Archivi del mese: luglio 2008

Delusione

Ormai mi sono data alla critica cinematografica in pianta stabile. È che avevo sul groppone due film da andare a vedere: Il Cavaliere Oscuro, di cui vi ho già ampiamente parlato, e Hellboy.
Ora, il primo Hellboy mi era piaciuto. Era divertente, soprattutto perché il personaggio era tratteggiato in modo convincente ed era di una simpatia unica. Poi ho visto Il Labirinto del Fauno, che probabilmente è il più bel film fantasy che abbia mai visto, quindi andare a vedere The Golden Army era un po’ un passaggio obbligato.
Forse mi aspettavo troppo. Forse ero ancora influenzata dal Cavaliere Oscuro, forse non l’ho capito, vai a sapere. Ma Hellboy II è stata una delusione. Attenti che è pieno di spoiler.
Sì, visivamente è un trionfo: bellissimo, le creature inventate da Del Toro sono qualcosa di davvero superlativo, le scene di combattimento sono fantastiche. Ma poi? Per il resto è un mezzo casino. La sceneggiatura pare un canovaccio messo lì per costruirci sopra quel castello di creature fantastiche che a Del Toro tanto piacciono: per dire, ok non risvegliare la Golden Army, ma per quale ragione al mondo il re degli elfi, ridotto a riunire il suo consiglio in uno scantinato in mezzo a tubi e ferraglia varia, non dovrebbe essere profondamente incazzato con gli esseri umani? “È nella nostra natura rispettare la tregua”, sì, mentre gli umani fanno un po’ quel cazzo che vogliono. Nuada 1, elfi 0. E poi, perché durante lo scontro con l’elementale Nuada non si getta a pesce sulla principessa, visto che sta lì a guardare protetta solo da Abe, che non è che sia ‘sto gran combattente? O ancora, dopo che la strega estrae la lama dal petto di Hellboy, che ragione hanno i tre dell’avemaria di andare da Nuada? Non stavano andando da lui per salvare Red? Incomprensibile la frase di Abe davanti ad un Nuada che li attacca: “non erano questi i patti”. Cioè? Per caso nel montaggio si son scordati una scena in cui Ade e Nuada fanno un patto?
Ma vabbeh, potremmo anche passarci su. Anche ne Il Cavaliere Oscuro ti domandi come cacchio abbia fatto Joker a minare un ospedale intero e due traghetti senza che nessuno lo vedesse, ma la cosa passa tranquillamente in secondo piano grazie alla sostanza del film.
In Helboy, invece, le pecche risaltano, perché non c’è un vero e convincente collante che tenga insieme la storia. La questione dell’amore. Ok. Ma è veramente buttata là. La storia di Liz incinta ce la tirano oltre ogni sopportazione, con agnizione finale piuttosto patetica. Scontatissimo l’amore tra Abe e Nuala, che appena si vedono già si capisce che fine faranno.
La tematica del diverso rifiutato dai normali è tirata via alla grande. La mamma prima urla “Il mio bambino, il mio bambino! Salvate il mio bambino!”, e quando glielo salvano inviperita se ne esce “hai rapito mio figlio!”. Per inciso, perché Hellboy si tira dietro il pupo per tutto lo scontro contro l’elementale? Non poteva appiopparlo a Liz o a qualcuno nelle vicinanze? No, perché il film a questo punto ci deve mostrare che Hellboy sarebbe un padre perfetto. Ma così è giocare a carte davvero troppo scoperte.
Infine, tematica ambientalistica. “Lui è l’ultimo della sua specie, se lo uccidi il mondo non ne vedrà altri”. Magari ci potevi pensare prima di sbatterlo in battaglia contro Hellboy. E ‘sta pippa degli umani che cacciano gli elfi per fare i centri commerciali…dozzinale, banale e poco incisivo.
Poi, vabbeh, Red è Red, uno dei più bei personaggi di sempre, e le fatine dentine sono meravigliose, e l’humor non manca, e…ma la sensazione generale è che il film viva di rendita su questi quattro elementi. Per il resto, Del Toro voleva mettere su schermo le sue fantasie più sfrenate, e per farlo se n’è abbastanza fregato del resto.
Piccola nota positiva: adoro il fatto che Del Toro ricorra alla CGI, il vero cancro del cinema moderno, solo quando indispensabile. Il resto è soprattutto trucco magistrale, molto più caldo e vivo di qualsiasi pupazzo 3D digitale.
Comunque. Come al solito sono andata in giro a cercare recensioni, e sono tutte entusiaste. Per cui, non so, forse sono io che non ho ben capito…che mi sono persa qualche pezzo…Ma proprio non vedo il punto.
Del Toro, a ‘sta botta mi ha delusa.

