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30
settembre 2008

Ci stanno colonizzando. Sono ovunque. Qui siamo a livello di vero e proprio complotto planetario, ragazzi, altro che scie chimiche e alieni.
È cominciato a cinema, quando ho visto The Dark Knight, e…booom! Appare sullo schermo Richard Alpert, che per l’occasione si è trovato un secondo lavoro da, nientepopodimenoche, sindaco di Gotham City. Cioè.
Poco prima, avevo scoperto che Charles Widmore lavorava per la CIA negli anni ‘50, più o meno quando ci bazzicava Indiana Jones. Ero certa che gli USA in qualche modo sapessero dell’isola, ne ero certa!
C’è invece chi si è cercato un lavoro un po’ più tranquillo (più o meno); Dave, stanco di presentarsi in veste di fantasma ad Hurley (e poi ormai è stato soppiantato da svariati isolani cari estinti, da Charlie e Mr Eko), ha deciso di intraprendere una fruttuosa carriera come agente letterario di Hank Moody. Assistente appassionata di S&M a parte, considerando le fortuna letterarie del suo assistito, forse Dave stava meglio sull’isola.
Inquietanti interrogativi si aprono invece allo scoprire che il papà di Kate, che già inzuppava il pane con l’esercito, fa parte del Consorzio, e ha persino sparato a Gola Profonda. Ma la cosa più disturbante è che costui è pure morto prima della nascita di Kate!!! Secondo me c’entrano gli alieni…
Infine, ieri sera, ho avuto la certezza che proprio di complotto si tratta. Perché nella puntata 12 della seconda stagione di X-Files, subito prima di una scena densa in whispers nella miglior tradizione isolana, fa la sua apparizione John Locke. Che lavora per la polizia, ha un’amante che ha in grembo qualcosa come il demonio ed è in contatto telepatico con un pluriomicida. Quando uno dice il destino.
No, ragazzi, loro sono in mezzo a noi, ormai ne ho la certezza, e ci stanno colonizzando. O quanto meno stan colonizzando quel che resta dei miei neuroni.

29
settembre 2008

Ieri, appena tornata dalla Sardegna, non mi sentivo poi tanto bene. Così mi sono messa direttamente a letto. Dopo un po’ è venuto anche Giuliano, e ci siamo messi a vedere Ludwig (bellissimo film, per altro). Ed era già tutto perfetto. I primi freddi, il tramonto alle 18.00, persino l’odore dell’aria.
Mi sono alzata per mettere il polpettone in forno, dopo una mezzoretta sono andata a controllare la cottura.
Io: “Giu, a me pare fatto”
Giuliano: “Controlla dentro”
Io (armeggiando con forchetta e coltello): “Mi pare i sì, ma vieni a buttare un occhio anche tu”
Giuliano è arrivato, s’è messo a controllare il polpettone.
Giuliano: “No, dentro è ancora crudo”.
Poi si è fermato un attimo, e ci siamo guardati.
Io: “Che c’è?”
Giuliano: “No, è che…l’autunno, il fresco, io e te litighiamo sul grado di cottura del polpettone…è come a Monaco”.
Ed era vero. Come a Monaco. L’autunno che arriva presto, la poca luce, la casa piccola, i film visti a letto.
È buffo che sia successo proprio ora. Ora che in qualche modo da un po’ si riparla di Monaco. Che si pensa di farci un salto a dicembre, per vedere i mercatini e la neve, sperando ci sia. Ora che le cose si consolidano, o no, ora che si prendono decisioni, si fanno progetti.
Per una volta mi viene da ringraziare questa città, che mi ha dato tanto, davvero, e cui io tutto sommato do davvero poco in termini di affetto, di appartenenza: la ringrazio per questi giorni di un autunno perfetto, per questa breve e fallace illusione, che davvero, per una volta, per qualche giorno, Roma sia un posto mio.

