Archivi del giorno: 13 aprile 2008

Taccuino di Barcellona

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Lunedi 7 Aprile

ore 13.00, sull’aereo
Sono sorda. E anche isterica. Non si può passare un’ora e mezza col motore a dieci centimetri dalle orecchie. Al ritorno faccio il check in due ore prima, così evito i posti in fondo

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ore 16.00, Barcellona
Fa un freddo cane. 12°, ha detto il pilota. Ed è una giornata grigia che manco a Monaco di Baviera. Però sono contenta. L’aria dell’estero mi fa sempre bene. L’albergo è carino, ma un po’ calduccio. Mi metto sul letto e sento Max Gazzè, e Il Solito Sesso mi dà un senso di piacevole malinconia, da carpe diem, e io questa vacanza me la voglio godere

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ore 18.30, Rambla
Ho le mani congelate, ma la Rambla è favolosa. Gli alberi hanno su le prime foglioline verdi, c’è un sacco di gente, casino e colori. E mi piace. I venditori ambulanti ai lati della strada, i giocolieri, i palazzi fantasiosi e colorati. Barcellona è un piacevole caos, è colore e bellezza in ogni angolo. La Bouqueria ci assale col suo corteo di frutta coloratissima, cesti di cioccolati e caramelle e pesci su letti di ghiaccio. Mi piglio una macedonia già tagliata. Fragole e kiwi disposte a cerchi concentrici, in una disposizione graziosa e gustosa. E penso che non dovremmo mai perdere il gusto per il bello, neppure per le piccole cose.

ore 21.30, Barceloneta
Can Maño è una bettola, per carità, piccola e zeppa di gente, ma è bellissima. I calamari sono buonissimi, pieni di olio, ahimé, ma così teneri…E i pomodori sono gustosi, nonostante siano enormi. Una bella trattoria come quelle di una volta. Poi entrano tre rom e attaccano a suonare con la tromba, l’organetto e il tamburo, e la gente non li caccia. Applaude e gli dà qualche spiccio. Anche io e Giuliano cediamo.

Martedì 8 Aprile

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ore 9.30, meeting
L’università è carina. Il meeting interessante. Esercito il mio inglese cercando di non cedere al sonno. È iniziata presto, e ci siamo dovuti svegliare alle 7.30, e non ci siamo proprio abituati. E poi ieri abbiamo camminato un sacco…

ore 13.00, mensa dell’Universitat de Barcelona
Prove tecniche di inglese con una ricercatrice spagnola. Poi finisce sempre che in qualche modo Luigi e Giuliano parlano dei miei libri, e io, che già sono rossa come un peperone perché mi vergogno del mio inglese, arrossisco ancora di più. Poi però tiro fuori le immagini ad alta risoluzione de La Ragazza Drago. Incoerente

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ore 19.10, Sagrada Familia
Quando esco dalla metro capisco cos’è la sindrome di Standhal. Non pensavo che fosse così grande e così vicina. Mi viene da sorridere quando Giuliano dice “sembra un castello di sabbia”, perché è quello che ho sempre pensato anch’io. È bella e immensa. Però è chiusa. Ha chiuso dieci minuti fa, damn…Sarà per domani. Intanto facciamo il periplo della costruzione, facendo foto ad ogni lato

ore 21.30, cena sociale
Finiamo nel tavolo degli stranieri. Un irlandese con la moglie cinese, un professore danese, un americano che vive in Italia da parecchio e un inglese. Parlo a lungo col professore danese, e cerco di non vergognarmi del mio inglese. Mi diverto alle sue domande, lo ascolto parlare delle dieci lingue che conosce, del giapponese e del cinese, della superficie di ultimo scattering e dei suoi studenti, e penso che faccio un bel lavoro, che unisce e fa conoscere tanta gente interessante.

Mercoledì 9 Aprile

ore 7.30, hotel
Maledetta pioggia. E maledetta sveglia, anche

ore 10.00, meeting
Tante domande al talk di Giuliano. Buon segno. Io sono quasi più agitata che quando tocca a me parlare. Per questo passo tutto il tempo del talk a guardare per terra o a controllare la posta. Un po’ di suggerimenti per i prossimi sviluppi del nostro lavoro, qualche discussione con gli altri della nostra unità di lavoro. Così adesso questo viaggio ha anche un senso dal punto di vista lavorativo.

