Archivi del mese: settembre 2008

Questo paese

Su segnalazione di Sandrone (tanto il giro è sempre quello, e sempre quello rimane, nonostante facciamo post per cercare di allargare il cerchio)

Violenza delle forze dell’ordine su Rom e Sinti a Bussolengo

Tanto ormai l’andazzo l’abbiamo capito, no?
Se sei gay rischi la vita ad andare in giro col tuo compagno, se sei nero ti ammazzano di botte, se sei Rom meglio che scompari dalla faccia della terra. Questa è l’Italia più sicura che gli italiani hanno voluto. E ripeto gli italiani, perché fosse solo questione del colore del governo, qualcuno magari si indignerebbe, proverebbe a dire qualcosa. Macché. Intanto, sento tanti servizi in tv che mettono in evidenza come Abdoul sia morto durante una rissa, come a sottintendere che sotto sotto se l’è pure cercata, e che cazzo. Tralasciamo che Abdoul era pure italiano. Ma vabbeh.
Io a questo punto dico con forza che questo non è il mio paese, e che io a queste condizioni non voglio più dirmi italiana. Godetevela voi che l’avete voluta, questa bella Italia dei ragazzi ammazzati di botte in mezzo alla strada, dei cittadini di serie A e di quelli serie Z.

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L’estate sta finendo

Stamattina ho avuto freddo, nonostante sia passata al pigiama un po’ più pesante. E ieri sera non ho acceso il condizionatore in camera da letto.
Forse ce la stiamo facendo, forse questa estate infinita (per me, che se uno va a contare i mesi è durata esattamente quanto doveva durare) sta per finire. È stato il temporale di sabato, o forse la pioggia di ieri sera. Ma qualcosa lentamente si sta portando via il caldo, con mio sommo piacere.
Mi sembra di tornare alla vita; la mattina ho più energia, più voglia di fare, il mio corpo sta meglio, si sente pronto a cominciare un nuovo anno di lavoro. Perché in me non è mai scomparso l’imprinting della scuola; l’anno comincia a settembre, non a gennaio. E i mesi estivi sono un lungo limbo, nel quale mi muovo a stento, boccheggiando a priva di qualsiasi voglia di fare.
Probabilmente un post del genere lo faccio tutti gli anni, da quando è aperto questo blog. Ma per me la fine del caldo è un evento epocale, una specie di ritorno alla vita.
Domani vado ad Edimburgo; sei comode ore di volo per fare circa 2000 km. È che devo passare da Amsterdam. Comunque. Lì sarà davvero autunno spinto, con freddo, vento e pioggia. E mi piace. Ne ho bisogno.
Credo di avere la rete, per cui penso riusciremo a sentirci in qualche modo. Ad ogni buon conto, buona fine estate, e speriamo che continui con questo bel freschetto :P

