È ormai proverbiale la passione di mio marito al cinema per i filmoni pieni di effettacci; lui dice che ha più senso andare a vedere quelli, che rendono meglio su grande schermo, e lasciare il film d’autore al dvd. Sarà. È stato così che mi ha trascinata a vedere Jurassic Park III, una cosa a dir poco indegna. Altre volte l’ho avuta vinta io, del tipo che Terminator III ce lo siamo visto in dvd.
Comunque. Pensavo fosse il suo modo di intendere il cinema. A lui piacciono i blockbuster, era un assioma cui avevo fatto il callo.
Poi finisce che magari una volta si parla di cinema con qualcuno e lui se ne esce “beh, sì, molto bello Metropolis”.
“Scusa, Metropolis cartone animato non l’abbiamo mai visto…”
“Lo so, sto parlando infatti di Metropolis di Lang, del ’27″.
Poi, al centro commerciale facciamo un giro tra i dvd. E lui: “Dai, Arancia Meccanica! È un film splendido!”.
Così sono giunta ad una inevitabile conclusione: si è dato ai film di merda solo da quando conosce me. Gli avrà fatto male la mia frequentazione. Per cui, per la prossima stagione cinematografica, ho selezionato tre film che piacciono a me e che lo costringerò ad andare a vedere. Trema, Giuliano, perché stanno per arrivare…
Wall-E
Gomorra
Il Divo
P.S.
Per chi si fosse perso l’intervista a Repubblica, Lipperatura l’ha pubblicata qualche giorno qua. La potete leggere qua.
Mi sembra di intuire che vorreste vi parlassi dell’elezione del nuovo sindaco di Roma.
Che vi devo dire? Che si sapeva. Soprattutto dopo il caso della ragazza del Lesotho violentata. Non ha importanza che la maggior parte delle violenze avvengano fra le mura domestiche, e che il responsabile sia un parente. Quello non fa notizia. L’importante è che la gente ha la chiara percezione di essere insicura. Percezione. Ma, sapete, la realtà è un accessorio irrilevante da chiamare in causa solo quando conferma le nostre fantasie. Per cui, il romano medio vuole una cosa sola: stranieri fuori dalle balle. Rom al rogo. E per questo ha votato Alemanno, che di certo non mancherà di soddisfare queste richieste. Del resto, già Veltroni aveva fatto sgombrare molti campi rom, all’indomani dell’omicidio Reggiani.
Mi viene da parafrasare un commento che ho letto sul forum di Repubblica. A me non dispiace tanto per me. A me dispiace per i deboli, per gli stranieri, gli zingari, e tutti quelli che pagheranno il prezzo delle nostre paure.
Quello che invece veramente mi indigna, e dovrò sopportare per sette cinque lunghi anni, è questo
Saluti romani…
…e non solo
Ho visto che avete avuto modo di leggere l’intervista a Nosferatu. Sì, Nosferatu, quell’essere dal ghigno malefico e dalle labbra rosse del sangue appena succhiato che sta a corredo della pagine di Repubblica.
La prossima volta propongo seriamente di farlo io, il ritrattino; non so disegnare, ma almeno posso prendermela solo con me stessa se sembro la controfigura di Bela Lugosi
.
Piccolo appunto sui “fumetti che tappezzano le pareti di casa mia”. Nello specifico:
fumetti



libri:




misti metà libri metà fumetti



Per dire che la tappezzeria di casa mia è ampiamente variegata, con una leggera preponderanza per i libri.
Per il resto, ieri ho visto Shining. Cioè. Ma veramente clamoroso. Probabilmente il film più disturbante che abbia mai visto. Ho iniziato a star male dalla ripresa aerea iniziale. Mi faceva paura anche il quadro della dona nera nuda a casa del cuoco, per tacere dei suoi allucioni storti. Dio mio.
Fantastico. Altro che le solite cazzate che se non sparano le solite botte di audio ogni tanto ti addormenti, questa sì che è paura vera e ancestrale, profonda e contro la quale non hai difese.
Kubrick potrebbe diventare il mio registra preferito…
Eccomi qua. Donc, c’è una new entry; trattasi del trailer di B4Rt0x. Non mi è ben chiaro se è il rifacimento di un altro trailer o cosa, ma comunque prima i video erano sette, ora sono otto, quindi lo conto come nuovo trailer 
A presto e buon fine settimana!
Lo avrai
camerata Kesselring
il monumento che pretendi da noi italiani
ma con che pietra si costruirà
a deciderlo tocca a noi.
Non coi sassi affumicati
dei borghi inermi straziati dal tuo sterminio
non colla terra dei cimiteri
dove i nostri compagni giovinetti
riposano in serenità
non colla neve inviolata delle montagne
che per due inverni ti sfidarono
non colla primavera di queste valli
che ti videro fuggire.
