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30
giugno 2008

Stamattina mi ha fatto un po’ strano svegliarmi e non vedere Rebecca che scorrazzava da qualche parte. Eppure son stata su da ninna, ove Rebecca è in effetti solita scorrazzare, solo due giorni. Ci si abitua terribilmente presto ai bambini.
Mi ha fatto anche strano svegliarmi e non sentirmi sciogliere dal calore, ma è molto meno poetico. È che non credevo che nella pianura padana l’estate potesse essere così terribile. Ieri, in giro per i Navigli a Milano, mi stavo sentendo male.
Sono stata bene. Nonostante il caldo e i sensi di colpa per le pantagrueliche mangiate. Sono stata in posti stupendi con persone stupende, e quindi non potevo non stare bene.
Poi è anche successa questa cosa epocale.
Ero vicino al lago, e tenevo per mano Rebecca. C’era questa papera, che lei guardava incuriosita. Io dicevo le solite cose che si dicono ai bimbi vicino alle papere: guarda che bella la paperella, guarda tutta nera e un po’ verde…Solo che la paperella, ragionevolmente incuriosita, ad un tratto ci ha puntate. Niente di che, ci guardava e basta. Ma Rebecca si è spaventata, ha cominciato a lamentarsi e a voler andare via. E allora è successo.
“Non ti preoccupare, non ti fa niente! Non ti preoccupare, che ci sono io“.
Mi ricordo quando me lo dicevano i miei. Succedeva qualcosa e uno dei due mi diceva “ci sono qua io”. E io, per la verità, finora non ci sono proprio stata per nessuno. È vero invece che ci deve essere sempre qualcuno per me: i miei, Giuliano, gli amici.Quando ci sei per qualcuno vuol dire che qualcosa è cambiato. Che sei passato ad un nuovo livello, e guardi all’esistenza in un modo diverso. Che sei anche pronto un po’ a dare, invece che star lì a far sempre razzia di tutto quello che ti passa sotto mano.
Poi Rebecca non è che si sia sentita granché rassicurata, evidentemente devo ancora lavorarci su su questa cosa della zia. Ma adesso, tutto sommato, ci sono

