Archivi del mese: luglio 2008

Padrona del proprio tempo

Dopo non so nemmeno più esattamente quanto tempo, ho passato un sabato e una domenica a casa. Di tempo però ne doveva essere passato veramente un sacco, perché ho avuto difficoltà ad organizzarmi. Per dire, non sapevo cosa cucinare a pranzo e a cena. Sono stata così a lungo abituata a dividere la mia vita tra presentazioni et similia che quando non devo stare in giro per l’Italia mi trovo in imbarazzo a gestire il mio tempo. Avevo tante idee per la testa: andare al lago di Albano, andare a cinema o anche solo prendere il sole sul terrazzo. Alla fine non ho fatto niente. Ho suonato, ho visto Lost. Sto facendo la maratona di Lost, nel senso che con Giuliano ce lo stiamo rivedendo tutto. E devo dire che è veramente un dannato piacere. Regge anche la terza visione, è un buon segno. Forse, quando nel 2010 saprò cosa diavolo è l’isola avrò ancora voglia di rivedermelo.
Ho anche riportato in vita quel che restava della mia vita sociale: sono andata in giro per Roma venerdì sera, e ho fatto una festa in mezzo ad un prato sabato sera. Meglio non pensare invece a tutto quello che non ho fatto: rispondere alle mail, che ormai hanno fatto la muffa, tante se ne sono accumulate, rileggere i testi dell’illustrato, e produrre un’altra cosina di cui poi vi dirò. Magari mi ci metto oggi. Almeno sulla cosina.
Per il resto, niente, l’estate mi abbrutisce. Non ho voglia di fare niente. Ho la pressione sotto le scarpe, e un violento desiderio di inverno. Interessante. Fino a tre settimane fa mi lamentavo che faceva freddo. Adesso mi son già rotta dell’estate.
Abbiate pazienza con me, spero di tornare più o meno operativa quando questo dannato caldo allenterà la morsa.

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Ritorno sul luogo del delitto

Sto per tornare a Monaco. Per la precisione, parto il 25 e torno il 27. Dalla data fatidica mi separano dunque due settimane esatte.
L’ultima volta che ci sono stata è stato ad agosto del 2006. Non avrei mai creduto che sarei rimasta lontana da Monaco due anni. Non pensavo ce l’avrei fatta.
Prima di andare a vivere per tre mesi in terra bavarese, non sapevo esattamente cosa fosse la nostalgia. C’è da citare Gaber, io non mi sento italiana, o quanto meno guardo a questo paese con un certo distacco. Un po’ come il mio rapporto con Roma. Sì, l’Italia è bella, Roma è magnifica, ma ho un po’ di problemi a identificarmi con questa città e con questo paese. E più passa il tempo peggio vanno le cose.
Tornai a Roma il 15 febbraio 2006, e fu devastante. Monaco la sognavo la notte. Mi mancava tutto. La casa striminzita in cui vivevo con Giuliano, il freddo, la neve, il gluehwein, i bretzen, la metro, persino. Oggettivamente, ci sono città più belle. Parigi. Barcellona. Ma Monaco è Monaco. Nessun posto mi è rimasto dentro così tanto. Non so cosa sia stato. Se il fatto che lì si è svolta la mia prima esperienza di convivenza con Giuliano, se era il fatto che la qualità della vita non è nemmeno lontanamente paragonabile a quella della mia città natale, se fosse il piacere di essere straniera in terra straniera. Non lo so. So solo che me la sogno ancora, che qualcosa in me sogna ancora di andarci a vivere, nonostante un fracco di cose ostacolino il progetto.
Quando ci torno, sono sempre combattuta tra il piacere di esserci tornata e il dolore del saperla non più mia. Quando sei un turista vivi un posto in modo completamente diverso.
Ieri ho preso l’albergo, e ho maledetto la centesima volta l’aver deciso di restare solo due giorni, invece della settimana che potevo concedermi. Ma vabbeh.
Credevo di essere ormai andata oltre. Voglio dire, ne è passata di acqua sotto i ponti. E invece no. Se penso a Marienplatz, a Stachus, all’Englischer Garten e persino a quella via alla fermata della metro, dove una sera mi incantai a guardare la neve, ecco, mi si stringe il cuore. E Monaco resta sempre quel posto where my heart lies.