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Il Cavaliere Oscuro

Ieri sera sono andata a cinema a vedere The Dark Knight. E mi ha sconvolta. È da ieri sera che ci penso. Che mi arrovello sul film ma più in generale sui fumetti, sul cinema di intrattenimento, fino giù a scendere a quel che scrivo io.
Non ho intenzione oggi di fare una recensione. Ho solo voglia di condividere con voi queste riflessioni, di tracciare assieme un quadro della situazione. State attenti, che è pieno di spoiler

Non è un film di supereroi
È stata questa la prima impressione. Perché di fumettoso non c’è davvero niente. Nessuna scelta di edulcorare la realtà, nessuna concessione ad un’estetica che reinventi anche solo l’ambiente in cui la storia si svolge. Basta pensare a Gotham City, che non ha nulla di gotico, soprattutto se la si paragona a quelle di Burton. Ma anche a confrontarla con la Manhattan tutto sommato bonaria, amichevole, di Spiderman, la Gotham di Nolan è New York, Chicago, Detroit. Una città qualsiasi, in mano non a supercriminali volanti, ma a comunissimi mafiosi.

Umano, troppo umano
Di conseguenza, anche i personaggi che in questo scenario sporco e terreno si muovono sono umanissimi. La caratteristica di Batman, per quel poco che ne so, è proprio il suo essere tutto sommato un uomo normale. Non ha superpoteri, fa a cazzotti armato solo della propria forza fisica e dei duemila marchingegni della sua tuta. Questa caratteristica viene portata alle estreme conseguenze da Nolan. Tutti i personaggi del film sono di una sconvolgente umanità. Non c’è quella patina archetipa e per certi versi caricaturale di qualsiasi altro film tratto dai fumetti. I personaggi si muovono in un contesto sporco e reale, e sporche e reali sono le loro psicologie e le loro azioni. I loro dilemmi ci coinvolgono, sono gli stessi che anche noi abbiamo vissuto. L’ascesa e la caduta di Harvey Dent non ha nulla di artificioso; se si esclude l’elemento dell’assurdità di uno a cui manca mezza faccia che se ne va in giro per strada, la sua parabola potrebbe essere inserita agevolmente in un film di altro genere. Perché tutto nel Cavaliere Oscuro è reale.

Ma la dimensione epica rimane
Nonostante tutto ciò, The Dark Knight è terribilmente epico, è grandiosamente epico. A volte penso che i fumetti siano l’epica dei nostri tempi. Assolvono la funzione che un tempo era dell’Iliade e dell’Odissea. Esprimono la nostra mitologia, il nostro bisogno di grandezza, e i nostri dubbi e paure. Forse tutto l’intrattenimento esplica questa funzione: riportarci ad una dimensione alta dell’esistenza, quella popolata da eroi che hanno a che fare con prepotenti istanze etiche, e che al contempo si trovano costretti ad agire, a seguire il copione scritto per loro dagli e dei e dal destino. E The Dark Knight questo lo ha ben presente. Tutti sono costretti da un destino stringente che ha tracciato per ciascuno di loro una strada: così il seme di Due Facce alligna fin da subito dietro il volto rassicurante di Harvey Dent, e la sua smania di compiere un Bene che non conosce sfumature è già ansia di vendetta che lo consumerà alla fine. E Batman è per tutto il film una figura quasi passiva, costretta dei lacci della leggenda che lui stesso ha creato: costretto a non uccidere, costretto a lasciar morire chi ama, costretto a continuare a combattere perché questa è la sua natura. È il Fato, l’essenza oscura con la quale il mito fa di continuo i conti.
E poi, c’è il male per il male: il Joker

