Archivi del mese: novembre 2008

Post.Stop.

Accolgo con gioia questa notizia.
Dopo di che, correrò a denunciare Calderoli, che per la verità è solo il primo che mi vengono in mente.
Anyway, scusate se sono così lapidaria e stringata, ma sono a letto col raffreddore, poco incline al post e qualsiasi altra attività differente dal guardare Dexter, vagolare su internet o leggere un buon libro.

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Maschere

Ieri avevo scritto un post di cui ero davvero orgogliosa. Mi ero divertita un fracco, mi sembrava interessante e ben fatto, e l’avevo programmato per le nove di stamattina. Parlava della strategia del terrore, di come la paura venga usata a fini politici. Sì, ok, niente di nuovo sotto il sole, è un tema che ho già trattato molte altre volte, ma, non so, stavolta mi convinceva di più. Poi però è successa questa cosa dell’India, e, come dire, mi è sembrato inopportuno. E l’ho congelato. Ora giace nel limbo dei post salvati, e non so se e quando lo pubblicherò.
Sono quattro anni che ho un blog. Quando l’ho aperto avevo un bisogno fisico e impellente di scrivere. Avevo post scritti in testa per riempire mesi e mesi di blog. Se rileggo adesso quella roba stento a riconoscermi, e non capisco come potessi trovarli persino belli, interessanti. Poi i miei libri hanno venduto tanto, ed è comparso questo specie di muro tra me e questo posto. Quando entro qua dentro e inizio a scrivere la mia parte scrittrice prende il sopravvento sulla mia parte umana, e quel che dico non è più quel che io nella mia interezza sento, ma quel che Licia Troisi autrice de Le Cronache del Mondo Emerso filtra, e scrive.
Credo sia questa la cosa più strana e fastidiosa del successo. Che costruisce maschere. Finisci per vederti così tanto negli occhi di chi ti legge, di chi ti ama, che ti sdoppi. E comprendi perfettamente che c’è un tuo io pubblico, e un tuo io privato. Questo accade anche a chi non scrive o non è famoso. Ce lo ha insegnato Pirandello un sacco di tempo fa. Ma quando così tanta gente crede alla tua maschera, quando così tante persone ti costruiscono addosso questo alterego, allora l’avatar finisce per diventare qualcosa di terribilmente tangibile, di vivo e vero.
Perché non sono io che mostro la parte più piacevole di me in pubblico. È la gente che decide, tutta assieme, di guardare in me il riflesso di ciò che ha provato quando mi ha letta. Sono gli altri che mi costruiscono, che mi vedono per quel che forse non sono.
E questo si riflette su questo posto. A parte quando parlo di politica o del mondo (e lì l’io pubblico e quello privato si danno allegramente la mano), quando scendo nel privato mi sento improvvisamente fuori posto. Proprio perché la gente costruisce la mia maschera, più stringente diventa il bisogno di celare qualcosa agli occhi del pubblico. E non perché sia vergognoso, o dia di me un’immagine che non mi piace. Semplicemente perché è intimo. Ci sono cose importanti, belle e brutte, che mi sono successe e che non ho mai scritto qui sopra. Cose da cui esco pian piano solo ora (e dio voglia che se ne possa uscire definitivamente, prima o poi) che mi hanno cambiata, che hanno radicalmente modificato il mio modo di percepire le persone che amo, ma che non trovano posto in questo blog. E più passa il tempo più il novero delle cose di cui mi sento di parlare qui sopra si riduce. Non sono neppure riuscita a raccontare davvero i tre giorni coi miei amici, o il mio compleanno. Perché in un mondo che reclama le mia storie e la mia vita, che a volte sembra succhiarmi via linfa vitale, io ho bisogno di tenere delle cose per me.
Ora, cosa tutto questo voglia dire non lo so. Non sto scrivendo l’epitaffio di questo posto, che continuo ad amare troppo per poterlo abbandonare, ma sto solo seguendo il cambiamento. E forse sono un po’ influenzata anche dalla visione di Dexter, che altro non è che un lunghissimo discorso sulle maschere e sull’identità, che ci invita a interrogarci su chi siamo, su quanto possiamo agire su quel che siamo e su come dobbiamo rapportarci con i costumi che la gente ci cuce addosso. Alla fine Dexter È ciò che gli altri vogliono. Così abituato a fingere, a dissimulare, resta al suo posto e sopravvive non per reale amore per la vita, ma per gli altri, per quel che Rita, Deb e gli altri vedono in lui. E so già che alla fine ci sarà identità perfetta tra la sua immagine, faticosamente costruita, e il suo io. Perché a volte fingere è essere.
Ecco. Per me non sarà mai così. Ci saranno sempre luoghi oscuri a me sola noti, in cui potranno entrare poche persone, le sole cui tenga veramente, perché la mia faccia la mostro solo a chi amo.

