Archivi del mese: settembre 2008

Lost everywhere

Ci stanno colonizzando. Sono ovunque. Qui siamo a livello di vero e proprio complotto planetario, ragazzi, altro che scie chimiche e alieni.
È cominciato a cinema, quando ho visto The Dark Knight, e…booom! Appare sullo schermo Richard Alpert, che per l’occasione si è trovato un secondo lavoro da, nientepopodimenoche, sindaco di Gotham City. Cioè.
Poco prima, avevo scoperto che Charles Widmore lavorava per la CIA negli anni ’50, più o meno quando ci bazzicava Indiana Jones. Ero certa che gli USA in qualche modo sapessero dell’isola, ne ero certa!
C’è invece chi si è cercato un lavoro un po’ più tranquillo (più o meno); Dave, stanco di presentarsi in veste di fantasma ad Hurley (e poi ormai è stato soppiantato da svariati isolani cari estinti, da Charlie e Mr Eko), ha deciso di intraprendere una fruttuosa carriera come agente letterario di Hank Moody. Assistente appassionata di S&M a parte, considerando le fortuna letterarie del suo assistito, forse Dave stava meglio sull’isola.
Inquietanti interrogativi si aprono invece allo scoprire che il papà di Kate, che già inzuppava il pane con l’esercito, fa parte del Consorzio, e ha persino sparato a Gola Profonda. Ma la cosa più disturbante è che costui è pure morto prima della nascita di Kate!!! Secondo me c’entrano gli alieni…
Infine, ieri sera, ho avuto la certezza che proprio di complotto si tratta. Perché nella puntata 12 della seconda stagione di X-Files, subito prima di una scena densa in whispers nella miglior tradizione isolana, fa la sua apparizione John Locke. Che lavora per la polizia, ha un’amante che ha in grembo qualcosa come il demonio ed è in contatto telepatico con un pluriomicida. Quando uno dice il destino.
No, ragazzi, loro sono in mezzo a noi, ormai ne ho la certezza, e ci stanno colonizzando. O quanto meno stan colonizzando quel che resta dei miei neuroni.

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Un po’ di Monaco a Roma

Ieri, appena tornata dalla Sardegna, non mi sentivo poi tanto bene. Così mi sono messa direttamente a letto. Dopo un po’ è venuto anche Giuliano, e ci siamo messi a vedere Ludwig (bellissimo film, per altro). Ed era già tutto perfetto. I primi freddi, il tramonto alle 18.00, persino l’odore dell’aria.
Mi sono alzata per mettere il polpettone in forno, dopo una mezzoretta sono andata a controllare la cottura.
Io: “Giu, a me pare fatto”
Giuliano: “Controlla dentro”
Io (armeggiando con forchetta e coltello): “Mi pare i sì, ma vieni a buttare un occhio anche tu”
Giuliano è arrivato, s’è messo a controllare il polpettone.
Giuliano: “No, dentro è ancora crudo”.
Poi si è fermato un attimo, e ci siamo guardati.
Io: “Che c’è?”
Giuliano: “No, è che…l’autunno, il fresco, io e te litighiamo sul grado di cottura del polpettone…è come a Monaco”.
Ed era vero. Come a Monaco. L’autunno che arriva presto, la poca luce, la casa piccola, i film visti a letto.
È buffo che sia successo proprio ora. Ora che in qualche modo da un po’ si riparla di Monaco. Che si pensa di farci un salto a dicembre, per vedere i mercatini e la neve, sperando ci sia. Ora che le cose si consolidano, o no, ora che si prendono decisioni, si fanno progetti.
Per una volta mi viene da ringraziare questa città, che mi ha dato tanto, davvero, e cui io tutto sommato do davvero poco in termini di affetto, di appartenenza: la ringrazio per questi giorni di un autunno perfetto, per questa breve e fallace illusione, che davvero, per una volta, per qualche giorno, Roma sia un posto mio.

