Ho raccattato un collegamento internet nel mio albergo a Mosca.
Non che qui sia così terribilmente diverso, o strano, o alieno. Ma è Russia, e allora mi sento lontanissima da casa, e in mezzo ad un’avventura. Poi ci si mette un po’ il cirillico; nel viaggio in macchina ho passato il tempo cercando di traslitterare in italiano. Ma continuo a non capirci niente.
Il viaggio non è stato così terribile, a parte per un po’ di mal di testa e mal d’orecchie. Le tre ore sono passate, ho risposto alle mail fino al 5 luglio, ho studiato. Hanno anche passato un film. E a me è sembrato di andare lontanissimo, in un altro mondo.
Dalla scrivania, penso a quante cose sono passate da queste parti, dagli zar, alla rivoluzione russa, alla guerra fredda. E penso a questa corrente sotterranea della storia, fatta di sangue e sudore, di morte e vita, che scorre in Europa, secolo dopo secolo, impregnando pietre e strade. E tutti noi ci siamo dentro.
Adesso esco e vado a Piazza Rossa, nel più becero stereotipo del genere. Mi consumerò le suole col naso all’insù, a guardare questo posto come guardo tutti i luoghi che non conosco: in incognito, come un fantasma, lasciandomi solo trasportare dalle emozioni e dalle sensazioni, fallaci o veritiere che siano.