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C&M oggi sposi

Il matrimonio è un rito collettivo. Altrimenti basterebbe fare come gli americani: alla chetichella in una cappella kitsch a Los Angeles, col prete vestito da Elvis e la vecchina che suona l’harmonium a fare da pubblico.
No, quel sì lo devi dire davanti agli amici e ai parenti, lo vuoi far sentire a tutti, anche se convivi da dieci anni e quella persona che hai accanto l’hai scelta per sempre parecchi anni prima.
E se questo è vero, quando si sposa un amico con lui si sposano tutti quelli che gli vogliono bene. Per me, almeno, sabato è stato così.
Sono arrivata in chiesa con mezz’ora d’anticipo; c’eravamo solo io, Giuliano, il celebrante e la fioraia. Ho iniziato a commuovermi quando ho aperto il libretto della messa e ho letto “Io C. accolgo te M. come mia legittima sposa”.
Guardare lo sposo agitato perso, rigido che manco uno stoccafisso e col classico sorriso da paresi facciale che hanno tutti gli sposi prima del sì fatidico, vedere lei entrare, raggiante ed emozionata, vederli prendersi per mano per andare in contro all’enormità di questa scelta assieme, sono cose che mi hanno fatto sciogliere dentro.
L’orgoglio di essere loro amica, i ricordi che abbiamo in comune, e quelli che costruiremo da oggi in avanti, sono tutte cose che mi gonfiavano la gola di commozione.
Ho ripensato al 14 aprile del 2007, a come mi sentivo, e a come devono essersi sentiti tutti i miei amici. Ho pensato che cresciamo, che cambiamo, che io lo so qual’è la prossima tappa, la tappa che a volte la notte sogno.
Ho stretto la mano di Giuliano e siamo stati così per tutto il tempo della cerimonia. E ho fatto una marea di foto, pensando che non sono più l’unica signora del gruppo, e la cosa un po’ mi rallegrava un po’ mi faceva strano, dopo che per un anno e mezzo sono stata l’unica a portare la fede.
E adesso, a novembre si sposa Ninna, e dio solo sa quanto sarà agitata. Sono già entrata in fibrillazione. Le scarpe da comprare, un nuovo cappello, il regalo.
Essere adulti non è poi così male, mi dico. Da bambina la cosa mi terrorizzava, e pensavo che non volevo crescere. E invece se si resta piccoli dentro, come lo siamo rimasti noi, se c’è ancora un angolino del cuore in cui si coltivano i sogni dell’infanzia, dell’età adulta si riesce a prendere solo il meglio.
Così, ieri, un po’ guardavo le foto del mio matrimonio, un po’ guardavo quelle del matrimonio di C&M, e pensavo a quante cose belle mi son successe da quando, a tredici anni, pensavo che la tristezza che mi sentivo dentro fosse solo il mondo adulto che batteva alla porta e chiedeva il suo prezzo.

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Premasticata

L’anno scorso, più o meno di questo periodo, ero a Cefalù per un congresso di astrofisica. Capitò che uno di noi congressisti di dette ad una notte brava. La mattina dopo aveva un aspetto orribile, che venne definito da un collega, con efficacissima metafora, “premasticato”.
Ecco, stamane mi sento premasticata. Non che ieri l’addio al nubilato sia stato devastante: è stato invece una serata piacevolissima, otto signorine e la signora qui presente in un locale a chiacchierare e a bere, con me che tiravo fuori le memorie sepolte del mio matrimonio.
Però ho fatto le due. Ed ero in giro dalle quattro e mezza per la presentazione alla Feltrinelli. Per cui mi sento a tocchi. Ho sognato che ero per lavoro a Pechino, e piangevo per telefono perché volevo tornare a casa. Credo sia un sogno significativo.
Comunque.
Stante il mio stato psicofisico odierno, lascio la parola ad altri. Sta per uscire in Francia il mio libro, e iniziano ad emergere un po’ di interviste che detti all’epoca del mio viaggio a Parigi. Ve ne linko una. Non so quanti di voi sappiano il francese, più tardi, se i miei neuroni decidono di tornare attivi, al massimo traduco.