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Il periodo più bello dell’anno

Ho sempre pensato che questo è il periodo più bello dell’anno. Quello che va dalla seconda metà di novembre alla fine delle feste. È una cosa che mi tiro dietro fin da quando ero bambina. All’epoca pensavo fosse solo l’eccitazione per le feste, che volevano dire tanti regali e tanta roba da mangiare. E invece la cosa è continuata anche quando sono cresciuta, e, certo, ha a che fare coi regali, col mio compleanno (yep, era ieri, grazie mille a tutti per le valanghe di auguri), ma soprattutto con l’atmosfera che respiro in giro. L’inverno dà il suo meglio in questo periodo.
Arriva quel giorno in cui piove, o tira vento, e quando la bufera passa, tutto è cambiato. L’aria è fresca la mattina sa di ghiaccio, e le montagne dietro casa sono imbiancate. E sai che è iniziato, e hai davanti tre mesi della tua stagione preferita, tre mesi da assaporare, da gustare fino in fondo.
Finisce che adoro persino le pacchiane decorazioni dei centri commerciali, che iniziano a tirare fuori lucine natalizie dal 2 novembre, appena passato Halloween, per la dura legge del commercio: le feste devono susseguirsi a ritmo ininterrotto, o il consumatore smette di spendere.
Mi piace pensare ai regali, mi piace pensare all’albero e al presepe che farò, mi piace stare a casa e dedicarmi ad un dolce far niente. Mi piace persino se mi ammalo, e posso concedermi un po’ di ore a letto a poltrire.
Quest’anno avrò un trasloco di mezzo, e probabilmente meno tempo per tenere dentro casa presepe e albero. Però cercherò ugualmente di godermi il periodo. Tanto per cominciare, andrò dove l’atmosfera che tanto mi piace è più forte: tre giorni a Monaco di Baviera nel week end, per ricordarmi di quel natale del 2005, del gluehwein bevuto sotto la neve, e del freddo polare. E poi casa nuova, un capodanno in compagnia e infine tanto riposo, che di quello ho un sacco di bisogno

