Archivi del mese: ottobre 2008

Quanto vale questo paese

È scoppiato il caso. Saviano vuole andare via dall’Italia. E tutti giù a dire “ma non mollare”, “ma resta”, “ti siamo solidali”. E certo, noi col culo al caldo, noi che se ci gira di andare a cinema ci andiamo e basta, che Fede non ci accusa di speculare sulla scorta dopo che “ci siamo fatti tanti bei soldini” ci riesce molto facile promettere solidarietà e incitamento, per la serie armiamoci e andate. Evidentemente queste parole di Roberto Saviano ci sono entrate da un orecchio e uscite dall’altro, come tutto ciò che ci disturba, che non ci piace.
Quando le ho lette mi sono vergognata: di me, della mia vita, della mia ignavia e di quel che non ho fatto in questi ventisette anni di vita, uno in meno di Saviano. Perché Saviano mi stimola quell’invidia bella, sana, quell’invidia verso chi fa, agisce, mette a frutto il proprio talento, e mette in gioco tutto per la verità. Dice Dacia Maraini: “E’ una vergogna che uno scrittore venga minacciato solo perché scrive la verità”.
E andrò controcorrente, o forse non ho capito il succo della questione, ma io dico a Saviano vai, hai fatto tutto quanto era in tuo potere e anche di più, e nessuno di noi è in diritto di chiederti altri sacrifici solo perché siamo dei codardi. Non lo so, ma qualcuno qua si è mai fermato a pensare a cosa significa rinunciare a tutto a ventotto anni? No, perché io, forse perché ho i suoi anni, una vita e un miliardo di fottute possibilità davanti, così tante che a volta mi permetto persino il lusso di mandarle in fumo, me lo sono chiesto da subito, da quando Gomorra mi colpì al cuore due anni fa.
Gomorra è una staffetta che ci dovremmo passare, un testimone che dovrebbe circolare. È un grido d’aiuto che ci chiama all’azione. E non possiamo continuare a rispondere con un ipocrita “vai Roberto sei tutti noi”. No, proprio no.

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Lectures in Germany and Austria

Ok, I’m not really good at writing in english (or speaking, I must confess) but this time I really have to try.
Next week I’ll be in Austria and Germany; it will be a kind of tournée, three days for three different lectures in three different cities. I’ll be very pleased if you will come to meet me; you all know, I love Germany, so I’m very happy to come there for my books.
Here you can find all the details about these lectures: can’t wait to see you!

21st of October 2008
Vienna, Austria
6.00 pm
Fantasy Flagship, Börsegasse 6

22nd of October 2008
Nürnberg, Germany
7.00 pm
Ultra Comix, Vorderer Sterngasse 2

23rd of October 2008
Hannover, Germany
7.30 pm
Buchhandlung Leuenhagen & Paris, Lister Meile 39

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Concentrarsi e rilassarsi

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Musica maestro

Preda di un’assenza pressoché totale di voglia di fare una cosa qualsiasi, stamattina sono andata in giro per i blog che leggo quotidianamente. Mi sono data principalmente alla musica. Così. Ogni tanto ci vuole.
Sono incappata in soundsblog; a me piacciono un sacco i blog di quel canale lì, sono sempre pieni di un sacco di roba interessante. Così sono finita a guardarmi il nuovo video di Britney Spears. Ora. Quando venne fuori io avevo sui sedici anni, e lei mi ricordava molto una ragazza che insidiava il tipo che mi piaceva all’epoca (io almeno ero convinta che lo insidiasse, poi non so). Forse per questo non potevo sopportarla. O forse perché ero in quel lieto periodo, che tutti dobbiamo attraversare, nel quale si vuole essere “diversi” a tutti i costi, e per farlo ci si infila nel branco che più ci aggrada, e che nel mio caso era quello degli alternativi-rock-grunge, che era l’opposto dell’apparenza pop-caramellosa-lolitosa della Spears all’epoca.
Poi lei ha dato di testa, si è rapata, è ingrassata e ha mandato in malora tutto quel che aveva. E lì, appena ritornata umana, ha iniziato a farmi simpatia, tanto che ho seguito un po’ la sua risalita dagli inferi. Sapete quella citazione che sta in apertura di Per Chi Suona la Campana, questa qua
Nessun uomo è un’isola,
completo in se stesso
ogni uomo è un pezzo del continente
una parte del tutto. Una zolla
lavata via dal mare,
diminuisce l’Europa
come un intero monte perduto. Come mancasse
la casa dei tuoi amici
la tua stessa casa. La morte di qualsiasi uomo mi sminuisce,
perché io sono parte dell’umanità. E dunque non chiedere mai
per chi suona la campana:
essa suona per te