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Le Creature del Mondo Emerso

Finora ne ho parlato molto alle presentazioni, e pochissimo qua sopra. Non lo so perché. L’estate che mi ha annichilita, gli altri progetti che mi hanno impegnata…non lo so. Però, adesso che è qui, in tutto il suo splendore, non se ne può non parlare.
Trattasi de Le Creature del Mondo Emerso. Un libro illustrato basato su fatti, luoghi e personaggi delle Cronache che uscirà a novembre. Ai primi di novembre, nello specifico, stando alle ultime news. 150 pagine circa di illustrazioni, ça va sans dire, di Paolo Barbieri e di testi inediti miei.
Ve ne parlo ora perché stamattina mi è arrivato il pdf definitivo. E, vi giuro, sono in bilico tra l’esaltazione più pura e la commozione. Voi non avete idea della roba che c’è lì dentro, delle cose fantastiche che ci sono disegnate. Di come il Mondo Emerso ora sembri un posto vivo, vero, e Nihal, Sennar e tutti gli altri persona che da qualche parte posso incontrare. Man mano che sfogliavo le pagine ci sono letteralmente precipitata dentro, immersa nella storia come mi capita solo nei momenti di grazia, quando leggo qualcosa di fenomenale o scrivo qualcosa che sento molto. E ci sono cose che mi hanno esaltata, e altre che mi hanno commossa. Vi posso dire che in ogni pagina in cui c’era Ido mi sentivo un groppo in gola.
Spero che anche a voi farà lo stesso effetto. Per me, è un sogno trasformato in realtà, è la mia fantasia che prende vita, è il mondo in cui vivo da quasi otto anni che improvvisamente mi viene incontro, e non è più un posto solo mio; è una realtà che vive di vita propria, che ramifica nelle menti dei lettori, che si espande, che diventa reale.
E per farvi capire, qui sotto trovate un piccolo assaggio.
Intanto penso a quella notte che ormai neppure più ricordo, in cui per la prima volta Nihal si fece viva, e a quanto lontano ti portano i sogni.

© Arnoldo Mondadori Editore S.p.A. Illustrazione di Paolo Barbieri

© Arnoldo Mondadori Editore S.p.A. Illustrazione di Paolo Barbieri

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Le parole contano

Oggi sto cercando di prepararmi psicologicamente al fine settimana: nulla di che, una presentazione come al solito, ma ho fatto una scelta un po’ sciagurata, ma obbligata. Parto per Olbia stasera alle 21.50, per poi andare a Sassari. Sento che prima della mezzanotte non vedrò l’albergo, sob…Il fatto è che Giuliano deve lavorare, e quindi partire sul tardi era necessario. Ma vabbeh. Questo solo per giustificare la lunghezza ridotta del post.
Ma, per fortuna, ho l’argomento adatto ad essere trattato in poche, pregnanti righe. Qualche mese fa mi arrivò una mail. La proposta che mi si faceva era intrigante e interessante: scrivere la definizione per una parola che mi fosse molto cara. Il progetto si chiamava Dizionario Affettivo della Lingua Italiana e conteneva le definizioni date da svariati altri scrittori.
Confesso di essermi dovuta spremere un po’ le meningi. L’innamoramento più acuto per una parola che io riesca a ricordare è quello per because. All’epoca non conoscevo ancora l’inglese, tranne il ristretto novero di parole che mi servivano per capire le canzoni dei Nirvana. E because mi piaceva tantissimo, per quel suono tondo e vagamente aspirato.
Insomma, mi sono spremuta, e alla fine ho trovato una parola italiana che mi piace. E ho scritto la mia definizione.
Orbene, adesso il Dizionario Affettivo della Lingua Italiana è un libro che proprio ieri mi è arrivato a casa. Lo trovo a dir poco delizioso; centinaia di voci che provano ad indagare quel rapporto un po’ feticista che lo scrittore instaura con le parole. Ed è incredibile quanto intimo sia questo rapporto, e quanto dunque spudorate e rivelatrici siano le definizioni. Insomma, io mi sento di consigliarvi questo libro, e lo faccio senza tema di essere considerata di parte, perché il pezzetto che ho scritto io è davvero infinitesimale.
Per altro, le parole sono gli strumenti del lavoro di uno scrittore, ma appartengono a tutti; per questo, il dizionario si allarga, e al link che vi ho segnalato potete inserire anche voi una voce, una parola che vi stia particolarmente a cuore.
Per il resto, vi ricordo le coordinate per l’incontro di domani: ore 18.00, Giardini della Facoltà di Lingue, Sassari. Per chi è interessato, vi aspetto!