Ma soltanto col silenzio dei torturati
Più duro d’ogni macigno
soltanto con la roccia di questo patto
giurato fra uomini liberi
che volontari si adunarono
per dignità e non per odio
decisi a riscattare
la vergogna e il terrore del mondo.
Su queste strade se vorrai tornare
ai nostri posti ci ritroverai
morti e vivi collo stesso impegno
popolo serrato intorno al monumento
che si chiama
ora e sempre
RESISTENZA
Pietro Calamandrei
A quanto pare ci siamo dimenticati da dove veniamo e quanto abbiamo pagato la libertà di cui godiamo adesso. E quando questo succede, è sempre pericoloso.
Concludo ricordando che quest’anno ricorrono anche i sessant’anni della Costituzione Italiana. L’altro giorno, nel sottopassaggio del parcheggio di Villa Borghese, mi sono fermata a guardare proprio un cartello che pubblicizzava questa ricorrenza. C’era scritto un articolo della nostra Costituzione, il seguente
Art. 3Tutti i cittadini hanno pari dignità sociale e sono eguali davanti alla legge, senza distinzione di sesso, di razza, di lingua, di religione, di opinioni politiche, di condizioni personali e sociali.È compito della Repubblica rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale, che, limitando di fatto la libertà e l’eguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana e l’effettiva partecipazione di tutti i lavoratori all’organizzazione politica, economica e sociale del Paese.
Mi è venuto da sorridere amaramente. Ecco, finiscono con due auguri: che tutti in futuro riescano ad apprezzare la profondità e la grandezza della nostra Costituzione, e che mai più debba venirci di ridere con amarezza al vedere quanto poco i suoi articoli siano applicati.
Buon 25 Aprile, Italia.
Qualche giorno fa si è rotto l’orologio in cucina. La mia vita è sempre stata scandita dall’ora: altri cinque minuti esatti e vado a studiare, quattro minuti e esco, tra dieci minuti prendo la medicina, tra sei minuti gli spaghetti sono pronti. E allora ne ho preso un altro.
Quello di prima mi piaceva di più, ma questo sembra più solido.
Ieri, mentre sbucciavo in solitudine la mia pera in cucina, ho sentito un ticchettio. In genere ticchetta la sveglia in camera da letto. Stupita, ho alzato gli occhi. Era lui, lì sulla porta. Ticchettava. Ed è stato come tornare indietro nel tempo.
Ero a casa di mia nonna, al paese, nella cucina. E quella cucina è dominata da tre suoni: ogni quarto d’ora, il rintocco lontano del campanile, il rumore tintinnante del frigo vecchio, e un ticchettio. È la sveglia enorme che mia madre ha regalato a mia nonna, perché ha i numeri grossi e fa un sacco di casino quando suona. Lo stesso ticchettio dell’orologio della mia cucina.
Io da ragazzina odiavo il paese. La casa era fredda e vecchia, mia nonna un tipo con un carattere difficile (e solo adesso inizio a pensare che forse ci assomigliassimo un sacco), e poi mi annoiavo. Adesso mi manca. Mi mancano le cose che non mi piacevano allora: il freddo, forse anche la noia.
Mi manca quel ticchettio ossessivo, quella cucina vuota in cui il sole, di pomeriggio, disegnava strani arabeschi, mentre filtrava dalle grate della finestra e i rovi dell’orto.
Quel ticchettio era il suono di un tempo immobile, sempre identico a se stesso, un tempo che scorreva lento in un luogo in qualche modo eterno. Era il tempo del paese, dove i decenni passano senza lasciare traccia, il posto che nella mia fantasia sarebbe stato sempre uguale; la casa arancione, mia nonna di sopra, la cucina tagliata in due da una lama di luce.
Perché è così che vediamo il tempo e il mondo da bambini, no? Un posto immutabile. Giocheremo per sempre col pallone contro il muro, non arriveremo mai a girare la chiave della porta, tutte le estati andremo una settimana al paese.
Poi cresci, e capisci che non ci sarà mai un secondo uguale all’altro, che l’essenza dell’essere adulti è essere consapevoli che tutto cambia.
È incredibile quanto poco sia bastato a trasformare la mia cucina nella casa di mia nonna al paese.
Buone nuove dal contest. Si è aggiunto un nuovo lavoro, per la precisione quello di maggika13. As usual, votate, votate votate
Esistono nella vita di tutti degli ostacoli, sfide che dobbiamo vincere con noi stessi. Spesso ha la meglio l’istinto e battiamo in ritirata, lasciamo che sia la paura a dominarci e ci rifiutiamo di affrontare quel salto che ci porta ad un nuovo livello.