Intervista per www.fantasy.fr

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Fiori d’arancio

Sabato si sposano due mie cari amici. È un po’ che non vado ad un matrimonio. Escludendo il mio, l’ultimo è stato quello di una cugina di Giuliano.
I matrimoni mi sono sempre piaciuti molto; non so, l’eccitazione del dover comprare il vestito, la cerimonia, l’incontro con parenti che magari non vedi da un po’…Stavolta è particolare. Perché alle persone che si sposano voglio davvero parecchio bene, e questo aggiunge un bel surplus.
È tutta la settimana che sono piacevolmente agitata. Penso a quel che mi metterò, programmo il trucco, stabilisco gli accessori. Stasera ci sarà l’addio al nubilato.
Soprattutto, ricordo il mio di matrimonio. È un po’ come allora. Il matrimonio di un amico è un rito collettivo, in cui tutti si sentono in qualche modo partecipi. Fai parte della cerchia ristretta, e allora prepari, e ti senti perfino un po’ agitato. Come quando ti sei sposato.
Più passa il tempo, più i ricordi di quel giorno si fanno confusi. È che praticamente il lunedì prima caddi preda di un vero e genuino panico. Le scelte mi hanno sempre fatto paura, quelle che sono “per sempre” mi terrorizzano. Così, iniziai a muovermi in uno stato catatonico, in cui l’unica cosa davvero concreta era la paura. E l’agitazione, ovviamente.
La cosa che ricordo meglio è l’addio al nubilato. Una serata tranquilla al ristorante africano, passata a spettegolare e tirare fuori gli scheletri dall’armadio. E adesso penso che stasera sarò dall’altra parte della barricata, e mi fa strano.
A volte ho l’impressione che la vita sia un percorso obbligato, in cui si superano un certo numero di tappe. Sei in fila e aspetti il tuo turno. Il giorno in cui ti sposerai, il giorno in cui farai un figlio, e così via, fino all’ultimo respiro. Un ciclo arcano e sempre identico a se stesso che si ripete da secoli. L’ho capito il giorno in cui mi sono sposata. Sono salita sull’otto volante e ho iniziato la mia corsa. Ho capito che adesso toccava a me, che ero adulta, che adesso il mondo, per qualche anno, sarebbe stato anche nelle mie mani.
E in questo percorso obbligato c’è al tempo stesso qualcosa di bellissimo e qualcosa di terribile. È la bellezza della vita, che si esprime soprattutto nella sua assoluta semplicità, nella sua più cristallina purezza. Due persone che semplicemente si amano, e semplicemente decidono di trascorrere tutta la vita insieme, e semplicemente fanno uno, due, dio sa quanti figli. A volte me ne sento commossa.
E la cosa terribile è il senso. Il senso di questo nostro pellegrinaggio che ci conduce dalla culla attraverso tutte le tappe del vivere fino alla tomba. Come se fossimo trasportati dalla corrente, e non sapessimo dove davvero stiamo andando. Come se facessimo tutto quel che facciamo perché la vita ce lo impone, perché è così, e lo si deve accettare. E poi? Dove finiscono tutti i giorni che abbiamo vissuto, tutte le gioie e i dolori, i pensieri belli e quelli inutili? Che significato ha avuto questo pellegrinare di tappa in tappa, portando sulla schiena fardelli e dolci pesi?
E tutto questo per un matrimonio. O forse sono com Montalbano, che invecchia male, e io invece sto crescendo male, incapace di accettare il tempo, la morte, il dolore. Non lo so.
So che stasera sono contenta di farmi questa birra tra donne, e che sono eccitata per sabato. Il resto forse è davvero inutile.

P.S.
Ricordo che per chi vuole stasera potete incontrarmi alla Libreria Feltrinelli di Viale Marconi, alle ore 18.00, per una presentazione che vedrà coinvolti me, Francesco Dimitri e David Frati.

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Tutto bene?

A quanto pare, non siamo morti. Oppure finire in un buco nero è una cosa più noiosa di quel che credessi.
Però, devo dire che preferisco questa pagina di Repubblica. Grazie a Sandrone per la strepitosa segnalazione.