I Mesi Bavaresi

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Hokuto no Ken + Bianchina stories

Ieri sera sono andata a vedere il film di Ken il Guerriero. Sì, quello osannato in questa recensione.
A me il fumetto di Hokuto no Ken è piaciuto, perlomeno la prima serie, prima che si partisse per la tangente con l’isola dei demoni. Credo sia stato il primo manga che ho mai letto. Il cartone invece mi stava un po’ qua. Brutti colori, troppo grottesco per i miei gusti, e un doppiaggio al risparmio. Credo ci fossero qualcosa come quattro doppiatori, di cui uno che si faceva tutti i cattivi e un’altra che faceva tutte le donne. Per cui, niente, in verità sono andata solo perché Giuliano ci teneva, e ha comprato il mio assenso con una cena dal mio sushiarolo di fiducia.
Che dire. Boh. Cioè, ho un’opinione, calma. Ma un po’ vaga. Mi è un po’ piaciuto, un po’ no. Cerchiamo di andare con ordine.
Pro.
1. bei disegni, della fotografia, fondali da paura. Ci sono dei cieli stellati da far tremare le vene dei polsi, tramonti mozzafiato, panorami fantastici. E il character design è migliore del cartone animato, pur conservandone la vena vagamente grottesca e soprattutto la fisicità.
2. bella colonna sonora. Poco rock, forse, ma curata, avvolgente, azzeccata. Forse solo un filo onnipresente, ma da quando è uscita la trilogia de Il Signore degli Anelli dobbiamo rassegnarci, il silenzio ci fa paura.
3. la profondità di tematiche di un anime non è mai manco vagamente paragonabile a quella di un qualsiasi altro cartone animato occidentale. Anche un prodotto che non eccelle vanta quasi sempre personaggi a tutto tondo, sottotesti interessanti, forse al massimo un po’ banali, ma che ricercano una profondità di senso che la cultura del cartone occidentale sta perdendo. Ken non fa eccezione. A parte la palla dei bambini che dopo un po’ diventa intollerabile (“occorre salvare i bambini”, “diamo un futuro ai bambini”, “facciamo crescere i bambini in pace”, e a quel punto tu vorresti veramente puntare un mitragliatore contro il prossimo che lo dice) c’è tutto il discorso del potere, del prezzo della pace, dell’onore. E poi c’è un sensato tentativo di mettere in scena personaggi, e non etichette semoventi; da questo punto di vista, l’unico che esce un po’ acciaccato è proprio Ken: se mi seghi via Julia e Shin (ma a quanto pare verranno recuperati nel secondo film della pentalogia) poi non si capisce bene perché Ken è così taciturno. Reina invece la odio. Così, senza una chiara ragione. O forse perché le donne cazzute che recuperano la loro femminilità mi stanno un po’ sulle balle.
4. l’epica. È un film epico, ma veramente. L’azione di Raoul è la lotta di un titano contro gli dei. La rincorsa al potere fine a se stesso di Sauzer è qualcosa di sovrumano, di eroico. Le morti sono gloriose e immense, Shu che crolla sotto il peso della pietra, e sotto il peso del proprio destino, dunque, è memorabile.
Contro.
1. animazioni sotto il minimo sindacale. Il pezzo della danzatrice è osceno. Un simile standard di animazione ci poteva andare bene venti anni fa, ai tempi della serie, ma un film non può presentarci una tale mancanza di dinamismo. Un buon 50% delle scene sono primi piani fissi che durano svariati secondi, e i movimenti hanno sempre qualcosa di finto e artificioso.
2. Reina. Mi dovete spiegare che c’azzecca Giovanna d’Arco in Ken il Guerriero. Proprio cosa c’entra la spada con Ken, che è portatore di una violenza molto più fisica, del tutto non estetizzante, veramente antitetica a quella dell’arma bianca. Questo sottotesto vagamente fantasy c’azzecca come i cavoli a merenda, è un inserimento forzato di un elemento alieno al contesto.
3. il fumetto c’è a sprazzi. È proprio l’atmosfera ad essere diversa, e in questo il cartone era molto più efficace. Si predeva molto più tempo per descrivere un mondo in rovina, in cui si sono persi tutti i punti di riferimento. Qui…boh. Anche questa natura così bella, i cieli limpidi, i tramonti infuocati, non riescono a rendere quell’idea di un pianeta morente. Perché al declino dell’umanità nel fumetto corrispondeva anche il declino della Terra, dell’ecosistema, della natura. Erano due facce della stessa medaglia. Qui…boh, si percepisce di meno.
Mi rendo conto che a conti fatti c’è un pro in più rispetto ai contro, quindi forse devo concludere che il film mi è piaciuto. Non so. Non sono state due ore perse. In ogni caso vale la pena. Per cui ve lo consiglio.

