Da un po’ mi sono appassionata a questo programma di MTV, Black Box. Già vi vedo schifati. È che il dopopranzo per me è sempre stato il sacro momento divano; mi stendo e guardo qualcosa di poco impegnativo in tv. Poi mi tiro su, e lavoro. Ecco, Black Box espleta perfettamente il compito; stimola i miei bassi istinti da comare di paese, ma non troppo, è breve, e relega la parte beceramente reality alla rete, là dove è mia scelta partecipare al dibattito o meno, e, manco a dirlo, io i commenti sotto i video praticamente manco li leggo.
Ma il punto non è Black Box. Ieri c’era la storia di questa diciannovenne. Non vi sto a dire tutto, vi dirò solo che ogni tanto partiva in quarta contro i suoi che non la capivano. Probabilmente lo faceva a ragione, non posso giudicare. E lì ho avuto l’illuminazione. Sono passata dalla parte del nemico. Quando sento un adolescente parlare male dei suoi genitori, inizio a sentirmi irritata, e, senza ragione alcuna, tendo a prendere le parti dei genitori.
È che i miei anni da figlia sono agli sgoccioli, e quelli da madre sempre più vicini. Il tumulto dell’adolescenza, le liti furibonde, sono alle mie spalle, e li considero infine con un certo distacco, con l’occhio obiettivo che all’epoca non avevo. E intanto penso a quando avrò un figlio, a come farò a tirarlo su decentemente senza comunicargli le mie nevrosi, a che dannata responsabilità è quella di tirar su da zero una vita.
Forse sto invecchiando. Forse ho già dimenticato come mi sentivo a tredici, sedici, diciannove anni, e ho perso il contatto con quella generazione. Forse sono già una “matusa”, come si diceva troppi anni fa, sono un’adulta e ho rinnegato il mio passato. O forse è che adesso capisco più cose, cose che a sedici anni non ti passano neppure lontanamente per la testa. E mi pare di aver finalmente intuito perché genitori e figli finiscono per non capirsi. Perché i genitori sanno qualcosa che i figli non comprenderanno se non molti anni dopo. I genitori sanno la fatica, il dolore, la paura di crescere qualcuno, di essere il suo punto di riferimento per lunghi anni, di avere la sua vita in mano. Ma un figlio che ne sa di quel che pensi prima ancora di decidere di averlo, un bambino? Che ne sa di quel che hai sentito mentre ti cresceva dentro, e quel che viene dopo, del dubbio di star sbagliando tutto che ti seguirà per anni e anni? Non lo sa. Lui giustamente vive nell’epoca in cui tutto gli è dovuto, in cui gli sbagli non sono ammessi, e si pagano a caro prezzo.
Ci passerò anch’io. Anche lui o lei mi sbatterà la porta in faccia, mi dirà che non capisco. E ci sarà quel muro enorme degli anni che ci dividono, della vita che io avrò vissuto e lui/lei no a separarci. Poi forse, un giorno, come a me ora, anche a lui/lei capiterà di ripensare a quegli anni con sgomento, e domandarsi come avesse fatto a non capire.
Duro mestiere, quello dei genitori.
Postfazione
No, non sono incinta e non ci sto neppure pensando, almeno non nell’immediato futuro.
Post-Postfazione
Vi ricordate la presentazione di stasera alla fnac di Roma, ore 18.30, sì? No, perchè per chi verrà ci sarà anche questa.

No, non è che mi allegano ad ogni copia. Intendo la maglietta. Vi aspetto numerosi, eh?