Avrebbero dovuto intitolarlo Il Joker
Il Joker sulla carta è un personaggio piuttosto scontato. Il cattivo che compie il male per il male. Il supercattivo per antonomasia, una figura tutto sommato poco credibile, perché nessuno di noi ha mai a che fare con un male del genere. Nel mondo di tutti i giorni il male è declinato indissolubilmente con la meschinità: ammazzo per i soldi, per le donne, per il potere.
E invece.
E invece questo Joker è immenso, grandioso. Per i primi sessanta minuti mi domandavo dove volesse andare a parare: sì, le pose da psicopatico, compiere il male tanto per…ma la motivazione? Dov’è la motivazione che lo fa passare da semplice figurina a personaggio completo? E forse è voluto che ci si faccia questa domanda, che si cerchi un senso. Perché quando poi si scopre, si sente che il senso non c’è e mai c’è stato, si rimane spiazzati.
Il Joker è la rivolta dell’uomo contro dio. Il Joker è l’essere che guarda la realtà senza veli consolatori, ne comprende l’assoluta assenza di senso, e decide di convertire al proprio nichilismo il mondo.
Non starò a dilungarmi su quanto sia straordinaria l’interpretazione di Heat Ledger. Una cosa da far tremare le vene dei polsi. Ma non è solo lui a rendere il Joker immenso. È la sceneggiatura, la regia, la costruzione del personaggio.
Più ci penso e più mi sembra che il film sia costruito per mostrare il trionfo del Joker. Tutto congiura a farcelo diventare simpatico, quasi a tifare per lui, e a sposare le sue idee. E proprio perché il Joker è il male che è in ciascuno di noi, l’orrore di fronte al meccanismo del mondo, un orrore cui si può rispondere solo generando morte e distruzione.
Pensateci. A parte il divertimento, le azioni del Joker sono spinte dal desiderio di mostrare a Gotham che il mondo è marcio, che gli idealisti sono semplicemente persone cui non è ancora stata data l’occasione di diventare malvagie. E secondo me ci riesce. Ci riesce perché quando vediamo il film noi percepiamo il suo fascino oscuro, lo sentiamo simile a noi. Perché anche noi, a volte, vorremmo annegare in un’orgia di dolore e sangue. E in fin dei conti, alla fine Batman non è costretto a mentire, pur di negare al Joker la sua sacrosanta vittoria? Harvey Dent non è caduto? Non ha mostrato tutti i limiti del suo cieco idealismo? E pensiamo ai due traghetti. Ok, alla fine non si fanno saltare in aria. Ma il Joker ha vinto nel momento stesso in cui il traghetto dei buoni ha messo la questione ai voti, e ha votato per il sì. Non vale a nulla che poi nessuno abbia il coraggio di pigiare fisicamente il bottone. L’incapacità di compiere l’atto che condanna a morte centinaia di persone non è un ultimo richiamo al bene; è semplicemente codardia. Tutti vogliono che siano gli altri a fare il lavoro sporco, ma sono tutti pronti ad applaudire il soldato che ha tirato la bomba.

E Batman?
E qua veniamo alle dolenti note. Ma Batman? Innanzitutto, viene mortificato da un doppiaggio incolore e monocorde. Già Christian Bale (che mi piace un sacco, ve l’ho mai detto? :P ) sembra quello più imbalsamato, stretto tra un Ledger fuori scala e un Eckart che si difende molto bene, poi gli appioppano una voce incolore, che non ha un guizzo che sia uno. Ma al di là di questo, nel film Batman finisce completamente schiacciato tra le figure dei suoi due nemici. Il suo dilemma morale rimane per certi versi compresso e inespresso. E come se ad un certo punto a Nolan fosse mancato il coraggio di spingere l’acceleratore fino in fondo, di mostrarci che, dannazione, il Joker ha ragione! Il che non vuol dire poi sposarne la causa. Ma la lotta contro chi ha dalla sua la ragione, armati solo dei propri principi morali e dell’incrollabile fede nel fatto che c’è qualcosa che si può e si deve salvare, beh, non è inutile, è titanica! E secondo me su questo tasto occorreva spingere.
Invece Batman non è mai davvero combattuto, non emerge mai quella parte oscura di cui il titolo. Sì, mena il Joker, ma lo sappiamo che Batman non è mai stato uno che andava esattamente per il sottile. No, quel che manca è la cazzata. Batman che fa la cazzata. Per dirla in termini meno volgari, manca la tentazione della morte. È fin troppo facile il modo in cui Batman riesce ad evitare di uccidere il Joker. In questo senso non c’è tensione e non c’è dramma.
Poi tutto questo passa in secondo piano, grazie alla grandezza di tutti gli altri personaggi, alla compattezza tematica del film, alla profondità della sua analisi. Ma è un peccato. Perché se solo Batman avesse avuto un decimo della grandezza del Joker, questo film sarebbe stato un capolavoro inarrivabile.