26
settembre 2008

Finora ne ho parlato molto alle presentazioni, e pochissimo qua sopra. Non lo so perché. L’estate che mi ha annichilita, gli altri progetti che mi hanno impegnata…non lo so. Però, adesso che è qui, in tutto il suo splendore, non se ne può non parlare.
Trattasi de Le Creature del Mondo Emerso. Un libro illustrato basato su fatti, luoghi e personaggi delle Cronache che uscirà a novembre. Ai primi di novembre, nello specifico, stando alle ultime news. 150 pagine circa di illustrazioni, ça va sans dire, di Paolo Barbieri e di testi inediti miei.
Ve ne parlo ora perché stamattina mi è arrivato il pdf definitivo. E, vi giuro, sono in bilico tra l’esaltazione più pura e la commozione. Voi non avete idea della roba che c’è lì dentro, delle cose fantastiche che ci sono disegnate. Di come il Mondo Emerso ora sembri un posto vivo, vero, e Nihal, Sennar e tutti gli altri persona che da qualche parte posso incontrare. Man mano che sfogliavo le pagine ci sono letteralmente precipitata dentro, immersa nella storia come mi capita solo nei momenti di grazia, quando leggo qualcosa di fenomenale o scrivo qualcosa che sento molto. E ci sono cose che mi hanno esaltata, e altre che mi hanno commossa. Vi posso dire che in ogni pagina in cui c’era Ido mi sentivo un groppo in gola.
Spero che anche a voi farà lo stesso effetto. Per me, è un sogno trasformato in realtà, è la mia fantasia che prende vita, è il mondo in cui vivo da quasi otto anni che improvvisamente mi viene incontro, e non è più un posto solo mio; è una realtà che vive di vita propria, che ramifica nelle menti dei lettori, che si espande, che diventa reale.
E per farvi capire, qui sotto trovate un piccolo assaggio.
Intanto penso a quella notte che ormai neppure più ricordo, in cui per la prima volta Nihal si fece viva, e a quanto lontano ti portano i sogni.

© Arnoldo Mondadori Editore S.p.A. Illustrazione di Paolo Barbieri

© Arnoldo Mondadori Editore S.p.A. Illustrazione di Paolo Barbieri

26
settembre 2008

Oggi sto cercando di prepararmi psicologicamente al fine settimana: nulla di che, una presentazione come al solito, ma ho fatto una scelta un po’ sciagurata, ma obbligata. Parto per Olbia stasera alle 21.50, per poi andare a Sassari. Sento che prima della mezzanotte non vedrò l’albergo, sob…Il fatto è che Giuliano deve lavorare, e quindi partire sul tardi era necessario. Ma vabbeh. Questo solo per giustificare la lunghezza ridotta del post.
Ma, per fortuna, ho l’argomento adatto ad essere trattato in poche, pregnanti righe. Qualche mese fa mi arrivò una mail. La proposta che mi si faceva era intrigante e interessante: scrivere la definizione per una parola che mi fosse molto cara. Il progetto si chiamava Dizionario Affettivo della Lingua Italiana e conteneva le definizioni date da svariati altri scrittori.
Confesso di essermi dovuta spremere un po’ le meningi. L’innamoramento più acuto per una parola che io riesca a ricordare è quello per because. All’epoca non conoscevo ancora l’inglese, tranne il ristretto novero di parole che mi servivano per capire le canzoni dei Nirvana. E because mi piaceva tantissimo, per quel suono tondo e vagamente aspirato.
Insomma, mi sono spremuta, e alla fine ho trovato una parola italiana che mi piace. E ho scritto la mia definizione.
Orbene, adesso il Dizionario Affettivo della Lingua Italiana è un libro che proprio ieri mi è arrivato a casa. Lo trovo a dir poco delizioso; centinaia di voci che provano ad indagare quel rapporto un po’ feticista che lo scrittore instaura con le parole. Ed è incredibile quanto intimo sia questo rapporto, e quanto dunque spudorate e rivelatrici siano le definizioni. Insomma, io mi sento di consigliarvi questo libro, e lo faccio senza tema di essere considerata di parte, perché il pezzetto che ho scritto io è davvero infinitesimale.
Per altro, le parole sono gli strumenti del lavoro di uno scrittore, ma appartengono a tutti; per questo, il dizionario si allarga, e al link che vi ho segnalato potete inserire anche voi una voce, una parola che vi stia particolarmente a cuore.
Per il resto, vi ricordo le coordinate per l’incontro di domani: ore 18.00, Giardini della Facoltà di Lingue, Sassari. Per chi è interessato, vi aspetto!

P.S.
Un sacco di auguri al mio babbo per il suo compleanno :)

