La laurea di un mio amico, che stamane è diventato dottore in biologia, mi ha svuotata peggio che se l’esame lo avessi sostenuto io. Per cui, oggi mi limito a girarvi un po’ di notizie che mi stanno a cuore.
Innanzitutto, un link
Precari della ricerca in vendita
Il prezzo stracciato indica chiaramente quanto la nostra società, e di conseguenza lo stato, valuti importante la ricerca scientifica: per i più, diciamocelo, è una costosa perdita di tempo.
Ecco invece qui qualche storia che può far riflettere. L’argomento mi sta molto a cuore, ovviamente, in quanto moglie di un precario e precaria io stessa per svariati anni.
Sapete cosa vuol dire lavorare a progetti quinquennali, decennali, a ritmi di contratti da sei mesi? Vuol dire che non sai se sarai in grado di completare il tuo lavoro, vuol dire non sapere se sarai lì a guardare, a gioire, il giorno in cui il satellite su cui ha lavorato, ad esempio, finalmente inizierà a produrre dati.
Sapete cosa vuol dire andare avanti così per anni, e io ne conosco di gente che ha continuato così per anni? Vuol dire zero progettualità, vuol dire non farsi una vita, o farsela a proprio rischio e pericolo.
Vi spiego la situazione in breve; nelle due finanziarie precedenti a questa era prevista una norma che stabiliva che chiunque avesse lavorato con un contratto a tempo determinato per almeno tre anni, e avesse avuto accesso al proprio posto di lavoro con un concorso avrebbe potuto essere stabilizzato, ossia assunto, ossia avrebbe avuto il sospirato contratto a tempo indeterminato. Considerate che tra i beneficiari del provvedimento ci sono persone che hanno alle spalle dieci, venti anni di precariato, che sono passati attraverso le force caudine del co.co.co., che magari hanno anche fatto dei periodi di lavoro senza retribuzione, perché purtroppo anche questo succede. Stiamo parlando di persone che hanno sacrificato se stessi alla propria passione, una passione che per altro ha ampie ricadute sulla collettività, come potete leggere nell’articolo che vi ho linkato. Nell’ultima finanziaria la norma viene cancellata. Chi aspetta da anni la stabilizzazione ritorna alla situazione di partenza: un co.co.co. per un anno se è fortunato e ci sono soldi, sennò via, a casa. Dopo anni di sacrificio, anni in cui ci si è specializzati, si è diventati dei professionisti.
A tutti piace essere curati quando si sta male; a tutti piace che la medicina abbia progredito tanto da curare malattie per le quali un tempo si moriva, e probabilmente a tutti piace anche comprare l’azalea o il pacco di arance a sostegno della ricerca, a Natale. La carità ci fa stare tutti bene. Ma a nessuno piace che i soldi delle tasse vadano in ricerca, a nessuno piace parlare di scienza, di ricercatori che sono persone come noi, col legittimo desiderio di poter vivere del proprio lavoro, di farsi una famiglia.
Perché, certo, la norma la vara il governo, e contro il governo ora si manifesta, ma il problema è anche il singolo cittadino, che non ritiene la ricerca e lo sviluppo una priorità, che plaude al medico che lo cura dal cancro, ma poi dice ad un ricercatore qualsiasi “E per fare questo lavoro ti pagano anche?”.
Della scienza non frega niente a nessuno. La ricerca produce ricchezza a lungo termine, e adesso vogliamo tutto subito. E la conoscenza, la conoscenza è un lusso che non vogliamo permetterci. Nessuno si ricorda più che “fatti non foste a viver come bruti, ma per seguire virtute e canoscenza”.