che io scrivevo ogni anno sul diario nuovo…un po’ ci credo. Quando ce la fa uno ce la facciamo un po’ tutti, quando crolla uno ne siamo un po’ tutti diminuiti. Ecco.
Per cui, insomma, stamattina ho sentito Womanizer. E ho premuto pausa verso la fine del primo minuto. Sono contenta per lei, sì, magari è tornata su migliorata, avrà capito delle cose circa la sua vita, ma in dieci anni il mio giudizio sulla musica che fa è sempre lo stesso: non fa per me.
Poi, tanto per rincarare la dose, ho sentito il nuovo singolo dei dARI. Niente contro di loro, ma Wale la trovo irritante oltre ogni dire. Questa nuova invece m’è passata da un orecchio all’altro indenne. È già un miglioramento sostanziale.
Per premiarmi, allora, alla fine sono andata a curiosare un po’ sul forum dei Muse, e ho trovato una cosa che al tempo stesso mi scalda il cuoricino e me lo congela: riuscirà mai la nostra eroina ad ascoltare Fury live? Nel frattempo, si accontenta del video di youtube.

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Sesso, casalinghe e serial killer

Un paio di sere fa ho finito di vedermi Californication. Ho avuto reazioni contrastanti, nei confronti di questo telefilm. Alla puntata otto ho gridato al capolavoro. Poi ho continuato più o meno a divertirmi, fino a quando sono arrivata alla season finale. E lì…mah. Sono rimasta altamente perplessa. Il finale è sempre una parte importante di una storia, e purtroppo questo qua getta ombra un po’ su tutto.
Californication si vanta di essere spregiudicato, amorale, esplicito. E lo è, per carità di dio. Sesso a fiumi, doppi sensi come se piovesse, e nessun desiderio di censura. Però, se vai a grattare, finisce per essere assai più moralistico di un telefilm a prima vista assai più innocuo come Desperate Housewives (sto rivedendo la prima stagione, un capolavoro). Per dire; in entrambi i telefilm abbiamo ad un certo punto un adulto vaccinato che tromba con un adolescente. In Desperate Housewives la cosa ci viene mostrata con una certa spensieratezza e un fantastico gusto per la battuta acida. Lo sceneggiatore non copre Gabrielle di riprovazione, perché è più che evidente che anche John c’ha messo del suo, che c’è una specie di parità nel rapporto, e che se anche Gabrielle illude John, lo fa come farebbe con un adulto; è semplicemente una donna che si vuole divertire.
Californication: apriti cielo. Da subito è evidente che Hank ha fatto una cosa terribile ad andare a letto con Mia, e infatti lui la evita in tutti i modi. Anche lo zio Charlie, quando viene a sapere della tresca, inorridisce. E non è che nel telefilm manchino altri comportamenti sessuali che la maggior parte della gente giudica immorali. Ma l’unica cosa che ad Hank non si fa passare è dieci minuti di sesso con una sedicenne.
C’è anche il carico da undici, e qui state attenti perché spoilero (e infatti il testo è in bianco): alla fine della fiera, veniamo anche a scoprire che Mia era vergine, povera santa, e quindi non era una ninfetta assatanata come gli autori c’han fatto credere per undici puntate. Così, tanto per salvare tutti.
In fin dei conti, sotto la patina laccata è assai più disturbante Desperate Husewives, che per altro presenta una critica della società americana (e della nostra, di conseguenza) assolutamente impietosa, che l’esplicito Californication, che sembra preoccupato di censurare sempre certi atteggiamenti, o giustificarli in qualche modo ricorrendo alle solite pippe “ho il trauma infantile e/o sto male”.
Quindi, alla fine della fiera, non so esattamente quanto mi sia piaciuto; ci sono cose geniali, il personaggio si fa amare, e il divertimento è assicurato. Ma il finale è fuori dalla grazia di dio, incoerente, e questa vena moralistica di fondo è un po’ fastidiosa. Sei e mezzo, via.
Ieri invece ho visto la prima puntata di Dexter. Wow. Cioè. Idea assolutamente fantastica, il personaggio sembra strepitoso. Oggi ho dato un occhio all’inizio della seconda puntata e la sigla è assolutamente geniale, ve la incollo qua sotto.
Insomma, tutto sommato sembra che la stagione telefilmica stia procedendo bene.
Ah, vi ricordo che domani e domenica sono a Cagliari per il Tuttestorie, se volete venire a vedermi io vi aspetto, ovviamente :)

