Archivi del giorno: 11 settembre 2008

Fiori d’arancio

Sabato si sposano due mie cari amici. È un po’ che non vado ad un matrimonio. Escludendo il mio, l’ultimo è stato quello di una cugina di Giuliano.
I matrimoni mi sono sempre piaciuti molto; non so, l’eccitazione del dover comprare il vestito, la cerimonia, l’incontro con parenti che magari non vedi da un po’…Stavolta è particolare. Perché alle persone che si sposano voglio davvero parecchio bene, e questo aggiunge un bel surplus.
È tutta la settimana che sono piacevolmente agitata. Penso a quel che mi metterò, programmo il trucco, stabilisco gli accessori. Stasera ci sarà l’addio al nubilato.
Soprattutto, ricordo il mio di matrimonio. È un po’ come allora. Il matrimonio di un amico è un rito collettivo, in cui tutti si sentono in qualche modo partecipi. Fai parte della cerchia ristretta, e allora prepari, e ti senti perfino un po’ agitato. Come quando ti sei sposato.
Più passa il tempo, più i ricordi di quel giorno si fanno confusi. È che praticamente il lunedì prima caddi preda di un vero e genuino panico. Le scelte mi hanno sempre fatto paura, quelle che sono “per sempre” mi terrorizzano. Così, iniziai a muovermi in uno stato catatonico, in cui l’unica cosa davvero concreta era la paura. E l’agitazione, ovviamente.
La cosa che ricordo meglio è l’addio al nubilato. Una serata tranquilla al ristorante africano, passata a spettegolare e tirare fuori gli scheletri dall’armadio. E adesso penso che stasera sarò dall’altra parte della barricata, e mi fa strano.
A volte ho l’impressione che la vita sia un percorso obbligato, in cui si superano un certo numero di tappe. Sei in fila e aspetti il tuo turno. Il giorno in cui ti sposerai, il giorno in cui farai un figlio, e così via, fino all’ultimo respiro. Un ciclo arcano e sempre identico a se stesso che si ripete da secoli. L’ho capito il giorno in cui mi sono sposata. Sono salita sull’otto volante e ho iniziato la mia corsa. Ho capito che adesso toccava a me, che ero adulta, che adesso il mondo, per qualche anno, sarebbe stato anche nelle mie mani.
E in questo percorso obbligato c’è al tempo stesso qualcosa di bellissimo e qualcosa di terribile. È la bellezza della vita, che si esprime soprattutto nella sua assoluta semplicità, nella sua più cristallina purezza. Due persone che semplicemente si amano, e semplicemente decidono di trascorrere tutta la vita insieme, e semplicemente fanno uno, due, dio sa quanti figli. A volte me ne sento commossa.
E la cosa terribile è il senso. Il senso di questo nostro pellegrinaggio che ci conduce dalla culla attraverso tutte le tappe del vivere fino alla tomba. Come se fossimo trasportati dalla corrente, e non sapessimo dove davvero stiamo andando. Come se facessimo tutto quel che facciamo perché la vita ce lo impone, perché è così, e lo si deve accettare. E poi? Dove finiscono tutti i giorni che abbiamo vissuto, tutte le gioie e i dolori, i pensieri belli e quelli inutili? Che significato ha avuto questo pellegrinare di tappa in tappa, portando sulla schiena fardelli e dolci pesi?
E tutto questo per un matrimonio. O forse sono com Montalbano, che invecchia male, e io invece sto crescendo male, incapace di accettare il tempo, la morte, il dolore. Non lo so.
So che stasera sono contenta di farmi questa birra tra donne, e che sono eccitata per sabato. Il resto forse è davvero inutile.

P.S.
Ricordo che per chi vuole stasera potete incontrarmi alla Libreria Feltrinelli di Viale Marconi, alle ore 18.00, per una presentazione che vedrà coinvolti me, Francesco Dimitri e David Frati.

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