Ieri sera, in sciopero dal lavoro (mi sono presa un week end di riflessione), ho deciso di rivedere per la terza volta Lost in Translation. Lo davano su Rai 4 e non ho saputo resistere.
Innanzitutto, mi sono concessa una di quelle stupide esperienze lisergiche che mi piacciono tanto e che, diciamocelo, a volte sono il sale della vita. Bill Murray nel film è a Tokyo per pubblicizzare un whiskey giapponese, Suntory. Ecco, io ho una bella bottiglia di Suntory nella vetrina in soggiorno, e non ho saputo resistere. E così, mentre sul televisore Scarlett Johansson guardava Tokyo dalla finestra del suo albergo e Bill Murray farfugliava davanti ad un regista folle “È tempo di relax, è tempo di Suntory”, io suggevo il mio whiskey nel bicchierino portatomi da un amico dal Cile.
È un film delizioso. Innanzitutto per la levità con cui parla di certi sentimenti. Per una volta i nostri eroi non finiscono nel sacro talamo. Amore e sesso sublimati, in una specie di vacanza dai sentimenti e da stessi. Perché questa è la Tokyo di Sofia Coppola: un limbo in cui crogiolarsi nelle proprie insicurezza, un posto in cui sospendere la propria vita, e immaginarsi diversi da quel che si è.
Ho pensato al viaggio in Giappone che avevo iniziato a progettare. Tokyo, Kyoto, i kimono, il sushi, lo shinkasen. La prima volta che ho visto questo film con Giuliano ancora pensavamo che in questo periodo saremmo stati in quel di Tokyo, perduti in un luogo che ci appartiene e che ci è estraneo. E invece. E invece come al solito la vita arriva e ti cambia i programmi, e tu provi disperatamente a prendere decisioni ponderate, far le cose per bene, e convincerti secondo logica di cosa è giusto e cosa no. Serve tutto a poco. Arriva il ciclone e si porta via tutto. E alla fine si finisce là dove la vita ti porta, e l’unica cosa che puoi fare è illuderti che sei arrivato lì per tua scelta.
E poi ho guardato la Johansson muoversi per Tokyo. È ho capito un’altra cosa che mi piace tanto di questo film. La Charlotte della Coppola di muove per il Giappone esattamente come mi muovo io all’estero. Come un fantasma. In incognito. Frastornata e ammirata. Ricordo l’inverno a Monaco, quando, imbacuccata, me ne andavo in giro per le strade, e tutto era nuovo. La gente passava, e io mi incantavo a guardare la neve sotto un lampione, in una via deserta. Lo dissi all’epoca, e lo credo ancora: mi piace muovermi in paesi sconosciuti, perché là mi sento invisibile. Divento tutta occhi ed emozioni, e riesco a sgusciare tra i passanti, senza che nessuno mi noti. Le scene del film girate a Kyoto sono così: Scarlett osserva. Il matrimonio, i templi, i giardini, l’albero con i foglietti di carta.
Alla fine del film mi è rimasto in bocca un retrogusto dolce, quello del buon cinema.