26
giugno 2008

Dilaga un po’ ovunque questa polemica sul “baby boom”, ossia sul fatto che di recente vengono pubblicati molti autori giovanissimi; per chi si fosse perso la nouvelle vogue posso fare qualche nome: Chiara Strazzulla, 17 anni, con Gli Eroi del Crepuscolo, Federico Ghirardi, ancora 17, con Bryan di Boscoquieto, Dorotea di Spirito, 16, con Destinazione Tokio Hotel, i gemelli Guptara, 20 anni, con I Regni di Calaspia.
Per chi invece si fosse perso la polemica, un paio di interventi recenti: Francesco Falconi e Loredana Lipperini. Io mi riferirò soprattutto all’intervento di quest’ultima, anzi, all’articolo linkato di Giorgia Grilli (qui e qui).
Premessa: sto facendo una cosa che non si fa. Io non ho ancora letto nessuno di questi libri. Li ho comprati e sono in coda di lettura, ma ancora non li ho letti. Per cui non entrerò nel merito del giudizio: non lo so se sono belli o se sono brutti. Le mie saranno opinioni, diciamo così, “metodologiche”.
Ma veniamo all’articolo della Grilli. Che dire. Nulla di nuovo sotto il sole. Intendiamoci; i giudizi della Grilli sono sacrosanti. Se i libri li ha trovati francamente brutti, beh, è il suo parere, valido come quello di tutti. Ma mi inquieta questa frase:
“Non dirò nulla di questi libri, perché appunto sono libri «falsi», costruiti a tavolino, creati per far colpo non in quanto libri, ma in quanto libri di ragazzini”.
Non viene messa in discussione la reale qualità dei libri, ma si nega persino l’individualità, la specificità dei singoli testi, che vengono invece infilati in un calderone unico e indistinto, i “libri di ragazzini”. E questo non si fa. Il mio punto di vista lo conoscete: un libro è un libro. Il contorno (la biografia dell’autore, l’editore) non dovrebbero entrare nel giudizio. Qui invece un tot di tomi vengono accorpati per età dell’autore, cancellando ogni possibile differenza. Ma allora infiliamoci anche Gli Indifferenti, Moravia l’ha scritto a diciassette anni, sarà anche quello un libro per ragazzini. Comunque.
Il secondo problema di quella frase è che sottende la consueta accusa di disonestà intellettuale, stavolta traslata sugli editori, visto che gli autori sono giovani e vengono visti solo come vittime del processo. Perché questi libri sarebbero falsi? Perché sono stati scritti da ragazzini. Ah beh. Convincente. Quando si parla di “libro commerciale”, “operazione commerciale” a me viene sempre da ridere. Perché io conosco un paio di libri nati come mere operazioni commerciali, ma nessuno li cita mai in queste discussioni. Poi, se questi sono “libri finti” perché sono così malamente contraffatti? Voglio dire, stiamo falsificando un prodotto, abbiamo chiamato quattro editor, li abbiamo messi intorno ad un tavolo dicendogli “scrivete a, b e c”, poi abbiamo preso uno sprovveduto ragazzino e abbiamo incollato la sua faccia alla copertina. Si suppone che quanto meno gli editor che abbiamo scelto siano scafati uomini di mondo, che conoscano bene l’editoria e le tecniche di scrittura. Perché allora questi libri, nel giudizio di chi li ritiene “operazioni commerciali”, sono sempre scadenti? Perché questi astuti ghost writer che abbiamo scelto non sanno produrre qualcosa di valido? Mistero.
Altra frase emblematica:
“Quando tutta la rassegna stampa, la campagna promozionale, il materiale informativo di anticipazione di un libro si incentra sulla giovanissima età dell’autore,è fin troppo ovvio dedurre che il libro non abbia poi molto di interessante o di memorabile in sé”.
Gli editori fanno il loro mestiere: vendere libri. “Creare il caso”, giocare sui contrasti che possano attirare l’attenzione dell’acquirente è il modo migliore per farlo. Per questo si punta sulla giovane età. Che non è comunque l’unica cosa su cui si punta. Io ho visto il materiale promozionale della Strazzulla, e faceva leva anche su altre cose che non fossero l’età; il richiamarsi al fantasy classico, il proporre al lettore un nuovo libro ambientato in terre fantastiche, con protagonisti credibili e nei quali immedesimarsi.
E, in ogni caso, la pubblicità è mentitrice. Sempre. Mi viene sempre da sbuffare quando, dopo almeno due decenni passati immersi nella società dei consumi, stiamo ancora lì a dire: “c’era scritto che il detersivo tot lava meglio di tutto il resto e non è vero, è una truffa”. Ma davvero non conosciamo i meccanismi della pubblicità? Davvero non sappiamo guardarci attraverso? La pubblicità sceglie le leve sulle quali insistere non in base alle reali caratteristiche del prodotto, ma a quelle qualità che più fanno presa sul pubblico. Un libro pubblicizzato come “l’opera prima di un adolescente” non è un’opera che non ha altro. Semplicemente gli addetti al marketing sanno che il genio precoce è un tasto che fa presa sul pubblico, che si incuriosisce e compra.
Infine, ultima perla:
“Forse non è un caso, in questo panorama, che i libri più «autentici», più seri, più sinceri, per ragazzi e con protagonisti ragazzi, i libri grazie ai quali si può tentare veramente di capire il loro animo e se ne può afferrare l’affascinante complessità siano quelli scritti non da un coetaneo degli stessi, bensì da un venerabile signore, nonché strepitoso scrittore, di 74 anni: Aidan Chambers”.
No. Dissento. Gli adulti non raccontano affatto l’essenza dell’adolescenza e della giovinezza. Gli scrittori adulti ci raccontano i giovani per come ci piacciono, per come vorremmo che fossero. Uno scrittore di settantaquattro anni non parla dei ragazzini di oggi; al massimo parla dei ragazzini dei suoi tempi.
La giovinezza si dimentica, nel ricordo si colora di aloni mitici che non le appartengono. È questo il senso del gap generazionale che fatalmente allontana e contrappone i genitori ai figli.
Per altro, non sto dicendo che la letteratura per infanzia “buona” è quella che “spiega i giovani”. Questa cosa pertiene ai saggi sociologici e non alla letteratura. Sto solo dicendo che i ragazzi sanno come sono fatti i ragazzi, non lo sappiamo certo noi, né glielo dobbiamo insegnare dall’alto della nostra consapevolezza. E che non è compito della letteratura per l’infanzia “spiegare la gioventù”. Gli unici compiti che la letteratura per l’infanzia può avere, a parte divertire, ovviamente, è avvicinare i giovani alla lettura, veicolare loro determinati messaggi e visioni della vita che l’autore ritiene importanti. Per questo l’età anagrafica non fa il bravo scrittore per ragazzi, e per questo a 74 anni si può essere splendidi autori per l’infanzia.
Comunque, al di là di queste critiche contingenti, quel che mi dà fastidio dell’articolo è la solita cosa: che si critica il contorno, il contesto, e non l’opera. Il problema è essere giovani. Avrei preferito una critica feroce, ma individuale, su ciascun testo, che magari distruggesse i libri parola per parola, ma quanto meno li prendesse sul serio, li considerasse appunto libri e non, testualmente, roba da ragazzini.
Come vedete, concordo sostanzialmente con la Lipperini. E concordo anche con lei che ai ragazzi poco gliene cale che il libro sia scritto da un loro coetaneo. Loro vogliono divertirsi, appassionarsi, e che questo obiettivo lo raggiungano grazie ad un Moccia quarantenne o a una Di Spirito sedicenne è per loro ininfluente. Quando vengono alle mie presentazioni non mi considerano affatto una di loro (dio mio, ho pur sempre 27 anni, la mia adolescenza è fatalmente dietro l’angolo): piuttosto mi danno del lei, mi trattano con la distanza che si riserva agli adulti. Ma le mie storie li divertono, su questo quantomeno possiamo convenire, visto che i miei libri vendono.
Mi tocca invece concordare con la Grilli su un altro punto. Questo boom degli scrittori giovani incoraggia al “successo facile”. Ce ne sono tanti, ma tanti di ragazzi che vogliono “diventare famosi come XXX”, ove XXX = un qualsiasi giovane scrittore di oggi, che vogliono essere pubblicati per essere famosi. Ecco, questo lo trovo triste. Resto convinta che si debba scrivere per divertimento e per esigenza, e che la pubblicazione debba essere un accidente, un esito del tutto collaterale al processo di scrittura. Non si deve scrivere con l’intento di pubblicare e diventare famosi. Non lo deve fare un adulto, figurarsi un ragazzo.
Ecco, la pubblicazione di tanti giovani incoraggia questo modo di vedere la scrittura: come una via alternativa per diventare famosi. C’è chi partecipa a Veline, e chi sfonda scrivendo un libro. Ecco, non è bello.
Precisazione: non dico che gli autori giovani pubblicati siano in qualche modo complici o partecipi di questo processo. Semplicemente il mercato e la società sono fatti in modo tale che la loro scrittura e il loro successo vengano percepiti in questa maniera distorta.