Note sparse
Un paio di scoattate di Batman secondo me ci stanno un po’ come i cavoli a merenda. Il pezzo dell’impronta del dito sul proiettile ha fatto insorgere tutta la mia fila, che per la cronaca era composta da me, Giuliano e tre amici, tutti fisici. Pure quando lui ferma la moto sul muro, mah…esagerato. Ma sono cose davvero secondarie.
Onore al merito invece della colonna sonora. E finalmente, direi. Qualcuno che non ha paura del silenzio, e che per una volta lascia da parte cori lirici e tromboni del cavolo. Quando deve esserci il silenzio c’è il silenzio, e la musica che accompagna le azioni del Joker è magistrale, meravigliosa.

Insomma, sono rimasta colpita, immagino si veda.
Proprio due minuti fa stavo leggendo una recensione in cui si questionava la liceità di fare un film di intrattenimento con ambizioni così “alte”, ambizioni che un po’ tutti i critici riconoscono a questo film. Perché poi c’è chi potrebbe non capire, perché non è questo il luogo adatto…Ecco, io invece penso che tutto l’intrattenimento dovrebbe essere così. Pieno di dannate ambizioni, capace di parlare dell’essenza più vera dell’umanità attraverso sparatorie, uomini in calzamaglia che si buttano dai tetti e tutto l’armamentario. E che anzi se questo non lo facciamo noi “intrattenitori” poi non lo fa nessuno. Perché l’efficacia di un messaggio lanciato attraverso il divertimento è infinite volte superiore a quella di chi invece certe cose le dice ammorbando, ammantandosi di un’aria di intellettuale che per forza di cose tiene lontana un sacco di gente.
È questa la nuova frontiera della cultura, il nuovo modo di farla, un modo per certi versi rivoluzionario. E Nolan in questo è un maestro.

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Hope

Esterno mattina. Sono in macchina, ferma al semaforo. Ieri sono tornata da Monaco di Baviera, due giorni ritempranti come una settimana. Pensare a Monaco è come mangiare una bomba alla crema, con quel dolce che si spande dappertutto per la bocca, regalandoti brividi di piacere. E a Monaco penso, mentre sto ferma in attesa del verde. Al fatto che ho visitato città più belle, ma ogni volta che finisco sotto la Rathaus poi mi vengono sempre i brividi. Che è stato bello salire sulla torre della Peterskirche e abbracciarla tutta con uno sguardo solo, dai campanili gemelli della Frauenkirche alla torre dell’Olympiapark, fino alla grande ciambella bianca dell’Allianzarena. Che Monaco resta un fantasma sospeso sulla mia testa, un dolce ricordo e un enigma del futuro.
Vengo da Piazza Cavour. Sono andata a fare il visto per la Russia. Sono uscita di casa alle 10.00 in punto e adesso sono le 12.35. Due ore e mezza di viaggio. Ci si fa due volte Monaco Roma in aereo.
Lui si avvicina col tergivetro. Non è giovane. È un signore che potrebbe essere mio padre. Scuro di carnagione, pakistano, o di chissà quale altra parte del mondo. Nicchio poco, poi gli dico di sì, e mi lava il vetro. Come sempre mi prende l’ansia: ce l’ho i soldi? Frugo nel portamonete. Sì, ma sono pochi, dannazione.
Quando ha fatto apro il finestrino, e gli passo i miseri cinquanta centesimi con la faccia colpevole. Lui li guarda e sorride.
“Tutto bene?”.
Sorrido.
“Tutto bene. E…lei/tu?”
Non so se dargli del tu o del lei.
E parliamo. Di cazzate.
“Sei sposa? Sposa?”
.Penso alla fede al dito.
“Sì”
“e bambini?”.
Scrollo la testa.
“Niente bambini”.
“Oh. E perché no bambini?”.
Mi viene da dirgli che è una storia proprio lunga, che quattro giorni fa le mie prospettive sono di nuovi cambiate, e quindi chissà…
“Beh, sono ancora giovane!” dico ridacchiando.
Lui sorride di rimando. Allunga una mano oltre il vetro e mi fa una carezza sulla testa.
“Ciao” mi dice, ed è verde.
E io mi sarei messa a piangere. Così, in mezzo alla strada. Per quelle cazzate che ci siamo detti, per i sorrisi, e la sua mano sulla mia testa.
E penso a questo paese che mi ha vista nascere, mi ha regalato Giuliano e un sogno grande, e che non riesco più ad amare. Penso alle impronte ai rom, ai due bambini morti mentre venivano qua a cercare un’impossibile salvezza, al decreto anti-precari e a Momodou, che ho letto ieri in aereo. E poi alla mano di quell’uomo sulla mia testa.
E allora ho pensato che forse c’è ancora speranza.

