Cose fighe della Scozia
Gli autobus a due piani. Quando vai al piano di sopra puoi metterti in prima fila, e vedere la città che ti viene incontro. Non dico che fa lo stesso effetto dei magnifici tram di Monaco, ma quasi
I negozietti dei Pakistani, che stanno aperti fino a tardissimo, e vendono di tutto.
I negozi dell’usato. Bazar colmi di ogni cosa, con preferenza per quelle inutili; collane, orecchini, custodie per chitarre sfondate, registratori di cassa, e chitarre, un sacco di chitarre, da quelle messe bene a quelle che hanno passato un brutto quarto d’ora.
Quelle verandine che le case hanno in salotto, nelle case. Una specie di vetrina sul quartiere, un angolino perfetto dove scrivere.
I colori delle porte. Perché sarà pure tutto grigio fumo, eredità di decenni di industria che andava avanti a carbone, ma le porte sono di tutti i colori.
I distributori automatici di giornali e libri all’aeroporto. Cioè, immaginate i distributori automatici di snack. Solo che al posto degli snack ci sono riviste, libri, audiolibri e persino lettori mp3 con su precaricate puntate di show e roba simile. Ne voglio uno a casa
and the planes and trains
are to blame
for tempting us
to refrain
and to cut the chord
L’iPod, sull’aereo del ritorno, mi ha sparato questa canzone. Una canzone che resta vera, nonostante il mio recente desiderio di casa, di un po’ di riposo in un posto che possa sentire mio.
Perché ogni partenza è un’occasione di cambiare, di tagliare con tutto, di pensarsi diversa, in un altro luogo. Non ho ancora capito se il viaggio è una cosa che mi porto dentro, o se prima o poi il desiderio di stabilità avrà la meglio. Intanto continuo a consumarmi le sneakers sugli asfalti di mezza europa