P.S.
Questa ve a devo dire: ieri ho cambiato la prima corda a Bianchina. Lei è stata molto gentile. Invece di spararmi la corda in un occhio mentre suono, se l’è rotta mentre era ancora una custodia. Evidentemente anche lei mi vuole bene. È stato meno traumatico del previsto. Dieci minuti ed era lì. Poi, vabbeh, accordarla è stato un incubo, senza contare che si scorda ogni tre per due, ma sta migliorando. Pare sia normale (VEROOOOO?????). Sembra una cazzata, ma per me è stata una specie di impresa epica, una di quelle cose di cui dovrebbero cantare i menestrelli nei secoli a venire.
E poi sono passata alla Guitar Pro 5 Era. Ed è tutta un’altra musica. Una figata clamorosa. Così, per esempio, ho capito che l’ultima versione che vi ho postato di Animal Instinct aveva pesanti problemi di ritmo. Sto lavorando ad una versione meno indecente, questa.

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Ma ci sto ancora lavorando, eh?
Nel frattempo, primi dolori col barré. E siccome non sono una persona normale, ho deciso di impararlo con Hyperchondriac Music. Non trovate anche voi che sia meravigliosa?

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venghino, siori, venghino

Donc, mi giunse proprio or ora una notizia vacanziera che vi giro a volo.
D’estate, si sa, mentre si rosola sulla spiaggia, o mentre si contemplano i monti si ha tanto tempo per leggere. Però occorre far scorta di libri. Vi segnalo che i libri Verdenero sono in offerta per l’estate con lo sconto del 20%. Per chi si è dimenticato le precedenti puntate, questo è Verdenero, e questo è il libro che ho scritto per la collana. Se volete approfittarne…

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La mia vita è un film

Da catena passatami via Imp.bianco.
Dunque, stante l’argomento, il film della mia vita potrebbe venire su una cosa pallosa tipo biopic, e francamente, scrivendo di genere, mi spiacerebbe che gli spettatori si addormentassero davanti alla pellicola. Per cui, ho pensato che l’unico che può girare questa storia e non farci appisolare è Quentin Tarantino.

Quentin Tarantino

Per altro, confido molto che ad un certo punto della storia mi farà imbracciare una bella katana.
Per la colonna sonora voglio Michael Giacchino. Lo “sdeng” ansiogeno di Lost, lo “sbam” finale sul logo mi son rimasti nel cuore. Vai, Michael, aggiungi un po’ di suspance a questa storia.
Michael Giacchino

Il cast. Dunque. Per il mio ruolo ci metterei l’algidissima Gillian Anderson, anche se qualcuno dice che sono molto più Ugly Betty. No, è che a tutt’oggi è l’unica attrice che mi dicono mi somigli, e in effetti a guardare la sua scucchia in questa foto forse non hanno tutti i torti. Per cui, vada per lei
Gillian Anderson