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ore 19.00, la Pedrera
Lo spazio reinventato, la natura, la fantasia più sfrenata. Sul tetto, pinnacoli di sabbia, mosaici che sembrano fatti di pezzi di conchiglia. Sotto, un dungeon in piena regola, con una geometrica fuga infinita di archi a sesto acuto. Lo spazio si riavvolge su se stesso, sinuoso, sempre più intricato.
Ancora più giù, un appartamento senza inizio e senza fine, avvolto intorno al pozzo centrale che dà luce alle case. Nelle stanze senza spigoli, in cui persino il soffitto ricorda la corsa di nuvole filiformi in un cielo estivo, ricordi di altri tempi: una bombetta, una casa di bambole, il vestito di una cameriera.
Poi, dalle geometrie fantastiche di Gaudì, passiamo senza soluzione di continuità ai dipinti di Zoran Musica, nella mostra allestita al piano inferiore. Paesaggi inventati, dagli improbabili colori; una campagna umbra tinta di viola, un tratto semplice e infantile. E a sorpresa, quando meno te l’aspetti, i ricordi di Dachau. Montagne di morti, volti scavati e disumanizzati, uomini impiccati nudi, i colli innaturalmente lunghi. Una lunga serie di quadri tutti dallo stesso titoli: Non Siamo gli Ultimi. Zoran non ha mai dimenticato il campo, e ha continuato a disegnarlo anche quando era convinta di star pensando ad altro. Ogni volta che si smarriva, che si perdeva nell’astrattismo o in sognanti panorami dalmati, i Sommersi tornavano nei suoi sogni. Li rivedeva nel mondo cambiato, in tutte le vittime che la guerra continuava e continua a fare.
Quando usciamo, i colori di Gaudì mi stordiscono, e fanno uno strano contrasto coi quadri di Music. Non riesco a capire il senso segreto di questa dissonanza.

ore 21.00, ristorante
Una buona cena in compagnia. La zuppa di zucca è poetica, il tonno divino, e la crema catalana mangiata in Catalunya ha il sapore di un’esperienza lisergica. Però perché condiscono tutto così tanto? Faccio il conto mentale dei chili che sto prendendo a stare qua.

Giovedì 10 Aprile

ore 9.00, hotel
Mettersi in piedi dopo una buona notte di sonno è proprio un piacere, specie se di sonno sei in debito da tre giorni

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ore 11.00, Parc Güell
Le rovine di Atlantide. Camminamenti sbilenchi, archi sospesi, colonne di massi ineguali, traforati, in bilico gli uni sugli altri. Emergono dalla vegetazione come fossero da poco stati riportati alla luce da laboriosi scavi archeologici, e con la vegetazione si confondono, in colore e forma. All’ingresso, un castello di cemento e ceramica, con un drago che fa la guardia alla magione. Poi, un colonnato che mi ricorda Moria. Sul soffitto, ancora mosaici da regno degli abissi, scintillanti, ondulati, sfocati. Tra colonne e alberi, musicisti di strada. Chi si esercita con la chitarra, suonando come io non sarò mai in grado di fare, chi con strumenti strani, una specie di tamburo metallico con dei bottoni sopra. Ci fermiamo ad ascoltare, Barcellona sotto di noi, il mare una linea bianca all’orizzonte. E la Sagrada Familia di lato, con le sue torri in costruzione e le gru.

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ore 13.00, Plaça Catalunya
Poi arriva sempre il momento in cui finiamo in un ristorante cinese. Ovunque. Da Roma a una qualsiasi delle città che ho visitato per lavoro. Ravioli al vapore, un’insalata di alghe, e poi un pollo al curry speciale, così speciale che prendo anche un po’ del riso in bianco che ci hanno portato, e lo immergo nella salsa verde per raccoglierla tutta. Stasera, però, si va con la cucina catalana, cavoli.

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ore 17.30, Sagrada Familia
Stavolta entriamo dentro. Una selva di impalcature, gru e colonne gigantesche. Un pezzo di cielo aperto che fa capolino verso quello che presumo sarà l’altare. Iniziata del 1882, è ancora un cantiere aperto. Manca la cupola centrale e altre quattro laterali, mancano le vetrate. Quel che già c’è è una selva di colonne che sembrano alberi. Mi viene in mente la Lothlorien del Signore degli Anelli. Per una volta, Gaudì abbandona le forme tondeggianti che più gli sono care per darsi a strutture appuntite, piene di spigoli e angoli che moltiplichino la prospettiva, la ingigantiscano.
Visitiamo il museo, e scopriamo che lo studio di Gaudì fu distrutto durante la guerra civile. La guerra è questo, ignoranza e follia