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Tre giorni

L’ultima volta che ho dormito sotto lo stesso tetto coi miei amici è stato la bellezza di quattro anni fa, in epoca pre-Monaco (nella mia vita molte cose si dividono in a.M. e d.M., avanti Monaco e dopo Monaco, quasi quanto quelle che giacciono a.p., avanti pubblicazione, e d.p., dopo pubblicazione). Così tanto tempo che ho fatto persino fatica a recuperare il post dedicato a quell’esperienza lì (anzi, i post).
A fronte dell’esperienza tragica, successero anche un sacco di cose belle in quell’occasione. Credo che fu da allora che divenni un po’ più consapevole del culo che mi ritrovavo ad avere amici che c’erano, per davvero, quando serviva e anche quando non serviva.
A quattro anni di distanza, ci siamo ritrovati di nuovo in mezzo ai boschi, in un posto deliziosamente sperduto e meravigliosamente freddo.
Quattro anni fa era un capodanno, adesso è stato il matrimonio di Ninna, che, per la cronaca, si è sposata a parecchi chilometri da Roma. Così, i Magnifici Sei Simbionti di Roma si sono messi in viaggio su uno scalcinato aereo Ryanair (credo il pilota fosse lo stesso che aveva guidato la navetta in aeroporto, suppongo faccia parte della politica di taglio dei costi), e poi su un sontuoso Galaxy affittato in aeroporto.
Potrei dilungarmi in pagine e pagine di racconti, tra i momenti di panico quando ho guidato io (per motivi oscuri i miei amici non si fidano della mia guida), il momento in cui ci sembrava di esserci persi in mezzo al bosco, stile The Blair Witch Project (ma per davvero), alle battute, le risate, e le colazioni splendide, al mattino, davanti al Monte Rosa.
E forse la tentazione di farlo, e di raccontare tutto, l’ho avuta. Ma queste cose le facevo prima, quando non avevo storie da raccontare, e allora tutto faceva brodo per la mia voglia di scrivere, che fosse la mia ultima gita a Pompei o un pezzo dell’Iliade che avevo letto e amato particolarmente.
No. Adesso non ce la faccio più. E non solo perché racconto altre storie. Perché piuttosto ogni singolo minuto di questi tre giorni insieme è stato così intriso di vita, così profondamente metabolizzato e vissuto, che è diventato tutto troppo intimo e riservato.
Questi tre giorni appartengono a noi, sono solo nostri, e quel che ci ha fatto ridere, quel che ci ha fatto commuovere, non credo potrebbe essere capito da altri. È questo probabilmente il senso dei rapporti veri: possedere una grammatica comune che gli altri non conoscono, appartenere allo stesso immaginario, costruito giorno dopo giorno imparando a conoscersi, a fidarsi, a volersi bene.
Era venerdì sera quando, sotto il piumone enorme, prima di spegnere la luce e dormire ho detto a Giuliano che era un sacco di tempo che non mi divertivo così. Perché era un sacco di tempo che avevo dimenticato le cose che contano. Perché era un sacco di tempo che nella mia vita era rimasto molto di ciò che serve a farti sopravvivere, e poco di quel che ti fa vivere. Perché non avevo più testa per i miei amici, perché il lavoro, le scelte, la casa e miriadi di altre cose mi avevano portata via. E ora è come svegliarsi da un lungo sonno, e ritrovare intatte le cose che ami: la pioggia fuori dalla finestra, l’odore delle castagne sul fuoco, e le persone cui voglio bene.
A volte ci vogliono tre giorni così, da gita scolastica. Solo per ricordarsi cosa conta nella vita, quel che non devi mai perdere di vista.

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La testimone della sposa

La testimone della sposa la sera prima non dorme bene. Ha sempre avuto l’angoscia da sveglia, quella paura insana che la fa svegliare alle sei del mattino convinta che siano le dieci passate, e il treno che doveva prendere, l’esame che doveva passare, il corso che doveva seguire, sono già iniziati. Ma quella mattina lì è peggio, si sveglia tre volte, si gira nel letto. E sogna. Che tutto vada male. Che arriva tardi. Che non ha il vestito. Sogna i guanti, l’elemento eccentrico che si concederà il giorno dopo.

La testimone della sposa si sveglia alle otto, la mattina del sì, e si muove per la casa deserta. Gli altri dormono, il legno del pavimento le scricchiola sotto i piedi. In bagno fa freddo, l’acqua calda ci mette un po’ ad uscire, ma lei resiste stoicamente. Quando ha fatto, e sono le otto e dieci, non ha voglia di tornare a letto. Si mette lo smalto in bagno mentre legge.

La testimone della sposa si agita alle 10.00, quando suo marito è ancora in pigiama e lei non ha neppure iniziato a vestirsi. Si trucca con la trousse in bilico sul termosifone, accanto al suo amico che si rifà il nodo alla cravatta almeno dieci volte.