Dopo questa infinita tirata, forse vorrete sapere che ne penso io del baby boom. Niente. Niente perché io questi autori non li ho letti. Quando li leggerò saprò cosa pensarne. Ma poco mi cale che abbiano sedici anni. Non è un’aggravante, non è un’attenuante. Dal momento in cui arriva in libreria, il libro mi si mostra nudo, senza nome e senza passato. Per me è una storia, che in quanto tale va giudicata. E credo che ogni autore vorrebbe essere giudicato così. Io di sicuro vorrei essere giudicata così.
Per il resto, a livello meramente sociologico, per quanto possa valere, di sicuro c’è un interesse da parte delle case editrici per i giovani autori. Ha ragione la Lipperini; al solito, le case editrici cercano “il caso”. Vanno i giovani? Vai coi giovani. Vanno i calciatori? Vai coi calciatori. È il mercato. Ma io non credo che la cosa possa essere esaurita qui. C’è qualcosa, qui e ora, per cui i giovani improvvisamente sembrano avere sulla realtà uno sguardo più fresco rispetto a quello di altri autori. Non penso solo ai diciassettenni. Ci metto dentro anche altri autori giovani, dai venti ai trenta.
Poi, leggerò e vedrò. Magari non mi piaceranno. E allora pace, vorrà dire che avrò comunque imparato qualcosa. Si impara anche dai libri che non si amano. Ma sempre cercherò di avere uno sguardo scevro da pregiudizi. È una vita che ci provo.