Per il ruolo di Giuliano, ça va sans dir, Johnny Depp. Secondo me gli assomiglia, dite quel che volete.
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Nel ruolo della mi’ mamma, Ellen Mirren
Ellen Mirren

che è un po’ troppo vecchia per il ruolo, in effetti (a meno che non se li porti clamorosamente male), ma secondo me ci sta.
Per il mio babbo, non so neppure come mi sia venuto in mente, ma direi un bel Anthony Hopkins.
Anthony Hopkins

Sì, uno vede lui e pensa al Hannibal, però è un attore che mi piace molto.
Un po’ di gossip ci vuole, per cui per il primo fidanzato ci metterei Scamarcio
Riccardo Scamarcio

che non ci somiglia manco di striscio, ma è il primo attore riccetto che mi viene in mente, e il mio primo ragazzo era riccetto.
I mentori non possono mancare; sarebbero tanti, ma tutti non ce li posso mettere, il film durerebbe troppo. Per cui, nulla, riassumo mettendoci la mia prof di lettere del ginnasio, interpretata da Glenn Close
Glenn Close

Ci sarebbero poi un miliardo e mezzo di amici, ma, perdonatemi, nun gliela fo a cercare un attore per ciascuno. Così ci metto le mie testimoni di nozze a rappresentare tutta la categoria. Ninna la facciamo fare a Megan Fox, della quale non riuscivo a trovare una foto che non fosse zozzona, tranne questa
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mentre Monica la fa Claudia Pandolfi, solo per mettere un po’ di Italia in questo dannato cast
Claudia Pandolfi

Infine, ci vuole anche Sandrone. E sennò come la introduciamo la mia folgorante carriera letteraria? Qui ho gioco facile, visto che un Sandrone Dazieri a cinema già si è visto. Per cui vada per Bisio
Claudio Bisio

Mi fermo qua, ho già fatto una fatica bestiale per trovare questi, damn…la catena la passo a chi vuole divertirsi.  