Poi invece viene il giorno in cui decidiamo che ce la faremo. Il vuoto non ci fa più paura, siamo pronti a saltare. E di solito la decisione la prendiamo d’impulso, quasi con incoscienza. Basta annullare la paura, e tentare.
Ecco. Ieri sera è stato uno di quei momenti.
Interno sera. Cucina di casa mia. Sul poco spazio libero, un piatto con dentro l’impasto della frittata di patate, una padella e un coperchio.
Non ho mai fatto la frittata. Non sono capace. Ho paura a girarla. Ho sempre fatto solo le uova strapazzate, il rifugio dei pavidi.
Ma stasera sto cucinando uno dei piatti preferiti di mio marito. Deve venire bene, cazzo, con tutti i crismi. Per cui oggi girerò la frittata. Così, con nonchalance.
Osservo l’impasto che frigge nella padella. I bordi si gonfiano, la frittata prima diventa più chiara, poi pian piano sotto si scurisce. Il cuore batte più forte.
Sarà pronta, non sarà pronta? Mi ustionerò orribilmente quando andrò a girare?
Enigmi, enigmi dell’oscurità.
Mi infilo il guantone sulla mano che terrà il coperchio per girare. Faccio il seguente ragionamento: “Se mentre giro scola qualcosa sul braccio, tipo olio o impasto, urlerò, ritirerò la mano e addio frittata, e il marito che si magna? Magari col guantone ho quei quattro secondi di tempo atti a salvare la frittata”.
Una martire della vita coniugale, insomma, pronta all’estremo sacrificio pur di condurre a buon fine la missione.
È il momento!
Appoggiare coperchio.
Fatto!
Togliere la padella dal fuoco.
Fatto!
Tenere saldamente il coperchio premuto sulla padella.
Fatto!
e…….girare!
Minchia, è sottosopra! E non esce niente! Oh signore, sono a metà! Ok, non farti prendere dal panico, calma e sangue freddo, ce la puoi fare!
Staccare padella dal coperchio.
Fatto!
Guardala, guardala quanto è bella…ma non ti incantare travasala.
Travasare frittata.
Fatto!
Rimettere sul fuoco.
Fatto!
…
Missione compiuta!!!
Forse non ci crederete (o purtroppo sì, ci crederete fin troppo), ma appena ho visto la frittata adagiata nella padella, compatta, vagamente abbrustolita, con quella sua bella superficie piatta e porosa, ho esclamato “E la donna si impone sulla frittata!” e ho iniziato a saltellare per la cucina, fino ad imbattermi nello specchio in corridoio (corridoio…è un metro per 60…) e rendermi conto che ho ventisette anni, un marito, e di qui ad un paio di anni potrei avere dei figli.
Mi sono ricomposta e mi sono limitata all’intima esultanza.
Donna 1 – frittata 0

Ieri ho ricominciato ad occuparmi del mio corpo. Non so esattamente cosa fosse successo, ma per parecchio tempo non sono riuscita ad andare in palestra come avrei voluto e a curarmi come mi ero abituata a fare. Una serie di impegni uno di fila all’altro, poi il viaggio a Barcellona, e la mia routine si era interrotta. Ieri ho cercato di recuperarla.
Innanzitutto, sono andata dall’estetista. Ora, forse c’è qualcosa di patologico nel trovare rilassante un rito tutto sommato violento e sanguinario come la ceretta. Ricordo che ai tempi in cui ancora avevo un contratto, la ceretta era piacevole perché era l’unica occasione della giornata, oltre al sonno, in cui potevo stendermi. Non so, sarò memore di quella sensazione lì, ma da allora andare dall’estetista è una cosa che mi rilassa. E così è stato ieri. Forse sono solo un po’ masochista…Per altro, anche il mio ego è stato soddisfatto.
Estetista: “Ma corri?”
Io, un po’ rassegnata: “No, ho i polpacci grossi di natura”.
Estetista: “No, non solo i polpacci, vedo proprio le gambe allenate”
Io, gongolando: “No è che faccio palestra”
Poi, dopo forse un mese, non so, sono tornata alla famigerata lezione di palestra del lunedì. Quella piena di gente, se ricordate. Innanzitutto, dopo l’ultima volta, in cui c’ero andata che i miei polpacci sembravano quelli dello Yeti, la soddisfazione di andarci con gambe perfettamente tirate a lucido è stata massima. E poi ho trovato la bella sorpresa dello step. Io adoro lo step. Non lo so perché. Mi piace zompettarci su. Mi sento meno elefante che quando mi cimento col corpo libero. E insomma è stata una bella lezione. Sono tornata in contatto con le mie spalle e le mie gambe, col mio corpo che suda e una volta tanto fa quello che gli dico. Ne avevo bisogno. Poi, a casa, la doccia è stata la ciliegina sulla torta di un pomeriggio rilassante.
Forse non me n’ero accorta completamente, ma mi mancava tutto questo.