La testimone della sposa si scapicolla fuori dalla macchina prima di tutti, anzi si fa lasciare per strada prima che gli altri parcheggino. Scivola sulle pietre del lastricato perché i tacchi non li porta mai, e cammina decisa, perché deve arrivare presto.

La testimone della sposa quasi si commuove quando la sposa arriva in barca, ed è ancora più bella di quanto non sia di solito. La testimone della sposa è tutta compresa nella parte mentre siede accanto alla sposa. Perché è convinta di ricoprire un ruolo importante, anche se sotto sotto sa che non è vero, e allora ascolta con attenzione gli articoli del codice civile, e si domanda se i guanti non le impediranno di firmare per bene. Si commuove quasi sull’adagio di Marcello, in sottofondo, e pensa che la vita è preziosa, se l’era quasi dimenticato, ed è semplice. Se l’è persa in due anni di lavoro continuo, di viaggi in giro per mezza Italia. Ma per quanto abbia girato l’europa e l’italia, sta vivendo più ora che in questi anni.

La testimone della sposa abbraccia la sposa salendo sulle punte, perché la sua amica è alta, e una scarpa le scivola via, ma non che abbia poi molta importanza. Vestita con un abitino troppo leggero per i sei gradi dell’inverno novarese, si mette al sole, un po’ in disparte, per riuscire a riscaldarsi. Guarda il lago e la sposa, guarda: “Licia e Giuliano!”, e questo vale più di ogni altra cosa. Ma vallo a spiegare a chi le invidia il successo.

La testimone della sposa dà spettacolo, come sempre. Cappello sulle ventitré, mantella e guanti lunghi, gira per il ricevimento cogliendo la sua immagine negli specchi appannati dagli anni, pensando che è grassa, interrogandosi sulla matita intorno agli occhi e sul mascara. La testimone della sposa si toglie le scarpe e si butta a terra sul tappeto, si appoggia alla finestra per cogliere il caldo di un raggio di sole, si attacca al condizionatore e chiude gli occhi mentre l’aria calda le sale su per la schiena.

La testimone della sposa è stanca e contenta, la testimone della sposa è orgogliosa. Da quanto tempo non succedeva? Un sacco. Non se lo ricorda. Le viene in mente l’ultima volta che è stata per un po’ coi suoi amici, in un casolare perduto sotto al Terminillo. Forse è da allora. Da prima di Monaco. Da prima. Si sveste dei panni eleganti, si toglie l’ombretto dagli occhi, pensa alla giornata. Spera che il regalo sarà gradito dagli sposi. E poi ringrazia. Non sa bene chi. La sposa, gli amici, dio. Perché le è capitata in sorte una vita come questa, in cui c’è gente come i suoi amici, c’è uno come suo marito, e una sposa che si chiama Ninna e le ha chiesto di farle da testimone.