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Bilanci

Questo fine settimana sono stata in Calabria. Considerando la rapidità della mia permanenza, dovrei dire che sono stata in Calabria un giorno, ma manco. Sono arrivata alle 15.00 di sabato e sono partita alle 10.30 di domenica, che fanno 19 ore e mezza, di cui otto passate a dormire.
Per un volta ho preso il treno. L’aereo mi stanca moltissimo, e poi comunque non è che si guadagni tutto questo tempo. Tra viaggio verso l’aeroporto, attesa nel medesimo, arrivo e trasferimento alla meta finale non voglio dire che se ve lo stesso tempo del viaggio in treno ma quasi. Per cui, treno.
Non l’avevo mai preso per andare là, e quindi non sapevo quale fosse il tragitto. Verso Salerno, mi sono resa conto con un tuffo al cuore che avremmo fatto la litoranea.Quando ero bambina coi miei andavamo in vacanza più o meno in questo periodo, e il 90% delle volte andavamo in Calabria. Ci siamo fatti una buona parte della costa tirrenica del cosentino. Ricordo questo viaggio lunghissimo ed estenuante, con un caldo allucinante e spesso code invereconde sulla Salerno Reggio Calabria, che all’epoca aveva due corsie per senso di marcia senza corsia d’emergenza. Ricordo il transito per la Basilicata, all’interno, seguendo il percorso del Noce, lungo il quale ci fermavamo a pranzare coi panini preparati la mattina. Lì vidi per la prima volta un airone cinerino, che prese il volo a due metri da me mentre mi avvicinavo in calzoncini alla riva. E poi il sollievo di avviarci lungo la costiera; a quel punto sapevo che eravamo quasi arrivati, che tutto quel caldo si sarebbe stemperato in un bagno pomeridiano. Sarei corsa lungo la breve spiaggia di ciottoli, fino a quel mare limpido che diventava subito profondo, mare per chi sa nuotare, mare per gente tosta. E lungo quelle ultime decina di chilometri di strada che ci separavano dalla meta delle vacanze, correva il treno.Quando siamo usciti dalla prima galleria, e ho rivisto la costa tirrenica, i ricordi sono tornati tutti assieme. Da quanto mancavo da quei posti? Almeno dieci anni. E non ricordavo che il mare fosse così dannatamente azzurro, così bello quando è leggermente mosso, e si colora di mille sfumature; dal celeste chiaro vicino alla spiaggia al blu intenso al largo, una striscia netta contro il cielo.Ho riconosciuto ogni palmo di strada. Il vecchio residence in collina, con le case dai colori improbabili, che prendevamo in giro ogni volta che lo avvistavamo. E poi Diamante, coi suoi murales e il bellissimo lungomare, dove passeggiavamo la sera, dove andavamo a prenderci il gelato in coppa, il rito immancabile della fine delle vacanze. Amantea, Belvedere, Guardia Piemontese. E poi Fuscaldo. Siamo andati a Fuscaldo per almeno otto anni. Ci piaceva il mare, ci piaceva il piccolo albergo raccolto. Tutti gli anni lì, ogni anno gente diversa e nuove avventure. La cotta per il ragazzino poco più grande di me, le prime volte che andavo a ballare in discoteca, la volta che sono andata appena più al largo col pedalò, e facendomi il bagno mi sono imbattuta in un banco di marmore.C’era. L’albergo dove andavo da bambina c’era, accanto al fratello più grande, che all’epoca aveva più o meno la stessa gestione. Due secondi netti, durante i quali, tra gli alberi della massicciata ferroviaria, ho rivisto a sprazzi il bianco dell’intonaco, il celeste degli infissi, e lui, il fu Il Vascello. Ho ripescato stamane il sito dell’albergo. È cambiato da morire, dentro. Non vedo più il vascello nella teca, che mi incantavo a guardare da bambina. C’è una piscina nuova, al posto di quella che il mare si portò via durante una mareggiata invernale.
Perché sembra sempre di aver perso qualcosa, quando si cresce? Quelle estati, quei profumi, l’odore di salsedine e della paglia delle stuoie, le ho lasciate indietro, le avevo completamente perdute. Dov’è quel senso di avventura, persino quella paura di nuovi mondi da affrontare, dov’è quella ragazzina che passava le ore in acqua con la maschera calcata sugli occhi, a guardare i pesci sul fondo?
Ricordo il rumore che faceva il treno quando passava, durante i pomeriggi uggiosi in cui giacevo sfatta sul letto, stanca di mattinate infinite passate a mollo. Non avrei mai creduto che un giorno quel treno l’avrei preso, non avrei mai immaginato, mentre lentamente mi addormentavo, il pensiero fisso del mio primo ragazzo in testa, che avrei ripercorso quella costa e quei ricordi per lavoro, da scrittrice.
Alla fin dei conti, quanto ho perso e quanto ho guadagnato?

P.S.
Mi accorgo adesso che non vi ho segnalato l’uscita di un’intervista che ho rilasciato qualche tempo fa.
Licia su Toysblog
Noterete che sotto ci sono i soliti commenti. La noia mi dilania. No, perché, fateci caso, ogni volta che segnalo una mia intervista online, e la suddetta intervista si può commentare, spunta sempre quello che deve alzare la polemica, dandomi più o meno velatamente della, nell’ordine: puttana/raccomandata/idiota. Non che me ne freghi qualcosa. Se dio vuole, almeno in questo son cresciuta in questi quattro anni. Per cui, dicessero pure sul mio conto quel che vogliono. Con gli amici ci facciamo sempre svariate risate sull’argomento.
No, quello che veramente mi schianta è la noia. Mi piacerebbe che per una volta sotto una mia intervista si parlasse di quello che ho detto, o magari delle tematiche che tento di trattare quando scrivo. Macché. Aridaje con le solite cose, che fossero almeno creative. No, sempre uguali. Ma che palle…