P.S.
Abbiate pazienza, il link è un pochino lento

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No, viaggiare

Sento che con questo post mi attirerò una salva di vaffanculo, forse anche un po’ a ragione. Però per una volta voglio essere coraggiosa, va’. Allora, martedì parto e vado ad Edimburgo, per starci fino a domenica. Vi ricordo che fino a venerdì scorso ero a Mosca. Poi sabato 27 sono a Sassari. L’11 ottobre sarò a Cagliari, e poi, preparatevi, il 21 sarò a Vienna, il 22 a Norimberga, il 23 ad Hannover. Olé.
Ora. Viaggiare è una cosa splendida. Vedere nuovi posti, conoscere nuove culture, battere vie inesplorate e guardare negli occhi gente nuova. Considerate che inizio a pensare che sia ora di visitare qualche paese fuori dall’europa, per dire…Però anche stare a casa è bello. Voglio dire, farsi un weekend in casa, a poltrire e basta, cucinare per me e Giuliano, vedersi un film…Sono cose che quando le fai pensi che siano pallose, che i pensionati stanno davanti alla tv la domenica pomeriggio. Quando però non le fai ti mancano. Ti manca avere radici, un posto in cui rifugiarti ogni tanto, il tuo bozzolo caldo in cui ti senti protetto. Perché ogni volta che arrivi a casa, finisce che ci stai poco, e quel poco lo passi a pulire e a darle un aspetto decente.
Due cose iniziano a darmi fastidio: gli aeroporti e le valige.
A Mosca ho capito perché gli aeroporti siano non-luoghi. Entri, e non sei più in nessuno stato. Sì, ok, i cartelli a Mosca sono scritti in cirillico, a Roma in italiano, in Francia in francese. Ma quella è l’unica differenza. Per il resto sono tutti uguali. Le stesse facce, gli stessi orribili duty free, le stesse poltrone su cui consumi il tuo calvario. Sei nel limbo, né di qua né di là, e, come in tutti i limbi, aspetti. L’essenza dell’aeroporto è l’attesa. Consumi il libro che stai leggendo, anche se vorresti chiuderlo, che gli occhi ti cascano, ma meglio leggere che guardare il vuoto. Ti fai un giro per i negozi, compri riviste che nel mondo reale non degneresti manco di uno sguardo, guardi gli aerei. Per andare ad Edimburgo dovrò fare scalo ad Amsterdam. L’idea mi angoscia. Sono stanca di girare per aeroporti, sono stufa pure di prendere aerei. Voglio il teletrasporto.
E poi le valige. Odio farle, odio usarle. Perché sbaglio sempre. A Mantova ho dovuto comprare due top perché avevo portato solo cose calde per Mosca. Come fai a prevedere tutto quello che può tornarti utile? Come fai a sapere cosa avrai voglia di mettere? E poi sono disordinata, le stanze d’albergo in cui sto scivolano nell’entropia più totale dopo mezz’ora che ci sono entrara, e le valige sono dannate bocche sempre aperte, che vomitano mutande, calzini, camice. Se sto più di un tot uso gli armadi, che almeno mi danno l’illusione di essere a casa.
Intendiamoci. Se avessi fatto altro nella mia vita, se non avessi mai pubblicato e non fossi stato un astrofisico, e avessi passato tutti i weekend a casa, non sarei stata più contenta di così. Considero questi viaggi una splendida opportunità. Ma casa resta sempre casa, e mi manca sempre di più.

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Pensieri oziosi di un’oziosa

Ieri ho scoperto che un amico passava da roma leggendo il suo Facebook. Lo stesso amico, qualche ora dopo, mi ha chiamata chiedendomi com’era andata in Russia, e aggiungendo subito dopo “anche se in verità l’ho già letto sul blog”. Qualche giorno fa ho riflettuto che so sempre come sta e cosa fa Ninna perché leggo il suo blog. E questi sono solo pochi esempi: potrei dirvi della chiacchierata di ieri via chat di Facebook con un altro mio carissimo amico che non vedo da un po’, del modo in cui tramite il mio blog ho recuperato due vecchie amicizie, e via così.
Il virtuale ormai supera il reale. Ma non capisco se è un mezzo che facilita la comunicazione tra la gente, o se invece non è un modo per allontanare le persone, e dar loro solo l’illusione della comunicazione.
No, perché la frase del mio amico ieri significa sostanzialmente che un certo numero di estranei, tutti quelli che visitano il mio blog tolti amici e conoscenti, sa svariate cose di me, anche importanti, prima dei suddetti amici e conoscenti. E questa confidenza che mi permetto qua sopra col mio ignoto pubblico dà ad esso l’illusione di conoscermi. Così non si creano veri rapporti, ma illusioni di rapporti, e gli sconosciuti san di me più o meno quello che sanno i conoscenti.
Non so se mi sono spiegata, ieri sera ho fatto tardi e ho i neuroni in stand bye. Ma tutto questo fiorire di social network, blog et similia mi sembra ammazzino la comunicazione più che esaltarla. Perché quando tutti parlano, forse alla fin fine c’è poco da dire. Ma d’altronde io di questo blog ho necessità, perché la vita, se non la scrivo, non riesco a metterla a fuoco. Per cui, nulla, ecco a voi un altro post ozioso su argomenti oziosi :P

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Addendum

Lo so che ve lo sto dicendo con un po’ troppo ritardo, ma da adesso fino alle 14.00 potete ascoltare una mia intervista su Radio24. Cioè, tra adesso e le 14.00 la trasmetteranno, ma non so dirvi con esattezza quando.

