Archivi del mese: agosto 2008

I piccoli grandi piaceri della vita

La prima mattina in cui senti quella nota fresca nell’aria, e sai che sta per arrivare l’autunno
La tua copertina, di cotone d’estate, di lana d’inverno, sotto la quale ti rannicchi, sul divano
Guardare qualche DVD che ti piace, nel primo pomeriggio, sola in casa, mentre tutto intorno a te è silenzio
Stare sul divano la sera con Giuliano, e guardare assieme una puntata di Lost, o di X-Files, o di qualsiasi altra cosa ci piace
Il piacere di un buon libro, che ti cattura, letto ovunque, in qualsiasi situazione
La prima pioggia autunnale
La neve

Si nota molto che ho tanta voglia di autunno?

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Learn to fly

Con un po’ di ritardo, abbiamo la paranoia dell’estate. È il ritorno di un grande classico: gli aerei che cascano.
Sì, perché ogni tanto un po’ di sana paura ci vuole. Altrimenti poi la gente si tranquillizza e inizia seriamente a pensare che in ‘sto paese il nostro premier può sparare ad uno in parlamento e non essere perseguito. Per dire.
Così, da qualche giorno i giornali sono pieni di notizie di aerei che cascano, si incendiano, ballano e fanno atterraggi d’emergenza.
Ora. Io ho più o meno superato la paura di volare. Perché se pigli qualcosa come venti aerei all’anno, magari non puoi star lì con le unghie infilate nel sedile per venti volte. Impari ad essere fatalista, ti godi il panorama dall’alto, al massimo sei contento quando tocchi terra.
Poi però leggi questo
A voi forse non dirà niente. Io quella tratta lì, con quella compagnia lì, l’ho fatta tre settimane fa. Para para. Non ricordo se fosse un bimotore ad elica. Mi pare di no. Quell’aggeggio infernale l’ho preso una volta sola in vita mia per andare a Rimini, e spero violentemente di non rifare l’esperienza. Non che il volo sia stato spiacevole. Ho però l’impressione che se non fosse stato bel tempo avremmo ballato il rock’n’roll e io mi sarei buttata giù da un finestrino.
Tra cinque giorni vado a Mosca. Quattro ore di fottutissimo volo. Non ho mai volato così tanto. E improvvisamente non ho più tanta voglia di farlo. Ma è la mia vita: pigliare un aereo al mese se mi va bene, quattro o cinque se è un mese intenso.
Spero che in questi sei giorni i giornali trovino qualche altra bella paranoia con cui tartassarci. Che so, i pitbull cattivi, ad esempio.

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La Gang dei Sogni

«Ecco, prova a immaginare» disse Nick. «È un pezzo di carta bianca, ora. Nient’altro che un pezzo di carta bianca. Ma su quel foglio tu puoi scrivere le tue parole. E le tue parole fanno nascere un personaggio. Un uomo, una donna, un bambino. E a quel personaggio tu assegnerai un destino. Di gloria, di tragedia, di vittoria o di sconfitta. E poi verrà un regista. E un attore. E quelle persone saranno filmate. E allora, in una sperduta sala di…non lo so, trova tu un posto di merda, nel culo del mondo…ecco, in quella sala ci saranno delle persone che vivranno il destino che tu hai scelto, e lo sentiranno come proprio, e crederanno di essere lì, in quel posto vero ma immaginario che è uscito da qui, da questo foglio»

