Continuo ad essere una telefilm-dipendente. Ormai in tv guardo praticamente solo quello. Persino i film sono stati soppiantati, quelli praticamente li vedo solo a cinema.
E datosi che Lost non farà la sua ricomparsa da queste parti prima di febbraio del prossimo anno, sono in crisi d’astinenza da dipendenza, se mi passate il gioco di parole. E allora cerco qualcos’altro di cui appassionarmi, dedicandoci sostanzialmente la sera assieme a Giuliano e il pomeriggio dopo pranzo, come cuscinetto tra una sessione di studio e l’altra (-7 all’esame, damn…).
Ho cominciato col rivedermi tutti i film di Montalbano. Sono un’appassionata di Camilleri, quest’estate non ho praticamente letto altro, e adesso sono alle prese con un Meridiano dedicato tutto ai suoi libri storici. E la trasposizione televisiva di Montalbano mi piace un sacco: son film diversi dal libro ma che non ne tradiscono lo spirito. Insomma, come ogni buona riduzione dovrebbe essere. E sono piacevoli. Però sono pochi. Quattordici, al momento. Indi per cui, rivistili tutti, mi sono spostata su altri lidi.
Sono due giorni che mi vedo Californication. Ne parlavano tutti bene, mi son detta perché no. Poi il protagonista è uno scrittore, e siccome non so se è più mitizzata la figura dello scienziato o quella dello scrittore, mi sono detta “guardiamo un po’ come ci dipinge la tv”. Devo dire che sono un po’ perplessa. Nel senso, le prime due puntate mi hanno abbastanza divertita, ma mi sfugge il punto. Cioè, di cosa sta parlando la serie? Di Hank Moody e della sua vita, diciamo così, complicata. Uhm. E basta? Non lo so. Certo l’inizio della prima puntata è folgorante, e per altro perfetto per descrivere serie e protagonista, ma…boh, non lo so, non è scattato il feeling. Innanzitutto queste figure sbracate di scrittori maledetti dediti a tutti i vizi di ‘sta terra, disperatamente alla ricerca di se stessi mi fanno sempre porre domande oziose: ma io, che sostanzialmente non bevo e non fumo, ho una famiglia normale, e mi cerco, per carità di dio, mi cerco eccome, ma senza darmi pose da donna maledetta, son meno scrittrice? La mia vita da travet della parola scritta (scrivere un tot di ore al giorno, un tot di pagine all’ora, e non per timbrare il cartellino, ma perché sennò la mia creatività non funge) è troppo noiosa per poter essere raccontata? Mi sa di sì. E poi, il dilemma primo: ma davvero esistono in real life uomini che non possono fare mezzo passo senza una figa da paura che serve loro la sua virtù su un piatto d’argento? E Los Angeles è la città a più alta densità di gnocche da copertina, visto che il Nostro infiocina solo figoni clamorosi?
Vabbeh, attenderò gli sviluppi delle prossime 10 puntate.
Invece grandissime soddisfazioni mi dà la sera X-Files. Ragazzi, una scoperta. Cioè, lo so che sono in ritardo di quattordici anni, che le orride giacche con le spalline che indossa Mulder e i raccapriccianti pantaloni a vita alta di Scully andavano di moda un’era fa, ma all’epoca me lo persi, per cui, perché non recuperare? Avevamo il primo dvd della prima stagione, ce ne siamo appassionati, e adesso stiamo seguendo la seconda.
Io non lo so esattamente perché mi stia appassionando così tanto. Per la stessa ragione per cui appassionò un sacco di persone all’epoca, suppongo. Sì, ma quali? I complotti e questa roba in real life mi attirano, ma perché mi fanno fare quattro risate. E gli alieni…devo anche dirvi cosa penso degli alieni? Allora sarà la legge del contrappasso, non lo so. O forse perché X-files è dannatamente pop. Pop nell’anima, nel profondo. Tanto è vero che pesca a piene mani nel sottobosco delle teorie del complotto, nelle leggende metropolitane, tutto ciò che è sottocultura popolare, e ci costruisce intorno una mitologia credibile. Ci dà insomma quel che tutti vogliamo: un piano superiore, per quanto malvagio e aberrante, del quale tutti facciamo parte. Mette ordine nel cosmo, un ordine oscuro, che i Nostri debbono spezzare, ma pur sempre un ordine, che non è quello che cerchiamo da sempre? Fa leva sul nostro istintivo desiderio di credere, appunto. In cose assurde, inspiegabili, superiori a noi. Gioca col nostro terribile desiderio di non essere soli.
E poi funziona. Funzionano loro due assieme, funziona il plot complessivo, funziona la sceneggiatura, in certe puntate funziona persino la regia. L’unico problema è che la qualità è un po’ altalenante. Nella prima stagione per me era diventata una regola matematica: ad una puntata che mi intrippava seguiva una che mi lasciava indifferente. La seconda è più tesa, con un attacco fantastico. Finora mi son piaciute praticamente tutte.
Ecco, quando vedo roba del genere, e il modo in cui è in grado di coinvolgermi e appassionarmi, mi rendo conto di quanto io sia scrittrice di genere nel profondo. È quello il mondo da cui vengo, il mondo della cultura popolare, della cultura dal basso, di chi rivendica il diritto a divertirsi quando legge, quando vede un film, persino quando si informa. E questo non significa che di me non faccia parte anche la “cultura alta”, che pratico con piacere, che in ogni caso mi ha formata. Ma quella che faccio io, quella che voglio fare, è cultura pop. Una cultura che viene sì dal basso, ma si può anche permettere ambizioni “alte”, che non rinuncia a cercare di dire qualcosa, ma che lo fa toccando certe corde, magari anche vili, viscerali, profonde, perché sa che se tocca quelle arriva. E arrivare è sempre l’obiettivo, di chiunque si esprima creativamente.