Con un po’ di ritardo, abbiamo la paranoia dell’estate. È il ritorno di un grande classico: gli aerei che cascano.
Sì, perché ogni tanto un po’ di sana paura ci vuole. Altrimenti poi la gente si tranquillizza e inizia seriamente a pensare che in ‘sto paese il nostro premier può sparare ad uno in parlamento e non essere perseguito. Per dire.
Così, da qualche giorno i giornali sono pieni di notizie di aerei che cascano, si incendiano, ballano e fanno atterraggi d’emergenza.
Ora. Io ho più o meno superato la paura di volare. Perché se pigli qualcosa come venti aerei all’anno, magari non puoi star lì con le unghie infilate nel sedile per venti volte. Impari ad essere fatalista, ti godi il panorama dall’alto, al massimo sei contento quando tocchi terra.
Poi però leggi questo
A voi forse non dirà niente. Io quella tratta lì, con quella compagnia lì, l’ho fatta tre settimane fa. Para para. Non ricordo se fosse un bimotore ad elica. Mi pare di no. Quell’aggeggio infernale l’ho preso una volta sola in vita mia per andare a Rimini, e spero violentemente di non rifare l’esperienza. Non che il volo sia stato spiacevole. Ho però l’impressione che se non fosse stato bel tempo avremmo ballato il rock’n’roll e io mi sarei buttata giù da un finestrino.
Tra cinque giorni vado a Mosca. Quattro ore di fottutissimo volo. Non ho mai volato così tanto. E improvvisamente non ho più tanta voglia di farlo. Ma è la mia vita: pigliare un aereo al mese se mi va bene, quattro o cinque se è un mese intenso.
Spero che in questi sei giorni i giornali trovino qualche altra bella paranoia con cui tartassarci. Che so, i pitbull cattivi, ad esempio.