25
giugno 2008

Edicola. Ore 14.30. Caldo boia. Il cielo e l’asfalto sembrano sciogliersi e fondersi.
Entro, un prefabbricato con dentro un piccolo condizionatore.
Io: “Salve. Vorrei Rolling Stone di Luglio”.
Edicolante: “Subito”.
Si alza, va, fa, ritorna. Con la copia in mano. Scorgo un simpatico Eddie che mostra il dito medio. Ah capperi. Cioè, proprio in copertina.
L’edicolante getta il numero sul piattino. E io la vedo. Scritta gialla. Il titolo del mio pezzo, e sotto: Licia Troisi. Sorrido.
Edicolante: “2.90 €”
Glieli do.
Edicolante: “Come mai quel sorriso?”.
Cazzo.
Giuro, non l’ho fatto apposta. È che ho sorriso. Non credevo di essere in copertina.
Rifletto. Sparo una cazzata o dico la verità?
Io: “No, è che…cioè…”
Ok.
Giro la copertina, gliela metto a favore di camera, indico il mio nome.
Io: “È che questo l’ho scritto io”
L’edicolante acchiappa il giornale, cerca la scrittina gialla.
Edicolante: “Ma dai! Quindi ti saresti…Licia Troisi?”
Io: “…sì…”
Segue chiacchierata su Eddie the Head, chi è, cosa ho scritto. Mi involo verso la porta.
Edicolante: “Comunque complimenti!”
E vai. Figura di cacca delle 14.40. E anche questa giornata l’abbiamo battezzata.

Due appunti.
Questo sito era troppo figo per non usarlo, per cui ci ho infilato dentro il mio pezzo per Rolling Stone. La “tag cloud” delle parole più usate nel racconto è questa qua
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Secondo poi, per chi ha letto, a storia dei Muse è vera. E adesso siete tutti testimoni del patto diabolico :P

25
giugno 2008

Ieri ho preso in mano il Mac alle 15.10. Avevo caldo e la ferma intenzione di andare in palestra alle 17.00. Per questo non mi sentivo poi tanto convinta di scrivere. Sì, magari ci provo un po’, se non va mollo…vediamo…ok, dai, comincia col leggere l’ultimo capitolo.
Poi non lo so cosa è successo. Ho effettivamente letto il capitolo, e quando poi ho alzato gli occhi dallo schermo erano le 18.30, e avevo finito. Cioè, finito davvero. Avevo scritto l’ultima parola del mio nono libro.
Sono stata presa dal vortice. Sono entrata nella testa dei personaggi, ho vissuto i loro drammi, e non ho potuto fare a meno di seguire con le dita il ritmo narrativo. Perché quando le cose precipitano, non puoi interrompere il flusso. Devi prostrarti alla storia, seguirne le regole e i tempi, e raccontarla senza tirare il fiato.
È stata una delle giornate di scrittura più intense della mia vita. Una di quelle cose che a volte pensi ti possano capitare solo quando sei giovane e inesperta, scrivi la tua prima cosa, e quindi tutto è nuovo e bellissimo. E invece.
Era iniziato tra mille tormenti, questo libro, in un periodo un po’ tormentato della mia vita. Idee che non quagliavano, paure che mi paralizzavano, lunghi briefing con Giuliano che mi lasciavano più incazzata di prima.
Poi avevo iniziato a focalizzare, e a scrivere. Il prologo l’ho scritto sul balcone di casa, col sole in faccia che mi impediva di leggere per bene le parole sullo schermo.
E poi è stato un crescendo. E ho paura a dirlo, ma forse sono soddisfatta. Ora. Ovviamente, è solo la prima stesura, cambierà da morire prima della fine, e il lavoro è praticamente solo a metà. Per dire, oggi e domani probabilmente, se riesco a resistere, mi do alla nullafacenza, ma venerdì sul treno inizio la prima rilettura. Però intanto ora la storia esiste, i destini sono stati tracciati.
Mi sento un po’ come dopo aver scritto dell morte di un noto personaggio (chi ha orecchie per intendere…). Svuotata e attonita. Sono davvero a questo punto? Ho per davvero finito di raccontarmi, di vivere questa storia?
La parte istintiva, forse la più bella, è finita. Ora comincia il labor limae, magari saranno dolori, ma è il mio lavoro.
Per festeggiare, magari oggi mi compro Lost Via Domus.

