Archivi del giorno: 22 settembre 2008

Recupero

Sono una stordita, per cui questa notizia ve la do con appena due mesi e mezzo di ritardo; il sito La Zona Morta mi ha intervistata a Luglio, e io ho visto l’intervista solo adesso. Beh, dai, meglio tardi che mai, diciamo così.
Se volete recuperarla assieme a me, eccola.

Intervista per La Zona Morta

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The Edimburgh Chronicles


Mi sono innamorata
Proprio come un colpo di fulmine. Non so esattamente quando è capitato, se è stato quando ho fatto il primo giro in autobus dall’aeroporto alla guest house, o quando ho passeggiato la prima mattina tra le guest house e l’osservatorio. Fatto sta che Edimburgo mi ha colpita al cuore. C’è qualcosa nel grigio fumoso dei suoi palazzi, nel rosso stanco delle colline d’ardesia, nei tetti appuntiti o nei bow arc delle case che me l’ha resa indimenticabile, splendida. Perché ha un’aria particolare, un’aria che non ho trovato in nessun’altra città europea che ho visitato finora, perché ha carattere, perché ha una sua individualità, e la mantiene dal centro fino alla periferia, dall’osservatorio a St Giles, dalle villette a schiera più moderne ai palazzi antichi della old town.
E se ci ripenso adesso che sono a casa, in questa mattina in cui non sento il freddo pungente e umido della scozia, non so nemmeno dire chiaramente cosa mi sia piaciuto così tanto. Forse l’aria di pace che spirava da quelle villette, o forse quell’aria fumosa e vissuta, o ancora la rupe del castello, così dannatamente fantasy, così profondamente medievale. Ecco, è una città in qualche modo fantasy, stretta tra il verde dei prati e il bianco del cielo nuvoloso. Una città dove mi piacerebbe vivere, dove mi piacerebbe tornare.


Haggis mon amour
Quando ti dicono come è fatto l’haggis, ovviamente ti passa ogni voglia di assaggiarlo. Ma quando viaggio devo assaporare i luoghi in cui vado, lasciare che mi riempiano la bocca. Così, alla cena sociale, ho assaggiato l’haggis. Ed è buonissimo. Non pensate alla povera pecora che ha fornito stomaco, cuore, fegato e polmoni. Pensate solo al sapore pastoso e cremoso, che vi riempie la bocca.
E poi la cranachan, un vero attentato alla mia linea, fatta di panna, miele, whisky, farina d’avena e frutti di bosco. O le shortcakes, che mi tentavano ad ogni pranzo in osservatorio, dolcissime, cioccolatose, caramellose. E i fudge, che mi sono portata anche a casa, che ho mangiato in mezzo alla strada in Princes Street, comprati ad una bancarella, mentre dal castello il cannone sparava il colpo dell’una. A chi ha letto Harry Potter in inglese il nome dovrebbe dire qualcosa; Fudge è il nome originale di Caramell. E i fudge sono queste specie di caramelle mou, che non sono esattamente mou, perché appiccicano molto di meno in bocca, e sono buonissime. Additive, per usare un inglesismo. Ieri ne avrei finito l’intera scatola che ho portato qua.


St. Giles e il suo organo
Ci sono passata venerdì sera, stanchissima e tormentata da una specie di tendinite al tendine d’Achille. Ho macinato chilometri e chilometri in questi giorni. E insomma, è bella. Gotica. Niente però di particolarmente diverso da una qualsiasi altra chiesa del periodo che ho avuto modo di vedere in Germania. Poi, però, di lato ho visto lui. Un organo. Non particolarmente grande. Ma bellissimo. Con un omino che si esercitava a suonarci qualcosa. E allora si è trasfigurato tutto; la chiesa, le vetrate, l’aria. La fuga di colonne era una gabbia, che teneva intrappolata una bestia splendida e terribile, quell’organo che vibrava ovattato, il ruggito appena trattenuto dei bassi che vibravano nel pavimento, salendomi dai piedi al cuore. L’organo era un animale accucciato pronto al balzo, una fiera alla catena, pronta a far vibrare l’aria del suo suono possente, stordente, solenne.
Gli sono andata sotto, come il domatore che infila la testa nella bocca del leone, ne ho accarezzato il mantice, polmoni possenti, ho cercato di indovinare da quale canna uscisse il suono. E poi mi sono seduta ad ascoltare, immaginando la fuga delle note in quello spazio vuoto e solenne.