Erano 571 pagine bianche. Poi Luca Di Fulvio le ha riempite, e sono arrivate da me. Le ho pescate in un grosso armadio alla Mondadori di Via Sicilia. C’ho messo tre mesi per prenderle in mano e leggerle. E adesso che sono alla fine, vorrei ricominciare da capo senza sapere niente, per godermele di nuovo, per assaporarle in tutta la loro grandezza.
Il titolo è La Gang dei Sogni, ed è uno dei libri più belli che abbia mai letto. Ti entra dentro, ti avvince, non ti lascia più in pace. Fin dalle prima pagine, senti che ti riguarda, che ti interessa davvero di Cetta e Christmas, che non puoi addormentarti la sera senza sapere cosa sta succedendo loro.
È una storia grande e semplice, immensa e piccola, in cui c’è un pezzo di te. Che tu abbia amato disperatamente o no, che tu abbia mai raccontato storie o le abbia sempre solo lette. Da qualche parte, in quelle 571 pagine, c’è qualcosa di tuo. Per questo non puoi smettere di leggere.
Forse ho letto troppo in vita mia, forse sono una dannata cinica del cazzo. Ma era un sacco di tempo che a sera non chiudevo un libro, e poi lo riaprivo perché “dannazione, almeno un altro capitolo, l’ultimo, dai”. Ed era da un sacco che non mi sentivo così profondamente coinvolta da un libro. Ho pianto con Ruth e Christmas, ho pregato per loro, avrei voluto prenderli per mano e portarli l’uno dall’altro. Ho imprecato contro Christmas ogni volta che si perdeva, ho provato il desiderio di abbracciare Ruth ogni volta che la vedevo sperduta, confusa.
E poi ho letto quella frase lì sopra. E l’ho sentita così dannatamente vera. Riguardava al tempo stesso ciò che leggo e ciò che scrivo. Perché un giorno Luca Di Fulvio ha scritto quelle parole, e io, a non so quanti chilometri di distanza e dopo un bel po’ di mesi, sono entrata in quella storia, e non sono più riuscita a uscirne. E ogni giorno, io scrivo storie, sul mio letto, sul balcone di casa mia, in treno. E a chilometri di distanza, e dopo un bel po’ di tempo, qualcuno c’è entrato dentro, e non è più riuscito ad uscire.
Fatevi un regalo e leggetevi questo libro, sono sicura che non ve ne pentirete.

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Scuse

Mi rendo conto di dovervi delle scuse. Ieri ho controllato la posta in entrata, e mi sono resa conto che l’ultima vostra mail cui ho risposto risale al 17 Giugno. Che fa un po’ più di due mesi fa.
Perdonatemi. Ho segnato una brutta battuta d’arresto con la risposta alle vostre mail. Un po’ quest’estate dalla quale esco abbastanza a pezzi (e meno male che l’avevo tanto attesa, damn…), un po’ le vacanze…cercherò di mettermi al pari. E cercherò anche di inventarmi nuovi modi per tenervi aggiornati sulle mail cui sto rispondendo, magari via sito, visto che non tutti leggono il blog.
Intanto abbiate un sacco di pazienza. La fine delle vacanze s’è pure tirata dietro un carico di lavoro non indifferente: il libro illustrato da finire, il nuovo libro da rimettere a posto, e poi lo studio per l’esame di dottorato a ottobre. Per tacere della Russia, per altro…
Insomma, cercate di scusarmi. Proverò a fare del mio meglio. Martedì prossimo ho quattro ore di volo (brrrrr) da riempire, magari riuscirò a rispondere a tutti :P