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Doris Day maestra di vita

Mai come oggi mi appare evidente l’assoluta limitatezza del mezzo blog. Per cui avresti delle cose da dire, ma per una serie di motivi non le puoi dire.
Avevo scritto un post, ma poi ho pensato che se devi fare così l’omertoso è meglio non scrivere affatto. E l’ho cancellato. Di quel mare di parole resta solo un ricordo

Que sera, sera
whatever will be, will be
the future’s not ours to see
que sera, sera

In bocca al lupo a chi di dovere, e sappi che stanotte anche io non è che abbia proprio dormito benissimo :P

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Fammin e stelle

Mi sono appena accorta di una grave mancanza. Tutta presa dall’aggiornamento del sito (giuro, cercherò di mettere online gli altri disegni il prima possibile, ok?), mi sono dimenticata di condividere urbi et orbi quel che i fruitori della mailing list hanno già visto.
La faccio breve. Vi siete mai chiesti come sono fatti fammin? Questa annosa questione ha finalmente una risposta

© Arnoldo Mondadori Editore S.p.A. Illustrazione Paolo Barbieri

© Arnoldo Mondadori Editore S.p.A. Illustrazione Paolo Barbieri


Yes, tutto questo e molto altro in Creature del Mondo Emerso, da novembre in tutte le librerie (a volte penso che l’anima del commercio abbia un po’ corrotto la mia, di anima…).
Per il resto, studio. E mi faccio prendere dal panico ogni tanto. Ma soprattutto studio. Riscopro il piacere di studiare. Ho riempito un quaderno verde di appunti su tutto quello che ho imparato nel mio anno di specializzazione. Disegni, formule, definizioni, concetti. E mi rendo conto che l’astrofisica continua ad essere una cosa bellissima. Mi domandavo, ogni tanto, prima di tentare lo scritto, se il treno del dottorato non fosse tutto sommato passato, se fosse impossibile tornare indietro e ricominciare a studiare. No, in effetti no. Io appartengo ancora a quel mondo, a quel posto esteticamente sgraziato che è l’università, cui ho dedicato sudore e fatica, e anche qualche pianto (più d’uno, ahimé).
Non vorrei sbilanciarmi, ma forse ho fatto la scelta giusta.

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Segnalazioni

Oggi ho un sonno che mi si porta via, per cui mi limiterò a postarvi un po’ di link.
Il sito è ormai del tutto operativo; mi resta solo da aggiungere qualche nuovo disegno nella sezione Fan Arts, cosa che farò al più presto. Intanto, ho aggiunto una cosa: per chi non l’avesse ancora letto, è disponibile il racconto su Eddie the Head che ho scritto quest’estate per Rolling Stone. Lo trovate qua.
Vi segnalo anche un articolo di Wings of Magic sulla presentazione di domenica al Romics; ero a tocchi, ma mi sembra comunque che l’incontro sia stato interessante e, spero, divertente.
Infine, recensione de La Ragazza Drago corredata da intervista su Mangialibri. Direi che ne avete abbastanza per baloccarvi per la giornata di oggi.
Io, intanto, cerco di tornare abbastanza presente a me stessa per ricominciare a studiare. Ah, perché in effetti ho passato lo scritto dell’esame di dottorato.