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La rivincita

Da quando vado in palestra, ho più a cuore la mia depilazione. Ve ne avevo già parlato. Mi piacciono i leggings, che però lasciano scoperta la parte più delicata quanto a prosperità pilifera, ossia i polpacci. Ogni volta che entro in palestra, non posso fare a meno di soffermarmi su quelli delle altre che fanno ginnastica con me. Tutti perfetti. Abbronzati. Lisci. Privi di ogni minima traccia di pelo.
Ma come fanno? Ma perché io no? E anche quando sono ben depilata, non posso fare a meno di avere delle belle gambe maculate: dal bulbo irritato perché hai fatto la ceretta, dalla macchietta del pelo che hai appena disincarnito, da tutti quelli ancora incarniti. Non mi riesce di avere quelle belle gambe di un unico uniforme colore, che non dico debba per forza essere un bel mattone da abbronzatura, mi andrebbe bene anche il mio naturale bianco mozzarella, ma che quanto meno sia omogeneo.
Niente.
Poi, stamattina, apro Repubblica. Così. Io ormai sono internet dipendente, senza non vivo. Ed ecco che ci mostrano le gambe di Bai Ling, che io conosco per aver interpretato il ruolo della figona thailandese con cui Jack si consola ad un certo punto dela sua travagliata esistenza. Sto parlando di Lost, obviously. Comunque. C’è una ripresa ravvicinata, perché la nostra ha deciso di incollarsi ai polpacci due cerottini inneggianti alla pace e all’amore universale. Vedo la foto, per la cronaca questa, e finalmente penso che c’è giustizia a ‘sto mondo. Eccoli lì, i pori dilatati, le macchiette, il pelino incarnato. Ma allora anche le bonone hanno di questi problemi! Ma allora, forse, è tutta questione della distanza da cui guardi. Un metro, gamba perfetta, 30 cm vietnam postdepilatorio.
Può sembrare stupido, ma mi sento riappacificata col mondo.

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Film e notizie

Ieri sera, in verità, mi stavo dedicando alla traduzione di questo. Però, un po’ l’aver scoperto che qualcuno l’aveva già tradotto, un po’ il fatto che francamente non ce la facevo ad andare avanti, che ci sono cose che davvero quando le leggi ti tolgono il fiato, alla fine mi sono fermata e ho alzato gli occhi alla tv. E c’era Rai 4.
Rai 4 l’ho scoperta perché me l’ha detto mio padre. Sì, avevo sentito al telegiornale che era nata, ma non me n’ero interessata più di tanto. E invece…
Rai 4 è senza pubblicità. Proprio senza. E manda in onda solo telefilm e film. Ma non film tirati fuori dal cilindro, roba che gli fa schifo agli americani e allora ce la prendiamo noi (ogni riferimento a roba tipo Distruzione dal Cielo, orrido film catastrofico che ho avuto il coraggio di guardare per intero, è puramente voluto). No no. Film veri. Ieri sera La Ragazza con l’Orecchino di Perla. Stasera I Diari della Motocicletta. Oggi pomeriggio 21 Grammi. Ok, non film recentissimi. Ma film veri, porca di quella miseria.
E allora mi sono chiesta. Perché su Rai 4, pubblicizzata pochissimo, per trovare il cui palinsesto occorre sudare sette camice, ieri sera faceva La Ragazza Con l’Orecchino di Perla mentre su Rai 1 c’era un thrilleraccio di infimo livello?