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Pecionate

Io e Giuliano abbiamo l’abitudine di guardare telefilm durante i pranzi e le cene. Non so come c’è venuta. Abbiamo iniziato la prima volta che abbiamo vissuto insieme, ossia durante una splendida vacanza a Verbania, e da lì non c’è più passata.
Considerando che i nostri ritmi sono di tre puntate a sera, capirete che consumiamo serie televisive alla velocità del lampo. Abbiamo visto tutto Scrubs, tutto Lost, House fino alla terza stagione, e poi Naruto, e un sacco di altra roba che ora neppure ricordo.
Ormai siamo alla disperazione. Ci siamo visti tutto.
A Pescasseroli, una mattina, in edicola vediamo il primo DVD di Stargate SG-1. Avevamo visto qualche puntata sparsa, il film c’era piaciuto parecchio, abbiamo deciso di fare un tentativo. E l’abbiamo preso.
Dentro c’è il pilota, che è una puntata doppia, e altre due puntate. Quanto basta per farsi un’idea.
Ora. L’idea di base c’è. C’era nel film, ergo…certo, non è originalissima. Siamo dalle parti di Star Trek: un tot di tipi viaggiano nello spazio, solo che non hanno un’astronave, ma questi Stargate. Per di più, in giro per l’universo sanno già che troveranno principalmente umani, strappati ai loro paesi in tempi antichi dai Goa’uld e sparsi qua e là sui vari pianeti. Quindi, viaggiare con lo Stargate è anche un po’ viaggiare indietro nel tempo. Nel film i nostri si imbattevano negli antichi egizi, nella puntata che ho visto l’altra stasera se la devono vedere con i Mongoli.
Insomma, con doti minime di sceneggiatura era possibile tirare fuori non dico qualcosa di clamoroso, ma quanto meno di gradevole.
Invece queste prime tre puntate sono veramente desolanti.
Innanzitutto i personaggi: direttamente dal film abbiamo Daniel, interpretato da un palestrato biondino con occhiali di ordinanza che fanno lo stesso effetto di un cappello da marinaio su una scimmia, per altro dotato di monoespressione catatonica (vabbeh, anche James Spader non era esattamente Vittorio Gassman, però, boh…), e O’Neil, interpretato dall’inossidabile McGuiver, sempre lode. Nuovi personaggi sono Sam Carter, bionda astro-soldatessa, e Tael’c, l’alieno convertito al bene.
L’unico che si regge è O’Neil, forse perché mi ricorda McGuiver (sempre lode). Gli altri personaggi sono la sciapezza personificata. La bionda esordisce col solito piglio à la “so’ donna ma spacco il culo ai passeri uguale, quindi non mi sottovalutate”, conditi anche da un paio di cazzate di fisica veramente clamorose (“si vedono ad occhio le fluttuazioni dell’orizzonte temporale!”, “l’espansione dell’universo fa sì che i pianeti si allontanino l’uno dall’altro” AAAAAAARGH!!!!). Parentesi: non costa molto assoldare un laureando qualsiasi che ti dice “questa è una cazzata, questa no”, specie se stai facendo una serie fantascientifica. Ma vabbeh. Torniamo alla bionda. Petulante, sottuttoio, protofemminista. In una parola: odiosa. Daniel è una statua di cera, per cui non so bene come giudicarlo. Veniamo a Tael’c, da me e Giuliano soprannominato Tikrit. Tael’c decide di passare al lato luminoso della forza. Questo delicatissimo passaggio esistenziale viene così gestito.
Tael’c guarda un paio di volte male Apophis, l’alieno cattivo cattivo. Poi, durante una scena in cui i Goa’uld sacrificano un po’ di innocenti O’Neil fa a Tael’c: “Aiutaci, so che vuoi farlo (?), noi possiamo salvarti! (?)”.
Tael’c: “Molti prima di te l’hanno detto, ma forse tu hai ragione” (?), e via botte da orbi contro i cattivi.
La puntata successiva, Tael’c è già pronto a dare il culo per salvare i terrestri.
“Vi giurerò fedeltà, vi salverò dai cattivi, vi ramazzo anche la cucina dopo cena”.
Senza che ci sia un reale motivo per tanta abnegazione.
Per il resto delle puntate, Tael’c manterrà il suo cipiglio un po’ incazzato, facendo palesemente la parte del Data della situazione.
Perché SG-1 si ispira a Star Trek, è evidente. L’esplorazione, la terza puntata ha anche una tematica molto à la prima direttiva. Ma manca proprio il succo. Intendiamoci: non sono una fan sfegatata di Star Trek, ma ne ho apprezzato molte puntate, e poi c’è sempre un tentativo di approfondimento delle tematiche trattate, un evidente tensione ad andare oltre la patina superficiale. In SG-1 no. Punto.
La recitazione è desolante. Sono tutti sotto i minimi storici. Hanno una, al massimo due espressioni, e tendenzialmente almeno una delle due dice chiaramente “che cazzo ci faccio qua?”. Perché, per altro, la sceneggiatura è veramente al di sotto dei minimi storici.
Lo spettatore si fa migliaia di domande: perché, se hai un verme dentro, in alcuni casi la tua coscienza viene posseduta in altri no? Chi ha portato i Mongoli sul pianeta della terza puntata? Che fine hanno fatto?
I personaggi queste domande non se le fanno. Vanno avanti per inerzia. Sul pianeta dei Mongoli, per dire, ci sono andati per capire qualcosa di più dei gao’uld, giusto? Pare invece siano in scampagnata, e salvata la bionda (alla quale dosi abbondanti di contatto intimo col mongolo selvaggio avrebbero giovato assai, per non parlare di quanto la sua prematura dipartita avrebbe giovato al telefilm) se ne vanno da dove sono venuti, senza aver manco sentito parlare dei gao’uld.
Nel pilota nessuno riesce a capire come si usa l’arma gao’uld, la quale ha un pulsante grosso quanto una casa sul manico che serve proprio a farla funzionare. Ma ci vuole l’eroico O’Neil per capire che se pigi l’arma spara.
Vabbeh. Non si può giudicare da tre puntate. Magari dopo il telefilm è un capolavoro. Io però preferisco tenermi il dubbio e non guardare oltre. Perché in ogni caso il pilota è il biglietto da visita di una serie televisiva, la puntata che in genere viene mandata in onda proprio per capire se la serie piacerà, e che dunque viene curata particolarmente. Il pilota di Lost letteralmente ti cattura, ti impedisce di smettere la visione, in un’ora e mezza ti fa capire chiaramente di cosa si parla, su che livelli sarà la serie. Il pilota di Lost ogni volta che lo vedo mi strappa gli applausi. Ma per davvero.
Il pilota di SG-1 è noioso e mal fatto. Per cui, nulla, mi sa che ci tocca trovare qualcos’altro da vedere durante le prossime cene…