P.S.
Un sacco di auguri al mio babbo per il suo compleanno :)

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La nuova stagione licesca dei telefilm

Continuo ad essere una telefilm-dipendente. Ormai in tv guardo praticamente solo quello. Persino i film sono stati soppiantati, quelli praticamente li vedo solo a cinema.
E datosi che Lost non farà la sua ricomparsa da queste parti prima di febbraio del prossimo anno, sono in crisi d’astinenza da dipendenza, se mi passate il gioco di parole. E allora cerco qualcos’altro di cui appassionarmi, dedicandoci sostanzialmente la sera assieme a Giuliano e il pomeriggio dopo pranzo, come cuscinetto tra una sessione di studio e l’altra (-7 all’esame, damn…).
Ho cominciato col rivedermi tutti i film di Montalbano. Sono un’appassionata di Camilleri, quest’estate non ho praticamente letto altro, e adesso sono alle prese con un Meridiano dedicato tutto ai suoi libri storici. E la trasposizione televisiva di Montalbano mi piace un sacco: son film diversi dal libro ma che non ne tradiscono lo spirito. Insomma, come ogni buona riduzione dovrebbe essere. E sono piacevoli. Però sono pochi. Quattordici, al momento. Indi per cui, rivistili tutti, mi sono spostata su altri lidi.
Sono due giorni che mi vedo Californication. Ne parlavano tutti bene, mi son detta perché no. Poi il protagonista è uno scrittore, e siccome non so se è più mitizzata la figura dello scienziato o quella dello scrittore, mi sono detta “guardiamo un po’ come ci dipinge la tv”. Devo dire che sono un po’ perplessa. Nel senso, le prime due puntate mi hanno abbastanza divertita, ma mi sfugge il punto. Cioè, di cosa sta parlando la serie? Di Hank Moody e della sua vita, diciamo così, complicata. Uhm. E basta? Non lo so. Certo l’inizio della prima puntata è folgorante, e per altro perfetto per descrivere serie e protagonista, ma…boh, non lo so, non è scattato il feeling. Innanzitutto queste figure sbracate di scrittori maledetti dediti a tutti i vizi di ‘sta terra, disperatamente alla ricerca di se stessi mi fanno sempre porre domande oziose: ma io, che sostanzialmente non bevo e non fumo, ho una famiglia normale, e mi cerco, per carità di dio, mi cerco eccome, ma senza darmi pose da donna maledetta, son meno scrittrice? La mia vita da travet della parola scritta (scrivere un tot di ore al giorno, un tot di pagine all’ora, e non per timbrare il cartellino, ma perché sennò la mia creatività non funge) è troppo noiosa per poter essere raccontata? Mi sa di sì. E poi, il dilemma primo: ma davvero esistono in real life uomini che non possono fare mezzo passo senza una figa da paura che serve loro la sua virtù su un piatto d’argento? E Los Angeles è la città a più alta densità di gnocche da copertina, visto che il Nostro infiocina solo figoni clamorosi?
Vabbeh, attenderò gli sviluppi delle prossime 10 puntate.
Invece grandissime soddisfazioni mi dà la sera X-Files. Ragazzi, una scoperta. Cioè, lo so che sono in ritardo di quattordici anni, che le orride giacche con le spalline che indossa Mulder e i raccapriccianti pantaloni a vita alta di Scully andavano di moda un’era fa, ma all’epoca me lo persi, per cui, perché non recuperare? Avevamo il primo dvd della prima stagione, ce ne siamo appassionati, e adesso stiamo seguendo la seconda.
Io non lo so esattamente perché mi stia appassionando così tanto. Per la stessa ragione per cui appassionò un sacco di persone all’epoca, suppongo. Sì, ma quali? I complotti e questa roba in real life mi attirano, ma perché mi fanno fare quattro risate. E gli alieni…devo anche dirvi cosa penso degli alieni? Allora sarà la legge del contrappasso, non lo so. O forse perché X-files è dannatamente pop. Pop nell’anima, nel profondo. Tanto è vero che pesca a piene mani nel sottobosco delle teorie del complotto, nelle leggende metropolitane, tutto ciò che è sottocultura popolare, e ci costruisce intorno una mitologia credibile. Ci dà insomma quel che tutti vogliamo: un piano superiore, per quanto malvagio e aberrante, del quale tutti facciamo parte. Mette ordine nel cosmo, un ordine oscuro, che i Nostri debbono spezzare, ma pur sempre un ordine, che non è quello che cerchiamo da sempre? Fa leva sul nostro istintivo desiderio di credere, appunto. In cose assurde, inspiegabili, superiori a noi. Gioca col nostro terribile desiderio di non essere soli.
E poi funziona. Funzionano loro due assieme, funziona il plot complessivo, funziona la sceneggiatura, in certe puntate funziona persino la regia. L’unico problema è che la qualità è un po’ altalenante. Nella prima stagione per me era diventata una regola matematica: ad una puntata che mi intrippava seguiva una che mi lasciava indifferente. La seconda è più tesa, con un attacco fantastico. Finora mi son piaciute praticamente tutte.
Ecco, quando vedo roba del genere, e il modo in cui è in grado di coinvolgermi e appassionarmi, mi rendo conto di quanto io sia scrittrice di genere nel profondo. È quello il mondo da cui vengo, il mondo della cultura popolare, della cultura dal basso, di chi rivendica il diritto a divertirsi quando legge, quando vede un film, persino quando si informa. E questo non significa che di me non faccia parte anche la “cultura alta”, che pratico con piacere, che in ogni caso mi ha formata. Ma quella che faccio io, quella che voglio fare, è cultura pop. Una cultura che viene sì dal basso, ma si può anche permettere ambizioni “alte”, che non rinuncia a cercare di dire qualcosa, ma che lo fa toccando certe corde, magari anche vili, viscerali, profonde, perché sa che se tocca quelle arriva. E arrivare è sempre l’obiettivo, di chiunque si esprima creativamente.