23
giugno 2008

E così sono andata a Mare di Libri, a Rimini. E, come mi succede sempre più spesso di recente, sono stati due giorni ma lunghi come fossero quindici. Una specie di mezza vacanza, o forse un ritorno all’infanzia, ai tempi dei miei quindici anni. Perché, non so, c’era un’aria molto da gita scolastica, nel bene e nel male. Euforie ingiustificate, voglia di mare, discussioni deliranti tirate fino a notte tarda. E poi un sacco di incontri.
Venerdì sera cena ufficiale. Da segnalare due cose; che l’aumento di un chilo sull’ago della bilancia mi ha fatto proprio bene, visto che per una volta ho evitato l’assalto alla diligenza davanti al buffet, riuscendo a resistere anche alla sacher che occhieggiava sensuale sulla tovaglia bianca. La seconda è che nel prato c’era una piscina. E fin qui…Solo che verso mezzanotte sono uscite fuori da una casetta una decina di epigone di Esther Williams che hanno fatto un numero di nuoto sincronizzato. Dovete sapere che io sono appassionata di nuoto. Lo pratico, lo vedo in tv quando posso, e aspetto con ansia i Mondiali di Nuoto di Roma del 2009. Ancora non ho deciso se vado a vedere i tuffi o qualcos’altro. Comunque. È stato belle vederle. L’eleganza nelle movenze, la precisione dei gesti, questi corpi scolpiti che fanno tutto quel che il cervello gli dice, esprimendo una potenza e una delicatezza straordinarie. La poesia ovviamente è stata rotta da Giuliano
“Dovevi fare sincronizzato, allora sì che saresti stata con le spalle dritte”
E magari averi avuto un culo degno di questo nome, un bel paio di gambe, sarei stata magra e tonica e avrei evitato di scassare tutto mentre mi muovo, come sabato sera. Ma vabbeh.
Sabato invece è stata la giornata delle presentazioni. Una alla mattina “interna”, nel senso che aveva a che fare con la Mondadori e non era aperta al pubblico, una al pomeriggio per il festival Mare di Libri, e la sera firma copie all’albergo. Che per inciso era un sacco figo. A fine serata mi sentivo spremuta come un tubetto di maionese. E sapevo che mi attendeva una cena con un sacco di gente. Comunque è andato tutto bene (spero), anche se in platea, proprio davanti a me, a poche file dal palco, c’era uno che dormiva mentre parlavo :P . Non lo biasimo. Oggi dormirei sulla tastiera anch’io, per dire.
C’è stato anche tempo per socializzare. Intanto un bel pranzo, per fortuna leggero, in una graziosa piazza di Rimini con Francesco Falconi, Fab, Cecilia Randall & tutta una serie di persone a me e loro legate. La sorpresona è stata la possibilità di vedere anche Andrea Cotti, col quale ci sentiamo spesso per telefono, condividendo le fatiche dell’editing (memorabile la maratona d’agosto dell’anno scorso, una cosa da morire di fatica), ma che non vedevo dal lontano 2006. Ci siam strappati la promessa di rivederci in quel di Roma, spero che ci si riesca.La cena della sera. Anche qui, micro applauso personale per essere riuscita a districarmi tra insalate di mare, paccheri allo scoglio, fritture e altre delizie senza prendere dieci chili. Secondo poi, ho parlato con vecchie e nuove conoscenze, molto piacevolmente. Paolo Giordano reloaded, dopo Torino, ma anche stavolta, as usual, tutte le varie domande, curiosità, discussioni sul suo lavoro e sul nostro comune destino di fisico-scrittori mi sono rimaste in gola, un po’ seccate dal dolore di un buco che mi sono fatta su un piede con le scarpe nuove, un po’ perché sono scema. Poi Dorotea De Spirito, che per altro è di Viterbo, quindi siamo quasi compaesane. Versioni di greco e latino, lingue straniere, il ricordo dei tempi in cui andavo a scuola. E poi, c’erano Suresh e Jyoti Guptara, con cui ho parlato tutta la sera. In inglese, ahimé. Ho messo subito le mani avanti, ma alla fine me ne sono anche un po’ fregata. Insomma, l’importante è capirsi. Sì, ho sbagliato un paio di tempi verbali, e a fine serata facevo una fatica folle a capire cosa mi stavano dicendo, ma è stato bello. Perché son simpatici, perché viviamo nello stesso mondo, tra spade e draghi, perché…non lo so. Sono di quelle persone che ti fanno simpatia a pelle, e quando ieri mi han salutato per interposta persona dalla spiaggia, beh, ho pensato che è stato bello conoscerli, che devo leggere il loro libro e mandargli il mio, che tanto parlano tedesco. Francesco Gungui, con cui ho avuto più tempo di socializzare il giorno dopo (più o meno…no, era che eravamo seduti a lati opposti del tavolo, quindi abbiamo avuto modo di parlare poco). E poi Mauro Garofalo, con cui è sempre un piacere discettare di un po’ di tutto, e tanta gente della Mondadori che non vedevo da un po’ e con cui è stato un piacere tornare a parlare.
La serata ha avuto un paio di momenti clou: io che cerco ripetutamente di far cadere il bicchiere del vino con le mie movenze accorte e delicate, e la foto. Suresh e Jyoti chiedono di fare un foto, e io “sì, facciamocela tutti insieme!”. Non arrivando nessuno, decido di richiamare delicatamente l’attenzione di tutti: “Ahò, dai, famose ‘na foto tutti insieme!”….Le prese in giro non si sono fatte attendere. Devo fare un dannato corso di dizione, parlo come Carlo Verdone, dannazione. Per inciso, la foto aspetto di riceverla, così poi la condivido urbi et orbi.Poi si decide che il giorno dopo mare. Così. Siamo a Rimini, damn. Ma io non ho portato il costume. Ne ho comprato uno per strada, volante, quattordici euro per un bikini azzurro. Appuntamento alle 9.30 sotto uno dei nostri alberghi.
Poi, dopo cena con Fab, Gisella, Francesco e Fabio. Io do il meglio di me (dopo le 24.00 tipicamente mi trasformo, ma non torno Cenerentola, bensì la parte più idiota di me prende il sopravvento facendomi sembrare ubriaca anche se non ho bevuto un goccio) durante la ricerca di un posto dove star seduti, bere e parlare. Ma l’albergo è deserto, per cui si va verso qualche locale. Dove si approda per un limoncello (io) e altre bevande alcoliche e non. Stendiamo un pietoso velo sulle discussioni che ci hanno tenuti impegnati fino alle 3.00 di notte. Cose che è meglio gli umani non sappiano.
Il giorno dopo it’s beach time. Prima una piacevole discussione sul fantasy, la letteratura di genere e la letteratura tout court.
Riesco anche a farmi il bagno, dieci minuti netti, e scottarmi le spalle. Memorabile la foto con Giuliano, Fab e Gisella, una specie di gara a chi era più bianco.