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ore 19.00, casa Batllò
Maledette audioguide. Ma perché visitare qualcosa deve essere per forza anche imparare qualcosa? Perché devo sentirmi spiegare, insegnare, fino a sostituire il mio personale sentire con quello di chi ha registrato la guida? Osservare qualcosa, visitare un luogo storico, può anche essere solo emozionarsi, lasciarsi andare al flusso. Sì, l’ingegnosità delle prese d’aria, la genialità delle maniglie, quel che vuoi. Ma tutto questo non significa svilire l’emozione del vedere la facciata della casa? Non vuol dire frustrare le suggestioni che mi suggerisce la corte interna, in cui, guardando il palazzo attraverso un vetro ondulato, sembra di stare sott’acqua?
Bella. Bella e geniale. Belli i colori, le vetrate, il tetto che sembra un drago. Bella la fuga di archi nel sottotetto, belle le linee sinuose. Ma forse avrei dovuto godermela nel silenzio.

ore 20.00, cena in albergo
La prossima volta che vengo in Spagna faccio la dieta preventiva. Condiscono tutto con due dita d’olio. E soprattutto, imparo bene come si dice frutta, per evitare che mi portino un semifreddo ai frutti di bosco invece della coppa di frutti rossi che speravo.

Venerdì 11 Aprile

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ore 11.00, Montjuic
Ma quanto diavolo si cammina in questa vacanza? Ho i piedi letteralmente in fiamme. Su e giù per Montjuic, che è anche carino, e si gode una bella vista di tutta Barcellona, ma il tempo al solito fa schifo e ricomincia anche a fare freddo. E poi sono stanca, stanca, stanca…
La cosa più bella comunque è la funivia che da Montjuic scende al porto. Veleggi sulla città e sul mare, con una vista a dir poco impressionante. Penso a Sofia de La Ragazza Drago, che soffre di vertigini. Avrei dovuto portarla qui. Il cavo è sospeso tra il monte e due grosse torri di metallo, che sembrano due fari. La cabina è vecchiotta, traballante, con chiusura rigorosamente manuale. Meraviglioso.

ore 13.00, Barcelloneta
Siamo tornati da Can Maño, il ristorante della prima sera. Di giorno è ancora più minimale che di sera, mentre la Barceloneta è più carina con la luce del sole. Opto per una salsiccia con insalata e carciofi fritti. Questi ultimi sono l’ottava meraviglia del mondo. I miei rotoli di adipe esultano, la mia linea piange, i miei piedi implorano pietà.

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ore 18.20, Museu Picasso
Il museo si trova nel cuore del Barri Gotic. Vie strette, palazzi altissimi, un’atmosfera antica e familiare. Il museo è in un palazzo medievale, con una splendida corte interna. Non avevo molta voglia di venire, ma adesso mi sento più invogliata.
Il museo raccoglie le opere dei primi anni di Picasso. Disegni manieristici, ritratti, il periodo blu e quello rosa. Penso alla sindrome di Joyce. Anche Picasso, prima di darsi alla scomposizione spinta delle figure, si era fatto le ossa disegnando particolari anatomici, dandosi ai ritratti. Bisogna conoscere la realtà per destrutturarla. Penso al genio, che, come diceva qualcuno, è 1% inspiration and 99% perspiration, penso che il talento a volte emerge lentamente. Poi realizzo che i primi quadri Picassi li ha fatti a quindici anni. E mi deprimo.
Delle poche opere cubiste, mi piacciono solo le incisioni. Splendide, nel loro essere grezze, tribali, essenziali. Marrone, nero, beige. Tre colori per mimare ombre e sfumature.
Quando usciamo, inizia a piovere.

ore 22.13, hotel
Fuori piove un sacco. Saranno contenti gli spagnoli; qui non c’è acqua da un po’. Hanno spento tutte le fontane per questo. Forse ora le cose andranno meglio, forse questa pioggia è l’inizio di qualcosa.
Qualcosa in me è cambiato. Domani torno in Italia, ma non sono triste. Barcellona è stata una splendida esperienza, ma mi fa piacere tornare alla mia casa, alle mie cose. E penso che si apre un nuovo ciclo. Non che sia successo qualcosa di davvero nuovo. Ho solo fatto un viaggio, e un viaggio segna sempre una cesura. Dopo si ricomincia, sempre. È bello pensare che per una volta una fine in realtà è un inizio.

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