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Scottish graveyards

Quando sono andata in Scozia ho pensato più che altro ai celti, alle cornamuse e all’haggis, e ho dimenticato un aspetto assai importante della faccenda: i fantasmi. E sì che le mie frequentazioni con Topolino avrebbero dovuto mettermi in guardia: se ben ricordate, Paperone è scozzese, e spesso i paperi hanno a che fare con qualche castello infestato da quelle parti.
(Mi stupisco sempre della natura assolutamente pop dei miei riferimenti culturali :P )
Comunque, il primo impatto con la Scozia soprannaturale (se si escludono le puntate di X-Files che mi sono vista in albergo, che non so se contano) è stato il passaggio vicino ad un simpatico cimitero. In mezzo alla città. Sì, anche il Verano è in mezzo alla città, ma è una specie di elemento alieno, questo orribile recintone irto di cipressi, impiantato in mezzo alla tangenziale manco fosse cascato dal cielo.
Il cimitero scozzese era invece perfettamente integrato con l’ambiente circostante; tante quiete villette intorno, una chiesetta appena più spettrale delle altre, e un cancello nero lavorato.
Ora, quel che io odio dei cimiteri italiani è il condominio. Non so se anche da voi il fornetto (che non è il tostapane che ti regalavano coi punti del Mulino Bianco, ma il tristissimo cubicolo di cemento in mezzo a miliardi di altri cubicoli di cemento in cui finisce post-mortem il cittadino romano medio) vada per la maggiore, ma a Roma sembra che, sebbene tu abbia già sofferto una vita intera in condominio, evidentemente non hai scontato la tua razione di Purgatorio, per cui ti ficcano in condominio anche da morto. E non torni alla terra, no; torni al cemento, come è giusto che sia, visto che Roma è in mano ai palazzinari.
Ecco, io vorrei tornare alla terra. Vorrei il mio metro per due di erba fresca in cui decompormi quietamente e tornare utile alla collettività. In Scozia ce l’hanno tutti. E questo dà al cimitero di cui sopra un’aria molto pacate e tranquilla, da giardinetto all’inglese, nel quale, volendo, puoi andare a fare un pic-nic, e magari cogliere la cicoria o l’equivalente scozzese, che suppongo cresca molto bene in quel contesto.
L’unico aspetto appena un po’ più spettrale erano le lapidi; svettanti croci celtiche alte due metri, per lo più. Un collega inglese c’ha detto che in genere nel sud del Regno Unito le lapidi non sono così grosse.
Anyway. Abbiamo buttato un occhio e una preghiera per i cari estinti, e abbiamo proseguito.
È stata lungo la Royal Mile che ci siamo ricordati che la Scozia farebbe la gioia di Fox Mulder. Perché ci siamo imbattuti in questa gente qua. Faccio un breve riassunto per i non anglofoni o i pigri; in pratica, esiste una visita guidata dei sotterranei di Edimburgo alla ricerca di fantasmi. Il tour di cui ho visto il volantino è il seguente: si scende di notte nei sotterranei della città e si finisce nella prigione dei Covenanters e nel cimitero di Grayfriars. E lì, stando al volantino, si fa la conoscenza col poltergeist McKenzie. Ho ancora con me il fantastico volantino, che vi incollo qua sotto. Intanto, vi traduco alcune perle:

“questa entità (cioè ‘sto poltergeist McKenzie) è responsabile di centinaia di ‘attacchi fisici’ durante il tour ed è attualmente il caso di evento soprannaturale meglio documentato della storia”
“quindi, se vuoi divertimento, una buona compagnia, o solo imparare qualcosa di diverso, vieni con noi. Ma preparati a rimanere terrorizzato durante il processo“.

La più bella sta di lato, in piccolo, tipo le avvertenze per i medicinali. La scritta recita

Attenzione: il poltergeist McKenzie può causare reale stress. Partecipate al tour a vosto rischio e pericolo”.

Manca solo un “assumere dopo i pasti” e sembra l’aspirina.
Una sera ci siamo fatti un sacco di risate su questa cosa.
Poi sono tornata. E mi sono chiesta chi fosse ‘sto famoso poltergeist McKenzie di cui non sapevo una ceppa. E ho scoperto un vero e proprio sottobosco. Yep, il poltergeist McKenzie esiste, prima di intraprendere la carriera di poltergeist e finire nelle grinfie di quelli del tour City of the Dead faceva l’avvocato (e qui qualcuno direbbe che se da morto avesse scelto il vampirismo invece che la triste vita del fantasma a ore avrebbe maggiormente seguito la propria vena) e si dilettò a perseguitare in vari modi i Covenanters, appartenenti ad un movimento politico e religioso scozzese. E ho scoperto anche che sì, in effetti c’è tutta una serie di racconti circa il poltergeist e il modo in cui terrorizzi la gente che si trova a passare da casa sua, ma solo dalle 8.30 alle 9.45 pm, che poi il giro finisce e il poltergeist stacca.
Sarà l’influenza delle tonnellate di puntate di X-Files che sto vedendo in questo periodo (a breve post dedicato), sarà che tutte queste storie di leggende metropolitane, complottismi e roba varia mi interessano sociologicamente (e sono divertenti), ma la prossima volta che vado ad Edinburgo vado a fare un saluto al poltergeist.

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Ancora Scozia

Cose fighe della Scozia
Gli autobus a due piani. Quando vai al piano di sopra puoi metterti in prima fila, e vedere la città che ti viene incontro. Non dico che fa lo stesso effetto dei magnifici tram di Monaco, ma quasi
I negozietti dei Pakistani, che stanno aperti fino a tardissimo, e vendono di tutto.
I negozi dell’usato. Bazar colmi di ogni cosa, con preferenza per quelle inutili; collane, orecchini, custodie per chitarre sfondate, registratori di cassa, e chitarre, un sacco di chitarre, da quelle messe bene a quelle che hanno passato un brutto quarto d’ora.
Quelle verandine che le case hanno in salotto, nelle case. Una specie di vetrina sul quartiere, un angolino perfetto dove scrivere.
I colori delle porte. Perché sarà pure tutto grigio fumo, eredità di decenni di industria che andava avanti a carbone, ma le porte sono di tutti i colori.
I distributori automatici di giornali e libri all’aeroporto. Cioè, immaginate i distributori automatici di snack. Solo che al posto degli snack ci sono riviste, libri, audiolibri e persino lettori mp3 con su precaricate puntate di show e roba simile. Ne voglio uno a casa

and the planes and trains
are to blame
for tempting us
to refrain
and to cut the chord

L’iPod, sull’aereo del ritorno, mi ha sparato questa canzone. Una canzone che resta vera, nonostante il mio recente desiderio di casa, di un po’ di riposo in un posto che possa sentire mio.
Perché ogni partenza è un’occasione di cambiare, di tagliare con tutto, di pensarsi diversa, in un altro luogo. Non ho ancora capito se il viaggio è una cosa che mi porto dentro, o se prima o poi il desiderio di stabilità avrà la meglio. Intanto continuo a consumarmi le sneakers sugli asfalti di mezza europa

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Recupero

Sono una stordita, per cui questa notizia ve la do con appena due mesi e mezzo di ritardo; il sito La Zona Morta mi ha intervistata a Luglio, e io ho visto l’intervista solo adesso. Beh, dai, meglio tardi che mai, diciamo così.
Se volete recuperarla assieme a me, eccola.