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up & down

Lo so, sto trascurando un sacco di cose. Saranno tre settimane che non astronomizzo, per dirne una. E la scorsa settimana non ho spedito la consueta newsletter.
Credo sia il caldo. Mi ottunde le idee. Mi sveglio con l’unica voglia di restare a letto. Poi trovo la forza, mi alzo e faccio quel che devo, ma con una spossatezza di fondo che veramente mi ammazza. Mi ci sono voluti due giorni per trovare la forza di stirare, e forse solo oggi, dopo una settimana che mi riprometto di farlo, completerò le dannate tabelle per l’articolo. L’estate è cominciata da un paio di settimane soltanto e io ne ho già abbastanza.
Poi sono in fase calante. Non so se vi ho mai parlato della sinusoide. La cito anche nell’intervista su Gioia della settimana scorsa (a proposito, vi avevo detto nella newsletter che ci sarebbero state a corredo le foto del mio amico Luca, per capirci lo stesso della foto nella sezione biografia, invece no, ne hanno usata un’altra, che però devo dire mi piace ugualmente, ho un’aria molto intellettuale in mezzo a tutto quel nero). La considerazione che ho di me ha un andamento sinusoidale. Questo

sinusoide

Ad intervalli regolari mi sento tutto sommato soddisfatta del mio lavoro, per poi sprofondare in un abisso di autocommiserazione: non so scrivere, faccio schifo…Ecco, ora sono in basso. Non lo so perché. O meglio, lo so. È bastato un commento buttato là da Giuliano al momento sbagliato nel giorno sbagliato. Una cosa che una persona normale ci sarebbe fatta su una risata e punto, finita là. Io no. Io butto all’aria mesi di lavoro per un commento che non mi piace.E di nuovo le solite domande di sempre. Chi sono, dove sto andando, come faccio a sapere che sto andando nella direzione giusta. Ma andrò mai da qualche parte? Ma sto facendo qualcosa di importante? Ma poi, quest’ossessione di fare “qualcosa che conta”, ma che senso ha?Nichilismo a pacchi. Eppure non è un brutto periodo, anzi.
Vabbeh. Mi riconsolo col vestito nuovo, che mi fa sembrare la Nike di Samotracia, e con la visione di Lost, l’ennesima, prima serie di sera e quarta serie di pomeriggio. E aspetto che la sinusoide risalga su. Tanto lo so che queste montagne russe sono l’essenza del mio essere scrittrice. 

P.S.
Un sacco di complimenti a Paolo Giordano per lo Strega. Meritatissimo, io quel libro l’ho davvero adorato, e infatti ho fatto il tifo per lui :P

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A spasso per l’isola

L’estate è lunga, febbraio è lontano, e questo ci induce spesso a fare follie. Tipo comprarsi Lost: Via Domus come premio per la fine della prima stesura del mio prossimo libro, e giocarci freneticamente per due giorni.
L’avevo puntato da parecchio, ma non avevo mai avuto il coraggio. Poi, complice il fatto che fossi vestita in modo improponibile (la gonna svedese) e fossimo fuori per festeggiare, lunedì l’ho preso. E ieri l’ho quasi finito. Il che la dice lunga.
Sarò sincera. È veramente un giochillo mediocre. La trama si tiene su abbastanza con lo sputo, e gli enigmi sono vietati ai minori di dieci anni. C’è questo cavolo di pannello elettrico che devi riattivare mettendoci su dei fusibili che è una presenza ricorrente, si ripropone peggio della peperonata. Però…però niente, girare per la Swan è comunque una cosa figa, mettere i numerelli sul computer dà un inusitato senso di potenza, nascondersi dal fumo nero è eccitante. Per dire, sono arrivata proprio in un pezzo in cui ce l’ho alle calcagna e corro come una pazza. Un pazzo, in effetti, essendo un uomo. Ieri sera ho desistito alle duemillesima morte atroce.
E poi c’è il bonus. Per chi di voi segue Lost, vi ricordate la parete di cemento del Cigno? Quella che non sapremo mai cosa c’è dietro? Ecco, io lo so. Pa pa pero.Come so cosa sono i numeri, essendo stata accanita giocatrice della Lost Experience.
Oggi penso che lo finirò. Cavoli, non c’ho mai messo tre giorni per finire un videogioco. E adesso? Poi mi tocca stare de-lostizzata per otto mesi e passa?