Dunque. Oggi su Fantasy Magazine si parla di me. In particolare si parla dei due progetti in uscita in autunno: Le Creature del Mondo Emerso, ossia il libro illustrato, e il primo libro della nuova trilogia sul Mondo Emerso. Innanzitutto, mi compiaccio per l’elusività della mia quarta di copertina. Per una volta un bel riassunto che non riassume niente. Poi, vediamo di isolare le notizie vere da quelle un po’ meno vere:
veri i titoli (almeno al momento)
vere le quarte di copertina
vera più o meno la data di uscita del Destino di Adhara

non esattamente vera la copertina. È solo uno dei disegni di lavoro

non vera la data di uscita de Le Creature. È matematicamente impossibile che esca il mese prossimo. Ci stiamo ancora lavorando su…
non vero il numero di pagine de Il Destino di Adhara. Lo sto ancora scrivendo (in seconda stesura). Non mi pronuncio sul numero di pagine de Le Creature, ma in linea di massima mi sembra plausibile.

Tengo a precisare che non è che sto dicendo che Fantasy Magazine spara palle. Semplicemente alcune delle notizie che girano in rete (e alla quali giustamente FM si rifà) al riguardo sono semplicemente un po’ datate o inesatte. Comunque, come vedete è più o meno tutto vero :)

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Guardiani

Ho finito ieri sera di leggere Watchmen. Ci ho messo un po’ prima di decidere di prenderlo in mano. Sapete, avevo comprato l’edizione da dieci chili e mezzo :P . Appena ho iniziato a leggerlo, però, non sono più riuscita a fermarmi. È un capolavoro. Poco da dire. E questo fa di Alan Moore probabilmente il mio autore di fumetti preferito. Nei suoi fumetti c’è tutto: la profondità di senso, la dimensione epica, la grandezza, la caduta…Fantastico.
L’unica cosa che non mi convince pienamente è il finale. Non so, il piano del cattivo mi sembra davvero farraginoso, eccessivo. Cioè, intendiamoci, comprendo le motivazioni e tutto, ma in un contesto così realistico come quello di Watchmen, che proprio di questo realismo estremo fa la sua cifra caratteristica, questo piano da scienziato pazzo che vuole fine ti monto mi sembra stonare. Per dieci capitoli abbiamo visto il lato umano dei supereroi, abbiamo visto un mondo verosimile, in sostanza come sarebbe il nostro mondo se davvero esistessero gli “uomini in calzamaglia”, per dirla alla Ortolani, che a Watchmen si è ispirato per una delle sue trilogie più belle, e poi ecco che spunta uno che ha elaborato un piano come nei fumetti di Kirby degli anni ’60. Un supercattivo. Non so, a questo punto avrei trovato più coerente che a mettere su tutto l’ambaradan fosse stato un altro personaggio, che svelerò solo nei commenti, eventualmente, per non rovinare la sorpresa a chi non ha letto.
Comunque. Il fumetto rimane fantastico. E poi ho notato una cosa. Non trovate anche voi che il cattivo finale somigli un po’ negli intenti al Tiranno?

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Percorsi circolari

Sono a casa dei miei. No, è che Giuliano ha un congresso, e allora io ho ne approfitto per tornare un po’ alla vita da nubile. Così faccio un po’ la spola tra la mia casetta e la casa dei miei genitori.
È dal 13 aprile dell’anno scorso che non dormiva qua. Complessivamente, non è passata poi troppa acqua sotto i ponti, o comunque non troppa per non farmi più sentire un senso di appartenenza per questo posto. Ma le cose sono cambiate. Proprio due minuti fa, mentre chiudevo il cellulare dopo una chiamata di lavoro, ho pensato che mi piace stare sola in casa. In questi quasi due anni di vita a casa nuova ho preso nuovi ritmi, nuove abitudini. Per cui adesso mi sembra un po’ di essere finita nella vita di qualcun’altro. È una strana sensazione. L’odore di questa casa, che prima non avevo mai notato, e che adesso invece mi balza subito alle narici. Lo scorrere del tempo che sembra quasi diverso. Così ieri notte non riuscivo ad addormentarmi. Non avevo sonno, semplicemente. Mi mancava il letto grande, il respiro del Mac nell’altra stanza, le dimensioni piccole e raccolte di casa mia.
Si cresce in fretta, e ci si abitua presto a mondi nuovi. Ci accorgiamo di quanto le cose siano cambiate solo quando d’improvviso ci guardiamo indietro. E adesso son qui, dove tutto è cominciato. La mia scrivania col vetro, e sotto il vetro tante foto: Monaco, i miei amici africani, Fadi del Libano, i certamen ciceroniani, biglietti del cinema, scontrini, inviti a presentazioni.
Qui scrivevo fino a due anni fa. Qui ho scritto ieri pomeriggio, qui scriverò di nuovo tra poco. E intanto mi godo questa specie di vacanza, in attesa di fare un altro nostos topico venerdì, quando tornerò a Monaco.