Intervista per La Zona Morta

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The Edimburgh Chronicles


Mi sono innamorata
Proprio come un colpo di fulmine. Non so esattamente quando è capitato, se è stato quando ho fatto il primo giro in autobus dall’aeroporto alla guest house, o quando ho passeggiato la prima mattina tra le guest house e l’osservatorio. Fatto sta che Edimburgo mi ha colpita al cuore. C’è qualcosa nel grigio fumoso dei suoi palazzi, nel rosso stanco delle colline d’ardesia, nei tetti appuntiti o nei bow arc delle case che me l’ha resa indimenticabile, splendida. Perché ha un’aria particolare, un’aria che non ho trovato in nessun’altra città europea che ho visitato finora, perché ha carattere, perché ha una sua individualità, e la mantiene dal centro fino alla periferia, dall’osservatorio a St Giles, dalle villette a schiera più moderne ai palazzi antichi della old town.
E se ci ripenso adesso che sono a casa, in questa mattina in cui non sento il freddo pungente e umido della scozia, non so nemmeno dire chiaramente cosa mi sia piaciuto così tanto. Forse l’aria di pace che spirava da quelle villette, o forse quell’aria fumosa e vissuta, o ancora la rupe del castello, così dannatamente fantasy, così profondamente medievale. Ecco, è una città in qualche modo fantasy, stretta tra il verde dei prati e il bianco del cielo nuvoloso. Una città dove mi piacerebbe vivere, dove mi piacerebbe tornare.


Haggis mon amour
Quando ti dicono come è fatto l’haggis, ovviamente ti passa ogni voglia di assaggiarlo. Ma quando viaggio devo assaporare i luoghi in cui vado, lasciare che mi riempiano la bocca. Così, alla cena sociale, ho assaggiato l’haggis. Ed è buonissimo. Non pensate alla povera pecora che ha fornito stomaco, cuore, fegato e polmoni. Pensate solo al sapore pastoso e cremoso, che vi riempie la bocca.
E poi la cranachan, un vero attentato alla mia linea, fatta di panna, miele, whisky, farina d’avena e frutti di bosco. O le shortcakes, che mi tentavano ad ogni pranzo in osservatorio, dolcissime, cioccolatose, caramellose. E i fudge, che mi sono portata anche a casa, che ho mangiato in mezzo alla strada in Princes Street, comprati ad una bancarella, mentre dal castello il cannone sparava il colpo dell’una. A chi ha letto Harry Potter in inglese il nome dovrebbe dire qualcosa; Fudge è il nome originale di Caramell. E i fudge sono queste specie di caramelle mou, che non sono esattamente mou, perché appiccicano molto di meno in bocca, e sono buonissime. Additive, per usare un inglesismo. Ieri ne avrei finito l’intera scatola che ho portato qua.


St. Giles e il suo organo
Ci sono passata venerdì sera, stanchissima e tormentata da una specie di tendinite al tendine d’Achille. Ho macinato chilometri e chilometri in questi giorni. E insomma, è bella. Gotica. Niente però di particolarmente diverso da una qualsiasi altra chiesa del periodo che ho avuto modo di vedere in Germania. Poi, però, di lato ho visto lui. Un organo. Non particolarmente grande. Ma bellissimo. Con un omino che si esercitava a suonarci qualcosa. E allora si è trasfigurato tutto; la chiesa, le vetrate, l’aria. La fuga di colonne era una gabbia, che teneva intrappolata una bestia splendida e terribile, quell’organo che vibrava ovattato, il ruggito appena trattenuto dei bassi che vibravano nel pavimento, salendomi dai piedi al cuore. L’organo era un animale accucciato pronto al balzo, una fiera alla catena, pronta a far vibrare l’aria del suo suono possente, stordente, solenne.
Gli sono andata sotto, come il domatore che infila la testa nella bocca del leone, ne ho accarezzato il mantice, polmoni possenti, ho cercato di indovinare da quale canna uscisse il suono. E poi mi sono seduta ad ascoltare, immaginando la fuga delle note in quello spazio vuoto e solenne.