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About nothing

Ho deciso che oggi mi prendo un giorno per me. Ieri dovrei aver finito il mio primo compito da dottoranda, domani si parte, e allora oggi forse posso dedicarlo al relax. Nulla di che. Cura del corpo, giro rilassato per i negozi, visione di una puntata di Dexter, strimpellamenti alla chitarra.
Sono effettivamente stanca. Il giro per le fnac mi ha distrutta, e so per altro che ancora non è finita. E poi sto seguendo gli sviluppi dei lavori a casa nuova, e non riesco a tenerne il naso fuori, nonostante la cosa mi faccia palesemente venire l’ansia. E adesso ho bisogno di un po’ di riposo. Che so già non arriverà prima di Natale, ma vabbeh, saprò aspettare.
È stata una settimana di attesa. Semplicemente perché domani parto per il matrimonio di ninna, alla quale, per inciso, farò da testimone. A partire da lunedì ho iniziato a pensare tutta una serie di connesse a questo fatto.
Cosa le poso a fare le valige? Tanto venerdì parto
Non c’è bisogno di comprare la frutta, tanto venerdì parto
Devo assolutamente finire il lavoro per mercoledì, che poi venerdì parto
Tutto così. È che questo matrimonio è un evento, come rimarcava aWilito in un post di qualche tempo fa. Noi del gruppo facciamo tutto insieme: se uno si laurea, si laureano tutti, se uno si sposa, si sposano tutti. Attendo con ansia il giorno in cui si partorirà tutti insieme (e che devo fare tutto io, qua?) e si traslocherà (si spera a breve) assieme, visto che gli scatoloni coi libri pesano parecchio :P
Insomma, tira aria di festa qui dentro. Per cui, vi lascio con dei consigli per gli acquisti.
A Lucca mi è capitato di conoscere Matteo Mazzuca, la qual cosa mi ha ricordato che avevo comprato L’ultimo Pirata, il suo libro, un po’ di tempo fa, e che poi era finito nella pila dei libri da leggere, che è sempre più svettante. Così, mentre aspettavo il mio destino dopo la cancellazione del volo da Verona (vi ricordate?), ho iniziato a leggerlo. Ecco, mi sento di consigliarvelo, perché è un onestissimo libro d’avventura che fa egregiamente il suo dovere. Diverte. Appassiona. E quando l’ho preso in mano e l’ho aperto io non avevo bisogno d’altro. Per altro ci sono svariate scene che trovo di grande potenza visiva, e un’ottima gestione della suspence assieme a un buon controllo della trama sono i suoi punti forti. Insomma, una bella sorpresa.
Donc, vi lascio alla lettura, io mi dedico allo shopping compulsivo.

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Così inizia la storia…

PROLOGO

L’uomo in nero avanzò lentamente. Si muoveva sicuro tra i vicoli deserti della città, il cappuccio a coprirgli il volto, il mantello ad accarezzargli gli stivali. Ombra tra le ombre, imboccò deciso la via che sapeva. Aveva fatto qualche sopralluogo, qualche giorno prima. 
L’ingresso era anonimo: una porta di legno, un architrave in pietra. Non ebbe bisogno di vedere il simbolo inciso sulla chiave di volta per sapere di essere arrivato.
Si fermò un istante, conscio che non era quello il suo obiettivo primario, che un’altra era la sua missione.
«Trovarlo è di vitale importanza, mi capisci?» aveva detto Kryss, l’ultima volta che l’aveva visto.
«Lo so» si era limitato a rispondere lui, chinando il capo.
«E allora non ti fermerai finché non l’avrai trovato, e non permetterai a niente e a nessuno di mettersi tra te e il tuo obiettivo».
Kryss lo aveva guardato senza aggiungere altro, perché l’uomo in nero fosse libero di soppesare quel silenzio e riempirlo di sinificati. Ma lui in nero non era tipo da farsi spaventare da così poco.
Trucchetti buoni per chi ti adora come un dio, non per me.
Si era inchinato in segno di rispetto e si era avviato alla porta.
«Ricorda il nostra patto» gli aveva detto Kryss prima che varcasse la soglia.
L’uomo in nero si era fermato un istante. Non potrei mai dimenticarlo, aveva pensato.
E adesso era davanti a quella porta. Avrebbe ancora potuto fermarsi e andarsene. Riprendere la strada e tornare alla sua missione.
Sei pronto anche a questo, per il tuo obiettivo? si domandò, mentre gli occhi indugiavano sulle venature della porta. Non abbe neppure bisogno di cercare la risposta.
Prese un grosso respiro e con lentezza sguainò la spada. Poi diede un calcio al legno, e fu dentro.