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Ancora sul G8 di Genova

No, perché a me questa storia veramente non va giù. Lui è Christian, ed è sulla colonna destra del mio blog praticamente da quando questo posto è aperto (che per altro è quasi un anno, damn…). È un illustratore freelance, una persona cui voglio molto bene, e quel 22 Luglio del 2001 alla Diaz c’era.
Quel che è successo lo lascio dire a lui e ai suoi disegni, che vi invito a leggere e apprezzare.
La parte di fumetto che trovate sul sito è stata anche pubblicata sul Manifesto del 5 Luglio.
Meditate.

Ricordi della Diaz

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Cosa facete e cose serie

Lostismi
Terza puntata della seconda stagione, Orientation.
Locke davanti al computer dopo aver pigiato il bottone la prima volta: “I’ll take the first shift”
Giuliano: “E Locke ha trovato il suo posto nel mondo”
Io: “Peccato sia il posto sbagliato…”
Giuliano: “Beh, è ‘essenza della vita, no? Trovare il proprio posto nel mondo, e scoprire che è quello sbagliato”
Come siamo filosofici…

Bolzaneto
Per chi si fosse perso la vicenda.
Quindi da oggi, se verrete fermati in una stazione di polizia, gli agenti potranno
- urlarvi che prima di sera vi scoperanno
- costringervi a latrare come cani
- fratturarvi le costole a manganellate
- strizzarvi i testicolo o colpirveli con un salame
- divaricarvi due dita della mano fino a lacerare la pelle del palmo
il tutto più o meno impunemente. Non temete, non si tratta di tortura. Al massimo routine.
Quello che la gente non capisce è che non sei al sicuro che se sei fascista, se sei una brava persona e te ne stai chiuso in casa e non manifesti. Quello che la gente non capisce è che questa non è roba che capita sempre agli altri. È roba che può capitare a chiunque. Che decidere che i custodi sono al di sopra della legge è pericolo per tutti. Ma che ci frega. Siamo pur sempre il paese che dà fuoco ai campi nomadi. C’è violenza e violenza, giusto? Ce n’è una sacrosanta, quella verso il nemico, e una intollerabile, quella del nemico verso di noi. Che bel paese di merda.

Impronte digitali

Aderisco. Firmo col sangue. Contro questa storia delle impronte digitali ai bambini rom si alza solo la voce di quattro persone in croce. Gli altri annuiscono e approvano. Perché quelli non sono come noi, quelli da piccoli sono già perduti, in definitiva quelli non sono persone e vanno estirpati finché sono in culla.
A me sa molto di nazismo, tutto ciò. Più dell’iniziativa in sé, l’aria di nazismo spira dal silenzio e dall’approvazione con cui la procedura è stata accolta. Sta passando l’idea che è giusto odiare chi per qualche ragione non ci piace, che è giusto disumanizzare un intero gruppo di persone perché sono diverse da noi. Per altro non sappiamo neppure esattamente in cosa i rom siano diversi da noi, visto che a oggi le informazioni che sulla loro cultura ha il 90% della gente derivano da luoghi comuni, sentito dire e antiche credenze popolari. Anche degli ebrei si diceva che rapivano i bambini.
Non posso che linkare l’immagine più bella che abbia visto connessa alla faccenda, quella mostrata da Fab:
un dito per Maroni
Quel dito dovremmo mostrarlo tutti a chi ritiene ancora che il razzismo possa trovare una qualsiasi giustificazione