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Italiani brava gente

Avrete sentito tutti la storia del cinese picchiato da quei ragazzini a Tor Bella Monaca, l’ultima di una serie di accadimenti sempre più squallidi. Ne parlavamo l’altra sera a cena, noi che da quelle parti ci abitiamo o ci abbiamo vissuto per ventitrè anni. Noi che i cinesi li abbiamo come vicini di casa, e andavamo a scuola con ragazzini come quelli.
Stamattina mi sono imbattuta in questo articolo. Tralasciando, per ora, le dichiarazioni aberranti dei vari politici, sono quasi d’accordo. Non c’è emergenza. Perché non è cosa di questi giorni lo stillicidio dell’odio per gli stranieri, per gli immigrati. Solo che adesso i giornali, improvvisamente, ne parlano. Perché la polizia ha picchiato il negro sbagliato: non il venditore ambulante, l’irregolare senza permesso di soggiorno, che il lusso della giustizia non può permetterselo, ma un ragazzo con le carte in regola, uno “inserito”, che non ha paura a denunciare, che ingenuamente in questo paese e in questo stato ancora ci crede, abbastanza per passare attraverso le forche caudine di un processo.
Ma non è una cosa recente. E se ci pensate, anche voi ricorderete qualche fatto, nel passato. Il compagno di classe che fa il saluto nazista davanti ad una svastica esibita durante uno spettacolo di classe sull’olocausto, un conoscente che mostra apprezzamento verso quelli che vanno a fare i raid contro i campi nomadi, o quella frase, ripetuta, un tempo sussurrata e ora esibita con orgoglio: “io non sono razzista, però…”. È che un tempo ci si vergognava ancora. Era ancora considerata una cosa tutto sommato disdicevole avercela coi neri, coi gialli, con gli stranieri. Adesso no. Adesso è cosa buona e giusta. Ed è tutta qua la differenza: che non ci vergogniamo più, che il razzismo ha una sua giustificazione sociale, che ormai siamo un popolo intero che non è razzista, però… Basta ascoltare qua: quelli che giustificano, quelli che “non sanno cos’è il razzismo” (non lo sai tu che cos’è il razzismo, “cinese di merda” mi pare un’ottima definizione), quelli che “gli immigrati sono privilegiati”. Io ricordo i cinesi che abitavano affianco casa mia, in venti in uno stanzone che era fabbrica e casa, a lavorare quindici ore al giorno tutti i giorni, domeniche comprese. Bei privilegi davvero.
Ma la gente parla, la gente dice ciò che pensa perché si sente autorizzata dal luminoso esempio dei nostri politici.
Maroni: “Non penso che in Italia ci sia un’emergenza razzismo. Ci sono episodi che vanno colpiti e che saranno colpiti come ci sono delle montature, ad esempio il caso della donna somala, che vanno colpiti allo stesso modo”.
E insiste anche Gasparri: “Fa bene ad esempio il Viminale a reagire alla somala che probabilmente mente attaccando la polizia. Tra la sua parola e quella degli agenti non ho dubbio a credere alla seconda”
Ci dicano Maroni e Gasparri perché la somala ha mentito. Ci forniscano le prove. Perché non è che non ci credo, eh? È possibile. Come è possibile un po’ tutto al mondo, ma se si accusa una persona di mentire, un’accusa, lo ammetterete, infamante, si dovrebbero produrre delle prove che vadano oltre il “di principio ha ragione la polizia”, un atteggiamento molto, ma molto fascista. Io, ad esempio, sto con le vittime. Perché, del resto, la polizia è al nostro servizio, o sbaglio? La polizia è pagata per proteggerci, o sbaglio? E proprio per questo, quando c’è il sospetto che non adempia a questo compito, per il bene dello stato e della democrazia andrebbero aperte indagini serie, andrebbe capito chi e se ha sbagliato, invece di insabbiare perché il solo fatto di portare una divisa automaticamente fa di te “un buono”, e se picchi qualcuno, beh, se l’è cercata.
Ma Gasparri va oltre, dicendo una cosa che davvero mi gela il sangue nelle vene: “Prima di alimentare campagne strumentali sul razzismo – sostiene – ci si ricordi della lunga serie di violenze subite da italiani da parte di stranieri.”.
Beh, ha ragione. Non si parla mai di violenze degli stranieri su italiani. Nessuno ha fatto titoloni clamorosi per la morte di Giovanna Reggiani , assolutamente, è una cosa passata sotto silenzio. Qui ho trovato un esempio di questo colpevole silenzio.
I giornali non si dimenticano mai di indicare la nazionalità, quando viene commesso un crimine: rumeno stupra, camerunense ammazza, e così via. E ogni volta tutti a tuonare, Gasparri e i suoi a invocare giustizia, morte e sangue. Poi succede una cosa come questa: un italiano uccide una bambina polacca di cinque anni.
Io non ricordo nessuno che si sia indignato. Nessuno che abbia fatto una cazzo di marcia di protesta o di solidarietà, niente.
Siamo un paese razzista. Punto. È un evidente dato di fatto. E lo siamo da un sacco di tempo. E lo siamo a tutti i livelli. Lo è il governo, lo è la gente, dal laureato allo studente di terza media.
Cominciamo a tirare giù la maschera e a presentarci per quello che siamo, a dire chiaro a tutti che i cinesi ci stanno sul culo, che i neri ci fanno schifo, che i rom li vorremo tutti bruciati, che è quello che la maggioranza di noi pensa, nel caldo della sua casa, la sera, col figlio che dorme nell’altra stanza e la moglie accanto.
E pensare che un tempo accusavano noi di essere fannulloni, brutti sporchi e cattivi, quando con le valige di cartone andavamo in america, in svizzera, in germania. Ma, si sa, si fanno i soldi, e le prospettive cambiano. Per cui, se un rumeno stupra un’italiana è una cosa terribile, se un civilissimo soldato americano ammazza venti persone su una funivia mentre gioca a fare top gun è tutto ok, è stato un incidente o un effetto collaterale.
Per quel che mi riguarda, ho la nausea. Della gente che mi circonda, del posto in cui vivo, di quello che stiamo diventando.
A Edimburgo, una mattina, ha attaccato bottone con me e Giuliano un signore anziano. Ci ha chiesto di dove eravamo. “Italia” abbiamo risposto.
“Oh, italians…good people” ha detto lui.
E io avrei voluto dirgli che no, un tempo, forse, o con quelli come me e come lui, con quelli che hanno i soldi, che sono belli, puliti, e vestono come noi. Ma non col resto del mondo. L’Italia è un paese meraviglioso, ma gli italiani hanno smesso da un pezzo di essere brava gente.