P.S.
Per chi di voi ci riesce (io col Mac no, damn…), qui si può ascoltare la puntata di Tutti i Colori del Giallo cui ho partecipato, il 6 settembre. Vi dico solo che ospiti erano Anne Holt, Maj Sjowall, Hakan Nesser, Leif G. W. Persson, Gianrico Carofiglio, Scott Turow, Brian Selznick e…io. Per dirvi quanto mi sentivo a mio agio…

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Troppe cose

Gli ultimi quattro giorni sono stati un unico, ininterrotto delirio, durante il quale non ho praticamente avuto tempo per altro che non fossero viaggi, presentazioni e interviste. Così adesso mi ritrovo con un mare di cose da dire, e l’impossibilità fisica di raccontare tutto.
Come quella sera sulla Moscova, fermi ad un semaforo, si è affacciato un ragazzo russo da una limousine lunghissima, e ci ha offerto dello champagne. Lui parlava solo russo, noi solo italiano. Dovevano star festeggiando qualcosa, perché dentro si sentiva un casino colossale, e lui era abbastanza alticcio.

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Come le passeggiate al tramonto, quando Mosca diventa viola, e i palazzi iniziano ad accendersi e le strade sono piene di vita, e tutto sembra così elegante, sottile, antico e moderno.

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Come la mattinata al Cremlino, tra cattedrali e icone, quando all’improvviso, dentro una delle chiese, quattro cantanti hanno intonato un inno, e improvvisamente s’è fatto silenzio. E io ho pensato a tutte le preghiere del mondo, che alla fine sembrano somigliarsi tutte; inni di dolore di creature che vagano in un mondo che non capiscono, alla ricerca di un dio che sia un senso o che offra anche solo un istante di sollievo.

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Come il pomeriggio alla Fiera del Libro, piena da scoppiare, con tanta gente che mi ha chiesto un autografo. Dovevo farmi scrivere i nomi, perché ero terrorizzata di sbagliare la traslitterazione. E io, davvero, non avrei mai creduto che qualcuno potesse voler bene alle mie storie anche fuori dai confini patrii, e per di più in un posto che mi appare così lontano, così diverso. Ma c’era, invece, e mi sorrideva, di uno di quei rari sorrisi che ogni tanto i russi ti regalano, tra le loro facce chiuse e pensose.

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Come della vodka che mi son goduta l’ultima sera a Mosca, lentamente, sotto il getto di un condizionatore, pensa un po’. Vodka d’estate. Ed ero stanca, stanchissima, e lei scendeva giù consolante, ad addormentarmi gambe e braccia e a spegnermi nel torpore dell’alcool la stanchezza di una giornata lunghissima.

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Come i due giorni a Mantova, una girandola di eventi e facce. A rimbalzare come una palla per le vie di una città meravigliosa, stracolma di gente manco fosse un concerto rock, e invece era un festival sui libri. Incontri con persone note, con altre che hai conosciuto solo dai libri, il piacere di ritrovarsi, quello di conoscersi. E ancora tante firme, tanto affetto, tante domande. Ho inaugurato la Moleskine degli autografi; adesso ci stanno quelli di Brian Selznick, Francesco Gungui e Andrea Valente. Mi piace mettere su carta qualcosa che mi ricordi le persone che conosco, le esperienze che mi capitano.

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Così, sono tornata a roma con un bagaglio traboccante di esperienze. I ricordi della Russia, le immagini di Mantova, le persone e le cose. E così poche parole per poter raccontare tutto.
Per chi vuole farsi un’idea da solo, ecco qualche pillola delle mie presentazioni mantovane.
Ah, sul prossimo numero di Vanity Fair (o quello dopo, ancora non è sicuro) ci sarà una mia foto che mi hanno fatto a Mantova. Una foto che mi piace anche un sacco, devo dire. Se siete interessati…

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