P.S.
Pecionata: s. f., vernacolo romano – 1. prodotto realizzato in modo raffazzonato, abborracciato. 2. SG-1

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Un pomeriggio da orsi

Ho visto che vi sono mancata :P . E che in effetti state tutti lì a chiedervi come sia andato il mio incontro ravvicinato con l’orso.
Donc. Vediamo di andare con ordine.
La partenza è stata alle 15.30, con un bel sole. Il programma prevedeva arrampicata fin su ad un rifugio a circa 1800 mt di altezza, appostamento, cena frugale con salame e formaggio, e discesa a valle la sera, per rientrare alle 22.30 in albergo.
L’arrampicata ha seguito sostanzialmente il percorso della passeggiata che ho fatto con Giuliano a Ferragosto, quella dell’Animale del Verso, per capirci. Solo che buoni due o tre chilometri di sterrata ce li siamo fatti in macchina. Mentre salivamo su in jeep ho pensato alla fatica immane di quel giorno. Anyway.
La salita l’abbiamo fatta quasi completamente nel bosco. Un sentierino minuscolo che si arrampicava su in stretti tornanti nel bel mezzo di una faggeta meravigliosa. A terra un tappeto di foglie secche, intorno alberi di un verde spettacolare e rami contorti. Abbiamo trovato ancora qualche traccia di vita selvaggia: escrementi di lupo e orso.
L’ultima mezz’ora, superato un poggetto circondato dal bosco, è stata la più spettacolare. Usciti dal bosco, abbiamo iniziato ad arrampicarci lungo un sentiero largo cinquanta centimetri a dir tanto, con strapiombo sassoso da un lato, e dal’altro spettacolari creste rocciose. Avete presente Dunharrow ne Il Ritorno del Re? Ecco, l’effetto era esattamente quello. Se poi volete un esempio di una delle creste rocciose lungo le quali ci siamo arrampicati, ecco a voi

