La prima mattina in cui senti quella nota fresca nell’aria, e sai che sta per arrivare l’autunno
La tua copertina, di cotone d’estate, di lana d’inverno, sotto la quale ti rannicchi, sul divano
Guardare qualche DVD che ti piace, nel primo pomeriggio, sola in casa, mentre tutto intorno a te è silenzio
Stare sul divano la sera con Giuliano, e guardare assieme una puntata di Lost, o di X-Files, o di qualsiasi altra cosa ci piace
Il piacere di un buon libro, che ti cattura, letto ovunque, in qualsiasi situazione
La prima pioggia autunnale
La neve
Si nota molto che ho tanta voglia di autunno?
Con un po’ di ritardo, abbiamo la paranoia dell’estate. È il ritorno di un grande classico: gli aerei che cascano.
Sì, perché ogni tanto un po’ di sana paura ci vuole. Altrimenti poi la gente si tranquillizza e inizia seriamente a pensare che in ‘sto paese il nostro premier può sparare ad uno in parlamento e non essere perseguito. Per dire.
Così, da qualche giorno i giornali sono pieni di notizie di aerei che cascano, si incendiano, ballano e fanno atterraggi d’emergenza.
Ora. Io ho più o meno superato la paura di volare. Perché se pigli qualcosa come venti aerei all’anno, magari non puoi star lì con le unghie infilate nel sedile per venti volte. Impari ad essere fatalista, ti godi il panorama dall’alto, al massimo sei contento quando tocchi terra.
Poi però leggi questo
A voi forse non dirà niente. Io quella tratta lì, con quella compagnia lì, l’ho fatta tre settimane fa. Para para. Non ricordo se fosse un bimotore ad elica. Mi pare di no. Quell’aggeggio infernale l’ho preso una volta sola in vita mia per andare a Rimini, e spero violentemente di non rifare l’esperienza. Non che il volo sia stato spiacevole. Ho però l’impressione che se non fosse stato bel tempo avremmo ballato il rock’n’roll e io mi sarei buttata giù da un finestrino.
Tra cinque giorni vado a Mosca. Quattro ore di fottutissimo volo. Non ho mai volato così tanto. E improvvisamente non ho più tanta voglia di farlo. Ma è la mia vita: pigliare un aereo al mese se mi va bene, quattro o cinque se è un mese intenso.
Spero che in questi sei giorni i giornali trovino qualche altra bella paranoia con cui tartassarci. Che so, i pitbull cattivi, ad esempio.
«Ecco, prova a immaginare» disse Nick. «È un pezzo di carta bianca, ora. Nient’altro che un pezzo di carta bianca. Ma su quel foglio tu puoi scrivere le tue parole. E le tue parole fanno nascere un personaggio. Un uomo, una donna, un bambino. E a quel personaggio tu assegnerai un destino. Di gloria, di tragedia, di vittoria o di sconfitta. E poi verrà un regista. E un attore. E quelle persone saranno filmate. E allora, in una sperduta sala di…non lo so, trova tu un posto di merda, nel culo del mondo…ecco, in quella sala ci saranno delle persone che vivranno il destino che tu hai scelto, e lo sentiranno come proprio, e crederanno di essere lì, in quel posto vero ma immaginario che è uscito da qui, da questo foglio»
Erano 571 pagine bianche. Poi Luca Di Fulvio le ha riempite, e sono arrivate da me. Le ho pescate in un grosso armadio alla Mondadori di Via Sicilia. C’ho messo tre mesi per prenderle in mano e leggerle. E adesso che sono alla fine, vorrei ricominciare da capo senza sapere niente, per godermele di nuovo, per assaporarle in tutta la loro grandezza.
Il titolo è La Gang dei Sogni, ed è uno dei libri più belli che abbia mai letto. Ti entra dentro, ti avvince, non ti lascia più in pace. Fin dalle prima pagine, senti che ti riguarda, che ti interessa davvero di Cetta e Christmas, che non puoi addormentarti la sera senza sapere cosa sta succedendo loro.
È una storia grande e semplice, immensa e piccola, in cui c’è un pezzo di te. Che tu abbia amato disperatamente o no, che tu abbia mai raccontato storie o le abbia sempre solo lette. Da qualche parte, in quelle 571 pagine, c’è qualcosa di tuo. Per questo non puoi smettere di leggere.