P.S.
La mia mattinata è stata tirata su da due cose:
un film che potrebbe potenzialmente essere una clamorosa genialata (ma anche una vaccata di quelle storiche)
una notizia ai limiti del paranormale (ora mi si spiegano tante cose sul mio rapporto con la musica dei Muse…)

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Vita universitaria

Ieri sono andata in università a prendere un po’ di documenti per la domanda di ammissione al concorso di dottorato. Un altro momento storico, direi. Comunque.
Mancavo da quei paraggi da parecchio. In università ogni tanto ci vado per lavoro o per seguire qualche seminario, ma la segreteria non la vedevo dal 2004, l’anno della laurea. Tre anni e mezzo fa. Bastevoli a farmi dimenticare tutta una serie di dati circa i miei cinque anni a fisica. Sì, perché mi serviva l’elenco di tutti gli esami che ho dato con rispettiva votazione. Il libretto l’università se l’è ripreso quando mi sono laureata, e francamente a memoria non ricordo tutti i voti.
Ho scorso la lista con una certa nostalgia. Geometria, il primo esame, una cosa da trauma infantile: io alla cattedra, a destra l’assistente, a sinistra la prof, davanti tutti gli studenti che prendevano appunti. Fisichetta I, in gruppo con Giuliano e il mitico G., che condivideva tutte tutte le nostre passioni: fumetti, videogiochi, giochi di ruolo…Toh, non ricordavo che ad istituzioni di fisica teorica avevo preso 26. Uno degli esami che ho dovuto studiare con più impegno; il libro del corso era di un difficile allucinante, saltava la trattazione ondulatoria della meccanica quantistica e zompava diretto al formalismo di Dirac, per cui studiai anche su un libro prestatomi dallo zio. Astrofisica. L’esame più lungo della storia. Due ore nette in cui mi chiesero di tutto. Fisica stellare. La mia unica opportunità di prendere un esame con lode. Bruciata, ovviamente. Sono una che sotto pressione dà davvero il meglio di sé.
I corridoi, il caldo, il prato dell’ipercubo. Chissà perché la mia facoltà la ricordo sempre d’estate. Sarà che i ricordi più vividi sono quelli del primo anno, quando conobbi Giuliano e ci mettemmo insieme. Posso fare un campionario dei vari posti dove ci siamo appartati quell’estate lì. Sul prato all’ipercubo, ad esempio, ci stendevamo a pranzo. Ci passammo un lungo pomeriggio dopo le lezioni, quando ancora non stavamo insieme, un bellissimo pomeriggio. Nelle aule ci preparavamo gli esami. In quella appena davanti all’ingresso del prato stavamo preparando Analisi II quando mia madre mi telefonò per dirmi che a New York qualcuno aveva mandato due aerei a sbattere contro le Twin Towers. Stendiamo un pietoso velo sull’aula al centro dell’edificio, dove ci attardammo a studiare una sera, e dove ci beccò una guardia mentre ci baciavamo appoggiati al muro.
Ma sarò troppo vecchia per tornare là dentro? Avrò troppi ricordi, e sarà passata troppa acqua sotto i ponti per ricominciare? Se vinco il concorso, i miei colleghi saranno tutti più piccoli di me. Però ho anche voglia di percorrere di nuovo quei corridoi a passo svelto. Tornare indietro di quattro anni, quando tutto è cambiato, vedere cosa c’è di diverso da allora.
Speriamo che il concorso vada bene.

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