I souvenir più strani del mondo
Forse non so fare la turista, o forse la faccio in un modo tutto mio, non lo so. Ma fatto sta che più che vedere monumenti e comprare prodotti locali mi piace consumarmi le suole sulle strade, farmi un giro in autobus o entrare nei negozi che vendono roba usata. Così finisco per comprare souvenir strani. Sì, ok, lo confesso, sono tornata coi miei due chili di tartan; una mantella, molto simile al poncho cileno che uso d’inverno, solo, appunto, in tartan, e avrei voluto anche uno di quei baschi che usano loro, quelli col pon pon in cima. Ma ho anche comprato il Sun, avete presente? Quel giornale stile eva tremila, ma quotidiano, che usa da quelle parti. Dentro c’è anche il supplemento televisivo, che già mi sta dando le prime soddisfazioni, con titoli tutti urlati e trame allucinanti (lui sta per morire, allora sposa lei con gli ultimi respiri, e spira dopo il sì; nemmeno le mie trame arrivano a tanto). E poi una maglietta dei Muse, perché non potevo andare nel regno unito senza comprare qualcosa, una cosa qualunque dei Muse. E poi le tasche piene di nichelini e monetine varie, di tutte le fogge. E un pacchetto di preservativi, McCondom, che a me e Giuliano facevano troppo ridere, che dietro, dopo tutte le istruzioni su come usarli, sul sesso sicuro e roba così, hanno scritto “Above all…have fun!” e l’ho trovata una cosa carina e dolce.


Music everywhere
Chitarre ovunque. Ma davvero. Innanzitutto nei negozi di musica, ma non solo. È pieno di mercatini dell’usato che vendono di tutto, anche chitarre. Ce n’erano di elettriche per 50 sterline, che non è tantissimo. Sono stata terribilmente tentata. Lo so, Bianchina è ancora incazzata perché per un mese l’ho presa in mano sì e no una volta a settimana, ma è stata un’estate strana, di letargo. E poi un’elettrica mi farebbe comodo, potrei suonare con le cuffie. Avevo già pronto il nome. Braveheart. Bianchina & Braveheart, maschio e femmina, unione perfetta. Ma poi portarla in Italia sarebbe stato un casino, e allora niente, è rimasta là. Ma era bello anche solo guardarle, e osservare i pedali esposti in vetrina. E poi sono stata da HMV. Che magari come nome non vi dice niente, ma è il negozio da cui mi faccio venire i cd dei Muse se non mi va di aspettare l’uscita italiana. Mi sono distrutta i piedi pur di andarci. Ho comprato una calza per l’iPod e Ludwig, tanto per chiudere il cerchio. Ludwig è un magnifico film di Luchino Visconti su Ludwig II di Baviera, la cui figura mi interessa molto da qualche anno a questa parte. Lo cercavo da un paio di anni, ma in Italia non riuscivo a trovarlo. Ho dovuto fare duemila chilometri e spendere 25 sterline per averlo, ma ne vale la pena.

E così, il mio nuovo amore, la Scozia, si salda a quello antico, la Baviera, e il cerchio, appunto, si chiude. Lasciandomi sempre con la solita domanda: davvero sono nata del posto sbagliato? Davvero appartengo di più alle atmosfere ghiacciate e ai caldi pub della Baviera o ai palazzi fumosi e i cieli grigi della Scozia? Oppure sono solo sempre insoddisfatta del luogo dove vivo, e sono convinta che qualcosa cambierebbe se solo le condizioni al contorno fossero diverse, senza sapere che quel che mi lascia sempre scontenta in realtà me lo porto dentro?

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