I souvenir più strani del mondo
Forse non so fare la turista, o forse la faccio in un modo tutto mio, non lo so. Ma fatto sta che più che vedere monumenti e comprare prodotti locali mi piace consumarmi le suole sulle strade, farmi un giro in autobus o entrare nei negozi che vendono roba usata. Così finisco per comprare souvenir strani. Sì, ok, lo confesso, sono tornata coi miei due chili di tartan; una mantella, molto simile al poncho cileno che uso d’inverno, solo, appunto, in tartan, e avrei voluto anche uno di quei baschi che usano loro, quelli col pon pon in cima. Ma ho anche comprato il Sun, avete presente? Quel giornale stile eva tremila, ma quotidiano, che usa da quelle parti. Dentro c’è anche il supplemento televisivo, che già mi sta dando le prime soddisfazioni, con titoli tutti urlati e trame allucinanti (lui sta per morire, allora sposa lei con gli ultimi respiri, e spira dopo il sì; nemmeno le mie trame arrivano a tanto). E poi una maglietta dei Muse, perché non potevo andare nel regno unito senza comprare qualcosa, una cosa qualunque dei Muse. E poi le tasche piene di nichelini e monetine varie, di tutte le fogge. E un pacchetto di preservativi, McCondom, che a me e Giuliano facevano troppo ridere, che dietro, dopo tutte le istruzioni su come usarli, sul sesso sicuro e roba così, hanno scritto “Above all…have fun!” e l’ho trovata una cosa carina e dolce.


Music everywhere
Chitarre ovunque. Ma davvero. Innanzitutto nei negozi di musica, ma non solo. È pieno di mercatini dell’usato che vendono di tutto, anche chitarre. Ce n’erano di elettriche per 50 sterline, che non è tantissimo. Sono stata terribilmente tentata. Lo so, Bianchina è ancora incazzata perché per un mese l’ho presa in mano sì e no una volta a settimana, ma è stata un’estate strana, di letargo. E poi un’elettrica mi farebbe comodo, potrei suonare con le cuffie. Avevo già pronto il nome. Braveheart. Bianchina & Braveheart, maschio e femmina, unione perfetta. Ma poi portarla in Italia sarebbe stato un casino, e allora niente, è rimasta là. Ma era bello anche solo guardarle, e osservare i pedali esposti in vetrina. E poi sono stata da HMV. Che magari come nome non vi dice niente, ma è il negozio da cui mi faccio venire i cd dei Muse se non mi va di aspettare l’uscita italiana. Mi sono distrutta i piedi pur di andarci. Ho comprato una calza per l’iPod e Ludwig, tanto per chiudere il cerchio. Ludwig è un magnifico film di Luchino Visconti su Ludwig II di Baviera, la cui figura mi interessa molto da qualche anno a questa parte. Lo cercavo da un paio di anni, ma in Italia non riuscivo a trovarlo. Ho dovuto fare duemila chilometri e spendere 25 sterline per averlo, ma ne vale la pena.

E così, il mio nuovo amore, la Scozia, si salda a quello antico, la Baviera, e il cerchio, appunto, si chiude. Lasciandomi sempre con la solita domanda: davvero sono nata del posto sbagliato? Davvero appartengo di più alle atmosfere ghiacciate e ai caldi pub della Baviera o ai palazzi fumosi e i cieli grigi della Scozia? Oppure sono solo sempre insoddisfatta del luogo dove vivo, e sono convinta che qualcosa cambierebbe se solo le condizioni al contorno fossero diverse, senza sapere che quel che mi lascia sempre scontenta in realtà me lo porto dentro?

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Che siccome che sto per partire…

…e mi preoccupo che possiate sentire la mia mancanza (immagino… :P ), vi lascio con qualcosa da leggere.
Giovedì scorso, prima della bella presentazione con Francesco Dimitri e David Frati, ho fatto anche un’intervista. Quella, assieme ad una recensione de I Dannati di Malva, la trovate qua. Vi ricordo poi che domani dovreste vedere il mio bel faccino in una pagina di Vanity Fair. Io, per parte mia, mi vedrò a 10000 metri d’altezza, mentre vado verso i lidi scozzesi.
A presto!

Intervista su Nanni Magazine
Recensione su Nanni Magazine

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