Una sala di semplici mattoni, dal soffitto assurdamente basso. Il Veggente lo diceva sempre: «È una sistemazione provvisoria, abbiate pazienza. Ma almeno ci garantisce quella segretezza di cui abbiamo disperato bisogno. Penseremo poi, quando saremo a buon punto col piano, a cercare una sala più dignitosa».
Lo spazio asfittico di quel sotterraneo era rischiarato da una serie di torce infisse nel muro. L’odore di muffa si confondeva con quello acre del fumo. Uomini vestiti di bianco vagavano da una sala all’altra. Sul volto, cupe maschere di bronzo, lisce, con due semplici fori per gli occhi. Porte chiuse, dalle quali provenivano mugolii, e un salmodiare lento, ipnotico. Odore di sangue e magia, sentore di morte. In quel silenzio gravido, lo schianto della porta abbattuta risuonò con la violenza di un’esplosione. I primi Veglianti, quelli più vicini all’ingresso, non ebbero neppure modo di rendersi conto di quanto stava accadendo. L’uomo in nero li falcidiò con un unico, fluido movimento della spada. I manti bianchi si tinsero di rosso, le maschere di bronzo caddero a terra tintinnando. Sotto, i volti contorti dal dolore di un paio di sottotenenti dell’accademia e di un ministro.
Gli altri ebbero il tempo di prepararsi. Chi era armato tirò fuori le spade e combatté, molti corsero a nascondersi, a salvare il salvabile. 
L’uomo in nero sembrava inarrestabile. Del resto, non erano nemici alla sua altezza. Nei lunghi anni di vagabondaggio aveva avuto modo di scontrarsi con ben altri opponenti, e le cicatrici sul suo corpo testimoniavano ciascuna di quelle battaglie.
Ecco la mollezza di un mondo da troppo tempo in pace, pensò con disprezzo. 
Un fruscio alle sue spalle. Non dovette neppure voltarsi. Pronunciò le parole a mezza voce, e una sfera argentata lo avvolse. I pugnali tesi contro di lui rimbalzarono sulla superficie elastica della barriera.
«Un mago…» mormorò con orrore qualcuno.
L’uomo in nero sorrise con ferocia.