Forse ho letto troppo in vita mia, forse sono una dannata cinica del cazzo. Ma era un sacco di tempo che a sera non chiudevo un libro, e poi lo riaprivo perché “dannazione, almeno un altro capitolo, l’ultimo, dai”. Ed era da un sacco che non mi sentivo così profondamente coinvolta da un libro. Ho pianto con Ruth e Christmas, ho pregato per loro, avrei voluto prenderli per mano e portarli l’uno dall’altro. Ho imprecato contro Christmas ogni volta che si perdeva, ho provato il desiderio di abbracciare Ruth ogni volta che la vedevo sperduta, confusa.
E poi ho letto quella frase lì sopra. E l’ho sentita così dannatamente vera. Riguardava al tempo stesso ciò che leggo e ciò che scrivo. Perché un giorno Luca Di Fulvio ha scritto quelle parole, e io, a non so quanti chilometri di distanza e dopo un bel po’ di mesi, sono entrata in quella storia, e non sono più riuscita a uscirne. E ogni giorno, io scrivo storie, sul mio letto, sul balcone di casa mia, in treno. E a chilometri di distanza, e dopo un bel po’ di tempo, qualcuno c’è entrato dentro, e non è più riuscito ad uscire.
Fatevi un regalo e leggetevi questo libro, sono sicura che non ve ne pentirete.
Mi rendo conto di dovervi delle scuse. Ieri ho controllato la posta in entrata, e mi sono resa conto che l’ultima vostra mail cui ho risposto risale al 17 Giugno. Che fa un po’ più di due mesi fa.
Perdonatemi. Ho segnato una brutta battuta d’arresto con la risposta alle vostre mail. Un po’ quest’estate dalla quale esco abbastanza a pezzi (e meno male che l’avevo tanto attesa, damn…), un po’ le vacanze…cercherò di mettermi al pari. E cercherò anche di inventarmi nuovi modi per tenervi aggiornati sulle mail cui sto rispondendo, magari via sito, visto che non tutti leggono il blog.
Intanto abbiate un sacco di pazienza. La fine delle vacanze s’è pure tirata dietro un carico di lavoro non indifferente: il libro illustrato da finire, il nuovo libro da rimettere a posto, e poi lo studio per l’esame di dottorato a ottobre. Per tacere della Russia, per altro…
Insomma, cercate di scusarmi. Proverò a fare del mio meglio. Martedì prossimo ho quattro ore di volo (brrrrr) da riempire, magari riuscirò a rispondere a tutti
Io e Giuliano abbiamo l’abitudine di guardare telefilm durante i pranzi e le cene. Non so come c’è venuta. Abbiamo iniziato la prima volta che abbiamo vissuto insieme, ossia durante una splendida vacanza a Verbania, e da lì non c’è più passata.
Considerando che i nostri ritmi sono di tre puntate a sera, capirete che consumiamo serie televisive alla velocità del lampo. Abbiamo visto tutto Scrubs, tutto Lost, House fino alla terza stagione, e poi Naruto, e un sacco di altra roba che ora neppure ricordo.
Ormai siamo alla disperazione. Ci siamo visti tutto.
A Pescasseroli, una mattina, in edicola vediamo il primo DVD di Stargate SG-1. Avevamo visto qualche puntata sparsa, il film c’era piaciuto parecchio, abbiamo deciso di fare un tentativo. E l’abbiamo preso.
Dentro c’è il pilota, che è una puntata doppia, e altre due puntate. Quanto basta per farsi un’idea.
Ora. L’idea di base c’è. C’era nel film, ergo…certo, non è originalissima. Siamo dalle parti di Star Trek: un tot di tipi viaggiano nello spazio, solo che non hanno un’astronave, ma questi Stargate. Per di più, in giro per l’universo sanno già che troveranno principalmente umani, strappati ai loro paesi in tempi antichi dai Goa’uld e sparsi qua e là sui vari pianeti. Quindi, viaggiare con lo Stargate è anche un po’ viaggiare indietro nel tempo. Nel film i nostri si imbattevano negli antichi egizi, nella puntata che ho visto l’altra stasera se la devono vedere con i Mongoli.
Insomma, con doti minime di sceneggiatura era possibile tirare fuori non dico qualcosa di clamoroso, ma quanto meno di gradevole.
Invece queste prime tre puntate sono veramente desolanti.
Innanzitutto i personaggi: direttamente dal film abbiamo Daniel, interpretato da un palestrato biondino con occhiali di ordinanza che fanno lo stesso effetto di un cappello da marinaio su una scimmia, per altro dotato di monoespressione catatonica (vabbeh, anche James Spader non era esattamente Vittorio Gassman, però, boh…), e O’Neil, interpretato dall’inossidabile McGuiver, sempre lode. Nuovi personaggi sono Sam Carter, bionda astro-soldatessa, e Tael’c, l’alieno convertito al bene.