25
settembre 2008

Continuo ad essere una telefilm-dipendente. Ormai in tv guardo praticamente solo quello. Persino i film sono stati soppiantati, quelli praticamente li vedo solo a cinema.
E datosi che Lost non farà la sua ricomparsa da queste parti prima di febbraio del prossimo anno, sono in crisi d’astinenza da dipendenza, se mi passate il gioco di parole. E allora cerco qualcos’altro di cui appassionarmi, dedicandoci sostanzialmente la sera assieme a Giuliano e il pomeriggio dopo pranzo, come cuscinetto tra una sessione di studio e l’altra (-7 all’esame, damn…).
Ho cominciato col rivedermi tutti i film di Montalbano. Sono un’appassionata di Camilleri, quest’estate non ho praticamente letto altro, e adesso sono alle prese con un Meridiano dedicato tutto ai suoi libri storici. E la trasposizione televisiva di Montalbano mi piace un sacco: son film diversi dal libro ma che non ne tradiscono lo spirito. Insomma, come ogni buona riduzione dovrebbe essere. E sono piacevoli. Però sono pochi. Quattordici, al momento. Indi per cui, rivistili tutti, mi sono spostata su altri lidi.
Sono due giorni che mi vedo Californication. Ne parlavano tutti bene, mi son detta perché no. Poi il protagonista è uno scrittore, e siccome non so se è più mitizzata la figura dello scienziato o quella dello scrittore, mi sono detta “guardiamo un po’ come ci dipinge la tv”. Devo dire che sono un po’ perplessa. Nel senso, le prime due puntate mi hanno abbastanza divertita, ma mi sfugge il punto. Cioè, di cosa sta parlando la serie? Di Hank Moody e della sua vita, diciamo così, complicata. Uhm. E basta? Non lo so. Certo l’inizio della prima puntata è folgorante, e per altro perfetto per descrivere serie e protagonista, ma…boh, non lo so, non è scattato il feeling. Innanzitutto queste figure sbracate di scrittori maledetti dediti a tutti i vizi di ’sta terra, disperatamente alla ricerca di se stessi mi fanno sempre porre domande oziose: ma io, che sostanzialmente non bevo e non fumo, ho una famiglia normale, e mi cerco, per carità di dio, mi cerco eccome, ma senza darmi pose da donna maledetta, son meno scrittrice? La mia vita da travet della parola scritta (scrivere un tot di ore al giorno, un tot di pagine all’ora, e non per timbrare il cartellino, ma perché sennò la mia creatività non funge) è troppo noiosa per poter essere raccontata? Mi sa di sì. E poi, il dilemma primo: ma davvero esistono in real life uomini che non possono fare mezzo passo senza una figa da paura che serve loro la sua virtù su un piatto d’argento? E Los Angeles è la città a più alta densità di gnocche da copertina, visto che il Nostro infiocina solo figoni clamorosi?
Vabbeh, attenderò gli sviluppi delle prossime 10 puntate.
Invece grandissime soddisfazioni mi dà la sera X-Files. Ragazzi, una scoperta. Cioè, lo so che sono in ritardo di quattordici anni, che le orride giacche con le spalline che indossa Mulder e i raccapriccianti pantaloni a vita alta di Scully andavano di moda un’era fa, ma all’epoca me lo persi, per cui, perché non recuperare? Avevamo il primo dvd della prima stagione, ce ne siamo appassionati, e adesso stiamo seguendo la seconda.
Io non lo so esattamente perché mi stia appassionando così tanto. Per la stessa ragione per cui appassionò un sacco di persone all’epoca, suppongo. Sì, ma quali? I complotti e questa roba in real life mi attirano, ma perché mi fanno fare quattro risate. E gli alieni…devo anche dirvi cosa penso degli alieni? Allora sarà la legge del contrappasso, non lo so. O forse perché X-files è dannatamente pop. Pop nell’anima, nel profondo. Tanto è vero che pesca a piene mani nel sottobosco delle teorie del complotto, nelle leggende metropolitane, tutto ciò che è sottocultura popolare, e ci costruisce intorno una mitologia credibile. Ci dà insomma quel che tutti vogliamo: un piano superiore, per quanto malvagio e aberrante, del quale tutti facciamo parte. Mette ordine nel cosmo, un ordine oscuro, che i Nostri debbono spezzare, ma pur sempre un ordine, che non è quello che cerchiamo da sempre? Fa leva sul nostro istintivo desiderio di credere, appunto. In cose assurde, inspiegabili, superiori a noi. Gioca col nostro terribile desiderio di non essere soli.
E poi funziona. Funzionano loro due assieme, funziona il plot complessivo, funziona la sceneggiatura, in certe puntate funziona persino la regia. L’unico problema è che la qualità è un po’ altalenante. Nella prima stagione per me era diventata una regola matematica: ad una puntata che mi intrippava seguiva una che mi lasciava indifferente. La seconda è più tesa, con un attacco fantastico. Finora mi son piaciute praticamente tutte.
Ecco, quando vedo roba del genere, e il modo in cui è in grado di coinvolgermi e appassionarmi, mi rendo conto di quanto io sia scrittrice di genere nel profondo. È quello il mondo da cui vengo, il mondo della cultura popolare, della cultura dal basso, di chi rivendica il diritto a divertirsi quando legge, quando vede un film, persino quando si informa. E questo non significa che di me non faccia parte anche la “cultura alta”, che pratico con piacere, che in ogni caso mi ha formata. Ma quella che faccio io, quella che voglio fare, è cultura pop. Una cultura che viene sì dal basso, ma si può anche permettere ambizioni “alte”, che non rinuncia a cercare di dire qualcosa, ma che lo fa toccando certe corde, magari anche vili, viscerali, profonde, perché sa che se tocca quelle arriva. E arrivare è sempre l’obiettivo, di chiunque si esprima creativamente.

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