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Arrivati al rifugio, ci siamo fermati un po’ lì per cambiarci, visto che a 1800 metri fa freddino, e ci siamo preparati all’osservazione. Che, in soldoni, consiste in un appostamento fermi immobili per due ore circa su una cresta rocciosa dalla quale si osservava questo panorama.
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Immaginate la scena. Vento tagliente. 10° circa di temperatura. E immobilità assoluta.
Poche volte in vita mia ho avuto così tanto freddo. Ma ho resistito. Perché il panorama era mozzafiato, perché ogni tanto il silenzio ci vuole, perché era un’esperienza che volevo fare.
Per un’ora e mezza non si è palesata alcuna forma di vita. Confesso che a quel punto eravamo tutti un po’ provati e scoraggiati. Qualcuno si muove, qualcuno si soffia il naso, alcuni si alzano. E poi, all’improvviso, un paio di dita che si alzano, qualche commento, e il cannocchiale comune che viene puntato verso una sella rocciosa. E lui è là. Immobile. Un cervo nel sole caldo del tramonto. Fermo e maestoso. E ci rimane a lungo, un tempo infinito, mentre un po’ guarda noi, un po’ contempla un punto lontano a sud. Ed è bellissimo.
Pian piano, ne vengono fuori altri. Un giovane maschio con due cornini appena accennati, e uno più grande, con un bel palco. Brucano, si spostano lenti lungo i pendii erbosi.
Erano lontani. Li ho visti col binocolo, anche se riuscivi a distinguerli anche ad occhio nudo, piccole macchie marroni sul verde del prato. Ed erano solo cervi. Ma è stato magnifico. Per cui il freddo non contava più. Contava solo essere lì, a prendere contatto con ciò che avevi perduto, a guardare un mondo che è identico a se stesso da secoli. Cento chilometri più a ovest, gli uomini discettano ogni giorno delle loro stupide guerre, viaggiano su macchine sempre più veloci e vivono stagioni identiche le une alle altre, dimentichi del profumo dei boschi e del vento tagliente dei 2000 metri. Ma su quella sella, ogni sera da tempo immemorabile, i cervi vanno a brucare e a godersi il tepore del tramonto.
Quando siamo entrati nel rifugio, il calore della stufa a legna e l’odore del cibo erano così densi da sembrare tangibili. Le bruschette calde coi fagioli e i pomodori, il salame a fette spesse, la ricotta di pecora e il formaggio avevano un sapore diverso, mentre te le rigiravi tra le dita intorpidite. E non contava essere in troppi nel rifugio, tanto che io ero seduta sulle scale. Era bello solo esserci, al centro esatto delle cose, là dove mostrano la loro essenza più vera.
Perché questo viaggio in Abbruzzo è stato un ritorno all’essenza. Al profumo del bosco, alla puzza di stallatico, alla fatica nelle gambe e nella schiena, che ho ancora a pezzi. È stato toccare con mano che un mondo più vero esiste, un mondo dove la vita ha tutto un altro ritmo.
Siamo scesi col buio. Immaginate la scarpata fatta alla luce della luna e di qualche fievole torcia. Immaginate la maestosità di picchi di roccia di notte, e un cielo forse non straordinario, ma di sicuro più ricco di stelle che a Roma. Immaginate una civetta che vi saluta per buona parte del tragitto, e venti persone costrette a sussurrare lungo la strada per non perdersi nel vasto silenzio del bosco.
Quando mi sono girata, nella faggeta silente, ho visto un serpente di piccole luci che scendevano dai crinali. E ho pensato agli elfi che vanno verso i Porti Grigi, ogni notte, nella Terra di Mezzo, cantando canzoni tristi sul tempo andato.

È stato bello. Nessun problema che l’orso non si sia fatto vivo, non era quella la cosa importante.
Voglio tornare. Ogni tanto. Per ripensare a quella vita più semplice che a volte vorrei mi appartenesse, al profumo di quei boschi, ai grilli che martedì notte mi saltavano addosso e non mi facevano paura.
Così. Per ricordare il ventre verde dal quale proveniamo tutti, e al quale tutti vorremmo sempre un po’ tornare.

P.S.
Ho aggiornato la pagina principale del sito e ho mandato una mail alla mailing list. Per i più distratti, vi ricordo che domani sono alla Festa Democratica di Firenze, incontro alla libreria della festa alle 21.45. Ovviamente siete tutti i benvenuti.