A Rimini ci sono stata la prima volta in gita con la scuola. Avevamo visitato Ravenna, ma avevamo deviato poi su una discoteca di Rimini per il dopocena. Forse è per questo che durante questa due giorni ho percepito questa vaga atmosfera da gita scolastica. O forse era che eravamo tutti giovani, sabato sera con sgomento ho realizzato di essere la più vecchia scrittrice seduta al tavolo (ma forse Francesco Gungui mi batte di qualche mese). Sentivo voglia di mare e sole, desiderio di sembrare anche un po’ stupida, di non perdere quella parte giocosa e incosciente che mi tiro dietro da sempre, nonostante gli anni che passano, il matrimonio e una casa da portare avanti.Qualche tempo fa scrivevo che c’è odore delle vacanze della mia infanzia, in queste estate. Quel profumo continua a pervadere questi giorni assolati, a riportarmi ad un certo modo di vivere l’esistenza che in qualche modo avevo perduto. La penombra dei pomeriggi estivi passati a casa, l’odore delle sedie a sdraio sulla spiaggia, le spalle che prudono per il troppo sole.
Forse è giunto il momento di prendere di nuovo le cose alla leggera, e crescere un po’.

Update:Come da titolo di Fab che me l’ha mandata, la fiera del bianco: Giuliano, io, Fab e Gisella.

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