Archivi del giorno: 1 luglio 2008

Vita universitaria

Ieri sono andata in università a prendere un po’ di documenti per la domanda di ammissione al concorso di dottorato. Un altro momento storico, direi. Comunque.
Mancavo da quei paraggi da parecchio. In università ogni tanto ci vado per lavoro o per seguire qualche seminario, ma la segreteria non la vedevo dal 2004, l’anno della laurea. Tre anni e mezzo fa. Bastevoli a farmi dimenticare tutta una serie di dati circa i miei cinque anni a fisica. Sì, perché mi serviva l’elenco di tutti gli esami che ho dato con rispettiva votazione. Il libretto l’università se l’è ripreso quando mi sono laureata, e francamente a memoria non ricordo tutti i voti.
Ho scorso la lista con una certa nostalgia. Geometria, il primo esame, una cosa da trauma infantile: io alla cattedra, a destra l’assistente, a sinistra la prof, davanti tutti gli studenti che prendevano appunti. Fisichetta I, in gruppo con Giuliano e il mitico G., che condivideva tutte tutte le nostre passioni: fumetti, videogiochi, giochi di ruolo…Toh, non ricordavo che ad istituzioni di fisica teorica avevo preso 26. Uno degli esami che ho dovuto studiare con più impegno; il libro del corso era di un difficile allucinante, saltava la trattazione ondulatoria della meccanica quantistica e zompava diretto al formalismo di Dirac, per cui studiai anche su un libro prestatomi dallo zio. Astrofisica. L’esame più lungo della storia. Due ore nette in cui mi chiesero di tutto. Fisica stellare. La mia unica opportunità di prendere un esame con lode. Bruciata, ovviamente. Sono una che sotto pressione dà davvero il meglio di sé.
I corridoi, il caldo, il prato dell’ipercubo. Chissà perché la mia facoltà la ricordo sempre d’estate. Sarà che i ricordi più vividi sono quelli del primo anno, quando conobbi Giuliano e ci mettemmo insieme. Posso fare un campionario dei vari posti dove ci siamo appartati quell’estate lì. Sul prato all’ipercubo, ad esempio, ci stendevamo a pranzo. Ci passammo un lungo pomeriggio dopo le lezioni, quando ancora non stavamo insieme, un bellissimo pomeriggio. Nelle aule ci preparavamo gli esami. In quella appena davanti all’ingresso del prato stavamo preparando Analisi II quando mia madre mi telefonò per dirmi che a New York qualcuno aveva mandato due aerei a sbattere contro le Twin Towers. Stendiamo un pietoso velo sull’aula al centro dell’edificio, dove ci attardammo a studiare una sera, e dove ci beccò una guardia mentre ci baciavamo appoggiati al muro.
Ma sarò troppo vecchia per tornare là dentro? Avrò troppi ricordi, e sarà passata troppa acqua sotto i ponti per ricominciare? Se vinco il concorso, i miei colleghi saranno tutti più piccoli di me. Però ho anche voglia di percorrere di nuovo quei corridoi a passo svelto. Tornare indietro di quattro anni, quando tutto è cambiato, vedere cosa c’è di diverso da allora.
Speriamo che il concorso vada bene.

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