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Balla senza lupi

Stasera il lupo non si è palesato. C’ha aveva anche un po’ ragione: benché ci muovessimo in assoluto silenzio, facevamo un baccano infernale con gli scarponi sui sassi e le foglie secche. E poi per quanti anni l’abbiamo perseguitato, povero cristo? Fa bene a vendicarsi.
Muoversi di notte nel bosco è stata però una bella esperienza. C’era questa cosa fantastica per cui gli alberi apparivano neri, e il cielo era la cosa più luminosa che avessimo intorno. Pregavi per uno spicchio di cielo a illuminare la strada. E poi la luna era luminosissima, accecante.
Ed è buffo come di notte vai avanti solo per istinto: di giorno guardi dove metti i piedi, hai gli occhi fissi alla strada. Di notte no. A terra non ci guardi proprio. Ti affidi alla sensibilità dei tuoi piedi, e alla persona che ti sta davanti. Le guardi la schiena per non perderti, ti affidi a lei come ad un’ancora. Sulla strada del ritorno, una volpe ci taglia la strada.
Domani, partenza alle 15.30 sulle tracce dell’orso, e rientro alle 22.30.

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Fauna

Ieri, per la prima volta siamo riusciti a fare un’escursione con una meta. Finora ci siamo limitati a passeggiare nel bosco, fermandoci per tornare indietro quando eravamo stanchi. Ieri no. Ho seguito il vostro consiglio e siamo andati alla grotta delle fate.
Ora. Esiste una regola fondamentale in montagna. Si arriva ala meta un attimo prima di scoppiare in lacrime per stanchezza e frustrazione. Quando sei lì, in salita, con le gambe che ti esplodono, i piedi che implorano pietà, e pensi che hai fatto una cazzata, che non riuscirai mai a scendere a valle in tempo per il pranzo, e che comunque sei troppo stanco per ritornare indietro, e morirai sui monti, cazzo, ecco, a quel punto lì, col magone in gola, appare la meta.
Piccola prova fotografica.

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Per il resto, c’è vita nel parco nazionale d’Abruzzo. Dopo il misterioso Animale del Verso (ah, nella Val Fondillo, due sere fa, ne abbiamo sentito un altro, probabilmente un cervo), ecco a voi…il topino!
Stava tra le radici di un albero. S’è fermato, c’ha guardati, s’è fatto fare due foto due, e poi se n’è andato. Un signore.

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Stasera, a caccia di lupi. Passeggiata notturna per il bosco per ascoltare l’ululato del lupo; speriamo di essere fortunati e di sentirlo.
Passeggiare di notte nel bosco è un’esperienza strana. Innanzitutto, noi ometti moderni non siamo abituati alla luce della luna, che è tantissima. E poi il bosco di notte è un posto diverso. Pieno di sussurri, rumori, presenze celate. E la paura fa parte del piacere di un viaggio in territorio inesplorato. Entri in contatto con te stesso, con ciò che eri prima che i veli della tecnologia e della società ti allontanassero dalle tue origini, che sono terra e fango.
È questo il bello di stare qua. Che il corpo ha la meglio. La stanchezza non è mai quel senso di fatica che ti coglie a Roma, la percezione di non farcela; sono le gambe che gemono, i piedi che pulsano. E la mente si riallinea al corpo, e ti domandi perché non possa essere così tutto l’anno.
Stiamo pensando di allungare la vacanza di un giorno, per fare un’escursione alla ricerca dell’orso. Sette ore, di cui un paio di notte e un po’ di appostamento. Per tornare a casa con un bel ricordo di questo posto stupendo.

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Incontri ravvicinati?