L’unico che si regge è O’Neil, forse perché mi ricorda McGuiver (sempre lode). Gli altri personaggi sono la sciapezza personificata. La bionda esordisce col solito piglio à la “so’ donna ma spacco il culo ai passeri uguale, quindi non mi sottovalutate”, conditi anche da un paio di cazzate di fisica veramente clamorose (“si vedono ad occhio le fluttuazioni dell’orizzonte temporale!”, “l’espansione dell’universo fa sì che i pianeti si allontanino l’uno dall’altro” AAAAAAARGH!!!!). Parentesi: non costa molto assoldare un laureando qualsiasi che ti dice “questa è una cazzata, questa no”, specie se stai facendo una serie fantascientifica. Ma vabbeh. Torniamo alla bionda. Petulante, sottuttoio, protofemminista. In una parola: odiosa. Daniel è una statua di cera, per cui non so bene come giudicarlo. Veniamo a Tael’c, da me e Giuliano soprannominato Tikrit. Tael’c decide di passare al lato luminoso della forza. Questo delicatissimo passaggio esistenziale viene così gestito.
Tael’c guarda un paio di volte male Apophis, l’alieno cattivo cattivo. Poi, durante una scena in cui i Goa’uld sacrificano un po’ di innocenti O’Neil fa a Tael’c: “Aiutaci, so che vuoi farlo (?), noi possiamo salvarti! (?)”.
Tael’c: “Molti prima di te l’hanno detto, ma forse tu hai ragione” (?), e via botte da orbi contro i cattivi.
La puntata successiva, Tael’c è già pronto a dare il culo per salvare i terrestri.
“Vi giurerò fedeltà, vi salverò dai cattivi, vi ramazzo anche la cucina dopo cena”.
Senza che ci sia un reale motivo per tanta abnegazione.
Per il resto delle puntate, Tael’c manterrà il suo cipiglio un po’ incazzato, facendo palesemente la parte del Data della situazione.
Perché SG-1 si ispira a Star Trek, è evidente. L’esplorazione, la terza puntata ha anche una tematica molto à la prima direttiva. Ma manca proprio il succo. Intendiamoci: non sono una fan sfegatata di Star Trek, ma ne ho apprezzato molte puntate, e poi c’è sempre un tentativo di approfondimento delle tematiche trattate, un evidente tensione ad andare oltre la patina superficiale. In SG-1 no. Punto.
La recitazione è desolante. Sono tutti sotto i minimi storici. Hanno una, al massimo due espressioni, e tendenzialmente almeno una delle due dice chiaramente “che cazzo ci faccio qua?”. Perché, per altro, la sceneggiatura è veramente al di sotto dei minimi storici.
Lo spettatore si fa migliaia di domande: perché, se hai un verme dentro, in alcuni casi la tua coscienza viene posseduta in altri no? Chi ha portato i Mongoli sul pianeta della terza puntata? Che fine hanno fatto?
I personaggi queste domande non se le fanno. Vanno avanti per inerzia. Sul pianeta dei Mongoli, per dire, ci sono andati per capire qualcosa di più dei gao’uld, giusto? Pare invece siano in scampagnata, e salvata la bionda (alla quale dosi abbondanti di contatto intimo col mongolo selvaggio avrebbero giovato assai, per non parlare di quanto la sua prematura dipartita avrebbe giovato al telefilm) se ne vanno da dove sono venuti, senza aver manco sentito parlare dei gao’uld.
Nel pilota nessuno riesce a capire come si usa l’arma gao’uld, la quale ha un pulsante grosso quanto una casa sul manico che serve proprio a farla funzionare. Ma ci vuole l’eroico O’Neil per capire che se pigi l’arma spara.
Vabbeh. Non si può giudicare da tre puntate. Magari dopo il telefilm è un capolavoro. Io però preferisco tenermi il dubbio e non guardare oltre. Perché in ogni caso il pilota è il biglietto da visita di una serie televisiva, la puntata che in genere viene mandata in onda proprio per capire se la serie piacerà, e che dunque viene curata particolarmente. Il pilota di Lost letteralmente ti cattura, ti impedisce di smettere la visione, in un’ora e mezza ti fa capire chiaramente di cosa si parla, su che livelli sarà la serie. Il pilota di Lost ogni volta che lo vedo mi strappa gli applausi. Ma per davvero.
Il pilota di SG-1 è noioso e mal fatto. Per cui, nulla, mi sa che ci tocca trovare qualcos’altro da vedere durante le prossime cene…
P.S.
Pecionata: s. f., vernacolo romano – 1. prodotto realizzato in modo raffazzonato, abborracciato. 2. SG-1