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Illuminazione

Lo sapete che il 28 Luglio la quarta stagione di Lost arriva su Raidue? Il che la dice lunga, per altro, su quanto la tv di stato creda in questo prodotto. Neppure troppo a torto, devo riconoscere: prima di arrivare sulla tv generalista Lost passa per i programmi di peer to peer e in seconda battuta su Sky. Insomma, arriva in tv che già il 90% degli appassionati se l’è visto.
Anyway. Per celebrare l’evento, mi sto rivedendo tutta la saga. Due sere fa ho finito la prima stagione, e adesso sono passata alla mia amatissima seconda stagione.
Lasciamo perdere tutte le osservazioni sulle scelte di regia a dir poco geniali. Non so, per dire una, la prima puntata della seconda stagione incomincia con una visione rovesciata del finale della prima. Ricordo ancora lo shock nello scoprire cosa c’era nella botola. Allucinante.
Vabbeh. No, quello di cui volevo parlare, e, vi avviso, questo sarà un post solo per lostmaniaci, è la mia nuova teoria su Locke.
No, è che devo esprimere a qualcuno questa mia illuminazione cosmica.
Allora. Innanzitutto, nella prima stagione eravamo tutti convinti che Locke avesse capito tutto, che fosse l’unico consapevole di dove stava e a far cosa. Poi nella seconda scopriamo che ne sapeva più o meno quanto gli altri, ma se la tirava di più. Ecco. Rivedendo il tutto direi che fin da principio è evidente che Locke sa un cazzo. È solo contento di camminare di nuovo, la qual cosa lo ha convinto di aver capito tutto: l’isola gli ha dato le gambe, ma vuole qualcosa in cambio.
Poi. Vi ricordate che Locke passa tutta la prima stagione a cercare di aprire la botola? Ecco, io questa cosa non l’avevo mai capita bene. Cioè, pare che Locke sia destinato ad aprire la botola, poi però, quando già è dubbioso sul pigiare il bottone, ecco che l’isola lo mette ancora più in dubbio facendogli trovare la Perla. E perché poi doveva trovare l’aereo dei nigeriani? Mi appariva tutto un po’ confuso.
Ma qualche sera fa, s’è fatto il sereno nella mia testa. Ho avuto questa specie di illuminazione mistica, e ho capito. L’isola non voleva che Locke pigiasse il bottone. Ma fin da principio. Ci prova in tutti i modi, poverella, ma con scarsi risultati. Prima il sogno: gli fa vedere che gli toglie l’uso delle gambe se apre la botola, gli mostra che Boone farà una brutta fine (altro che “sacrifice that the island demanded”…), e cerca anche di mandarlo alla Perla. Lì Locke scoprirebbe la storia dell’esperimento psicologico, e capirebbe che non è questione di continuare a incaponirsi sulla botola. Per questo gli viene mostrato l’aereo. Non deve andare a cercare il Beechcraft, no: deve andare dove sta il Beechcraft, ossia all’ingresso della Perla. Dai, torna tutto! Ed è anche per questo che Locke sta perdendo l’uso delle gambe: sta facendo la cosa sbagliata, e l’isola vuol farglielo capire. Gli manda anche Walt, in un impeto di frustrazione, che proprio glielo dice: non aprire quella cosa. Ma lui la apre. Ok, l’isola è paziente: fa niente, dai, sei ancora in tempo per “Don’t push the button. Bad”, come gli fa dire (al contrario, ma si sa, è l’isola, non può far le cose normalmente) ancora una volta a Walt. Ma niente, John ha deciso.
Ma voi ve l’immaginate ‘sta povera isola? Nelle mani di due come Locke e Ben, che non capiscono una ceppa di quel che vien detto loro. Ben e la sua ossessione con le donne incinte (e pure qua l’isola cerca di fargli capire che no, non va, tanto che lo fa ammalare, ma niente, Ben non vuole capire), l’altro ansioso di infilarsi in un buco sottoterra. Io me la vedo che alza gli occhi al cielo, sperando che prima o poi da quelle parti caschi qualcuno di un po’ più ragionevole…
Comunque. Locke inizia a pigiare il bottone. E l’isola si scassa definitivamente le scatole. E ricorre a Eko. Finalmente Locke trova la Perla, che, se fosse stato meno scemo, ci avrebbe fatto vedere alla prima stagione, con gran soddisfazione di tutti gli spettatori, e capisce (più o meno) di aver fatto la cazzata. Ora dovrebbe semplicemente far fare a Eko il suo onesto lavoro (pigiare il bottone) e lui tornare a fare quel che l’isola vuole. Che è…che è…ok, non è che ho capito tutto, ci sono cose che son proprio imperscrutabili. Però Locke dovrebbe occuparsi d’altro, ecco.
Tutto qua. La mia illuminazione cosmica. Volevo solo farvi partecipi.

Ok, va bene. Perdonatemi. È il caldo, la stanchezza, il cambio di stagione, non lo so. I delirio che mi pervade da molto tempo a questa parte, forse :P . Giuro che adesso mi metto fare cose serie.

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