Certo che a voi proprio non si può farla :P
Avete indovinato così presto che inizio a dubitare di averlo detto in qualche post del passato: ebbene sì, sono nel Parco Nazionale d’Abruzzo. Non è la prima volta. È la seconda, per la precisione. È un posto che mi piace tantissimo, è fresco ed è ad un tiro di schioppo da casa. E poi è fantasy. Perché l’attività principe che si svolge da queste parti è camminare per boschi, proprio come fa ad un certo punto il protagonista di una qualsiasi storia fantasy che si rispetti.
Ieri, passeggiata soft per la Val Fondillo, oggi arrampicata verso il rifugio di Jorio.
Ora, ieri era un delirio; essendo la Val Fondillo un posto molto bello e in cui i percorsi a piedi sono piuttosto agevoli, era strapieno di gente. Io, che ormai sono una misantropa che levati, ho passato un’ora a lamentarmi dei turisti della domenica (manco io fossi Messner, ma vabbeh). Oggi, essendo il percorso più impegnativo, non c’era un’anima. Ma veramente.
I boschi dell’Abruzzo mi sono sempre sembrati tutto sommato ameni; rassicuranti faggete, ampie piste in pietra calcarea, dolci rivi da cui è piacevole bere. Ecco.
Oggi, ci inoltriamo nel sentiero. Ai lati, una faggeta così densa che non si vedeva ad un palmo. E silenzio. Un silenzio ostile. Uno pensa al bosco come ad un posto pieno dello stormire delle fronde e del cinguettio degli uccellini. Non stamattina. Stamattina gli alberi tacevano, e gli uccellini erano stranamente silenziosi. E noi ci muovevamo facendo il minor rumore possibile, inoltrandoci in un luogo che non sembrava volerci. Era l’apoteosi della natura per come la intendo nei miei libri: altra, diversa, inconoscibile. Mi sembrava che dietro ogni faggio, ogni masso, ci fosse qualcuno che mi spiava. E avevo paura, perché è giusto così. Perché l’ammirazione non può essere scevra di un po’ di timore reverenziale.
Per cui, nulla, ad un certo punto, mentre ci arrampicavamo, abbiamo sentito un verso. Vicino. Una mezza specie di muggito. Ma non era una mucca. Le mucche hanno i campanacci, e comunque lì non c’erano pascoli. Siamo rimasti inchiodati dove stavamo. Vi spiego; all’ingresso del sentiero c’era un cartello che avvisava di non inoltrarsi nel bosco, perché la zona è particolarmente gradita agli orsi per la presenza di una bacca di cui vanno molto ghiotti, e se ti inoltri gli dai fastidio con la tua presenza.
Ok, capirete quindi che ero un po’…suggestionata. Ecco, io non conosco quasi nulla di zoologia. Ma ovviamente appena abbiamo sentito questa specie di brontolio abbiamo pensato potesse essere un orso.
Ora, non lo so cosa fosse. Ma era qualcosa.
Da lì in poi, per una buona oretta per me è stato un fiorire di rumori strani. Un grufolare da qualche parte, una specie di soffio, rami smossi, e via così. Lo confesso: ho anche pensato di scendere a valle.
Per fortuna mi sono fatta convincere dai nervi saldi di Giuliano (e anche dalla vergogna per la mia fifoneria :P ) e abbiamo continuato a salire in mezzo a questo silenzio arcano, il suono del mondo senza l’uomo.
Il risultato è che siamo morti. Letteralmente. Ieri sui 6 km di passeggiata, oggi 8, io non sono una gran trekker, per cui giaccio sul letto con le gambe a pezzi. Mi fa male il crociato del ginocchio destro, il tendine d’Achille di ambo le gambe, ho una vescica sull’alluce.
E ripenso a stamattina. Quando sono stata a tanto così da incontrare l’animale del mistero. Vedremo domani.

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Where am I?

Volete sapere dove sono? Col mio pennino UMTS dalla connessione incerta?
Sono qua

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Cioè, stamattina era là. Ora, non so quando mi riconnetterò. Cercherò di farlo domani. Per cui avete ben 24 ore circa per indovinare il luogo in cui sto trascorrendo le mie vacanze. A partire dalla foto, ovvio.
Chi indovina vince la gloria :P
Ora esco a fare un giro. Forse stasera vado a vedere Narnia.
A domani!

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