P.S.
Un ulteriore contributo alla discussione

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PhD

L’ultimo commento che ho letto ieri prima di andare all’università è stato “complimenti per l’atteggiamento positivo con cui l’affronti”, sottinteso il concorso. Considerando che appena mi sono seduta ho avuto un violento desiderio di piangere, forse qualcosa non ha funzionato esattamente per il verso giusto.
Entrare nell’aula, ieri, è stato un po’ tornare indietro nel tempo. I banchi gialli, le sedie da testare, perché alcune sono mezze sfondate, la lavagna gigantesca. Mi sono ricordata dei tempi della laurea, tempi ancora troppo vicini per poterli giudicare. Non so se fossero belli o terribili. Non so se li rimpiango o sono contenta che siano finiti.
Per certi versi, mi sono sentita un po’ fuori posto. E non perché fossi la più vecchia; c’erano almeno altre due persone della mia età, ma perché presumibilmente ero l’unica che si era laureata quattro anni prima. Nessuno aspetta quattro anni per tentare un dottorato. E presumibilmente ero l’unica sposata, ero l’unica che nel frattempo aveva lavorato, aveva pure pensato di mollare. E mi sono chiesta: ma sarà mica che questo treno è passato? Ma sarà mica che non è più tempo per me?
Per un altro verso, mi sono sentita eccitata. Cominciare qualcosa di nuovo, qualcosa che mi darebbe tre anni di certezza. Poter fare progetti per tre anni è una cosa rarissima, nella ricerca.
Come è andata, che poi suppongo sia quello che tutti volete sapere, non lo so. È toccato a me estrarre la busta col tema e la domanda, e, almeno per quel che riguarda il tema, potevo di sicuro scegliere meglio. Con la domanda invece mi è andata fin troppo bene. Ma la cazzata inconsapevole, la minchiata storica, in momenti di tale tensione è sempre dietro l’angolo. Spero di non aver scritto nessuna castroneria troppo grossa. Martedì sapremo se l’avventura finisce qui o continua.
Stay tuned.

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