Il matrimonio è un rito collettivo. Altrimenti basterebbe fare come gli americani: alla chetichella in una cappella kitsch a Los Angeles, col prete vestito da Elvis e la vecchina che suona l’harmonium a fare da pubblico.
No, quel sì lo devi dire davanti agli amici e ai parenti, lo vuoi far sentire a tutti, anche se convivi da dieci anni e quella persona che hai accanto l’hai scelta per sempre parecchi anni prima.
E se questo è vero, quando si sposa un amico con lui si sposano tutti quelli che gli vogliono bene. Per me, almeno, sabato è stato così.
Sono arrivata in chiesa con mezz’ora d’anticipo; c’eravamo solo io, Giuliano, il celebrante e la fioraia. Ho iniziato a commuovermi quando ho aperto il libretto della messa e ho letto “Io C. accolgo te M. come mia legittima sposa”.
Guardare lo sposo agitato perso, rigido che manco uno stoccafisso e col classico sorriso da paresi facciale che hanno tutti gli sposi prima del sì fatidico, vedere lei entrare, raggiante ed emozionata, vederli prendersi per mano per andare in contro all’enormità di questa scelta assieme, sono cose che mi hanno fatto sciogliere dentro.
L’orgoglio di essere loro amica, i ricordi che abbiamo in comune, e quelli che costruiremo da oggi in avanti, sono tutte cose che mi gonfiavano la gola di commozione.
Ho ripensato al 14 aprile del 2007, a come mi sentivo, e a come devono essersi sentiti tutti i miei amici. Ho pensato che cresciamo, che cambiamo, che io lo so qual’è la prossima tappa, la tappa che a volte la notte sogno.
Ho stretto la mano di Giuliano e siamo stati così per tutto il tempo della cerimonia. E ho fatto una marea di foto, pensando che non sono più l’unica signora del gruppo, e la cosa un po’ mi rallegrava un po’ mi faceva strano, dopo che per un anno e mezzo sono stata l’unica a portare la fede.
E adesso, a novembre si sposa Ninna, e dio solo sa quanto sarà agitata. Sono già entrata in fibrillazione. Le scarpe da comprare, un nuovo cappello, il regalo.
Essere adulti non è poi così male, mi dico. Da bambina la cosa mi terrorizzava, e pensavo che non volevo crescere. E invece se si resta piccoli dentro, come lo siamo rimasti noi, se c’è ancora un angolino del cuore in cui si coltivano i sogni dell’infanzia, dell’età adulta si riesce a prendere solo il meglio.
Così, ieri, un po’ guardavo le foto del mio matrimonio, un po’ guardavo quelle del matrimonio di C&M, e pensavo a quante cose belle mi son successe da quando, a tredici anni, pensavo che la tristezza che mi sentivo dentro fosse solo il mondo adulto che batteva alla porta e chiedeva il suo prezzo.