devi solo preparare il miele. Ma nel miele ci vanno le buccette d’arancia, e voi lo sapete quanto straziante è trasformare la buccia di un’arancia in un centinaio di striscette larghe un millimetro e lunghe tre? Penso possiate immaginarvelo. In sottofondo Full Metal Alchemist cercava di tenermi alto il morale.
Poi niente, metti miele, arance e zucchero nella pentola, fai bollire e ci butti dentro gli strufoli. Alla fine ero sfinita e puzzavo di fritto in modo inverecondo. Però a sera ho avuto quanto meno la soddisfazione di sapere che erano buoni, i maledetti. Belli croccanti e con la giusta dose di miele. Poi però son caduta in letargo sul divano mentre attendevo il ritorno del consorte.

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Happy Birthday reloaded

Stamattina non ho avuto tempo, ma ora ci son riuscita.
Ari-buon compleanno, sperando che la rete ti si aggiusti presto

happy_birthday.mov

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Happy Birthday

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Tanti auguri, mamma!

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