Adrass chiuse la porta col chiavistello. Il suo respiro sembrava non trovare la strada che dai suoi polmoni conduceva all’esterno.
Premette il corpo contro il legno, appoggiandovi l’orecchio. Stridio di lame che si incrociavano, urli, tonfi di corpi che cadevano a terra.
Che stava succedendo? Li avevano forse scoperti?
Cominciò a battere i denti. Lottò contro il terrore. No. No. Non era quello che gli avevano insegnato. Era stata la prima lezione, quando aveva messo piede là dentro. 
«Se mai ci scoprissero, cercate di salvare il nostro lavoro. È l’unica cosa che conta, qui. Noi lavoriamo per un progetto più grande, per un fine superiore, non dimenticatelo».
Parole del Veggente. Adrass deglutì. Salvare il nostro lavoro.
Si staccò dalla porta con decisione, e corse verso gli scaffali addossati ad una delle piccole pareti del cubicolo in cui si trovava. Frugò tra le vecchie pergamene, tra gli appunti fitti, stilati nella sua calligrafia minuta ed elegante. Ne mise alcune in una borsa di cuoio, altre le stracciò. Rovistò tra i barattoli e i filtri, tra le ampolle e le erbe. Anni di lavoro. Come si faceva a scegliere cosa salvare nella fatica di una vita in pochi attimi convulsi?
Un mugolio attrasse la sua attenzione verso il tavolo al centro della stanza.
Adrass tornò in sé. Ecco cosa doveva salvare: la creatura. Era l’unica cosa che valesse la pena portare fuori di lì. Lei contava più dalle loro misere vite, più dei loro stupidi studi. Lei era tutto.
Grida di ragazze oltre la porta.
No! Stanno uccidendo anche loro!
Si avvicinò sul tavolo. Sciolse le cinghie di cuoio che trattenevano la creatura, la liberò. La prese rudemente per le spalle, costringendola a tirarsi su.
«Svegliati, forza, svegliati!» le disse, schiaffeggiandole le guance. Ma lei rimaneva inerte fra le sue braccia, gli occhi mezzo chiusi.
Dietro la porta, rumori più violenti. I nemici si stavano avvicinando.
Il cuore di Adrass fece una capriola.
Io morirò, ma il nostro lavoro non andrà perduto. Io morirò, ma il nostro lavoro non andrà perduto… Ripeteva come un mantra la cantilena che gli avevano insegnato quando era diventato Vegliante. 
Se solo collaborasse! si sorprese a pensare con stizza. Perché la creatura non si svegliava?
La tirò via dal tavolo a forza e lei si accasciò al suolo, inerte. Muoveva appena le labbra.
Adrass prese un’ampolla con dell’acqua e gliela versò addosso. Lei trasalì.
«Perfetto, brava, brava…ascoltami». La sollevò per le spalle, la fissò negli occhi, occhi spenti. Forse era troppo presto…Scacciò quel pensiero.
«Adesso ti porto in un posto, d’accordo? Ascoltami!».
Un barlume di vaga comprensione accese lo sguardo della creatura.
«Brava, così».
Uno schianto appena fuori dalla porta. Adrass trasalì. La afferrò da dietro, prendendola per le ascelle, e la trascinò via. Riuscì a raggiungere il pulsante sul muro. Una piccola sezione della parete scattò, rivelando un cunicolo angusto.
«Cerca di star su, ti scongiuro…» gemette.
Si chinò per entrare nel passaggio. La creatura si lamentava, ma finalmente iniziava a muoversi.
«Bravissima, avanti…».
Si trovò a strisciare tra le pareti umide di muschio. Dietro di lui, la creatura avanzava a stento. I rumori della lotta si affievolirono, e il cuore di Adrass rallentò per un attimo la corsa.
Ce la posso fare, ce la posso fare…
«Di qua!» urlò girandosi alla prima biforcazione, poi avanzò ancora un poco, finché non si imbatté in un muro. 
«Eccoci, eccoci» disse più a se stesso che per la creatura. Spinse un mattone con mani tremanti e davanti a lui si aprì una stanzetta minuscola. Afferrò la creatura per un braccio e la spinse dentro. Lei provò a lamentarsi. Quando le sfiorò la guancia, si accorse che era bagnata. Stava piangendo. Il cuore gli si strinse un istante appena. Ricordò le parole del Veggente.
«Le creature sono meri oggetti. Sono gli strumenti della nostra salvezza, e come tali dovete guardarle. Non pensate a loro come a delle persone; non lo sono. Scacciate la pietà e l’affetto che sarete tentati di provare: sono semplici ostacoli al compimento della nostra missione».
Adrass tornò presente a se stesso.
«Ora sta’ in silenzio, chiaro? Resterai qui ad aspettarmi. Non ci metterò molto, d’accordo?».
La creatura annuì debolmente.
«Brava». Adrass si lasciò sfuggire un sorriso. «Non uscire per nessuna ragione».
Poi chiuse la porta di mattoni, e rimase lì davanti per qualche istante. Nessun rumore. Forse la creatura aveva capito. Si concesse qualche momento di riposo. Ora poteva morire in pace. Chissà, forse proprio quell’essere patetico che giaceva là dietro li avrebbe salvati, chi poteva dirlo. Ma lui aveva compiuto il proprio dovere. Rifece a ritroso tutta la strada percorsa. 

L’uomo in nero non si fermò davanti a nulla. Erano anni che non si scatenava così, da quel giorno lontano in cui l’avevano catturato, e aveva fatto la conoscenza di Kryss. La sensazione del suo corpo che si muoveva con precisione, il lieve indolenzimento dei muscoli sotto sforzo, l’odore del sangue…lo inebriavano, lo faceva no sentire bene. 
Uccise tutti, senza distinzione. I soldati e gli uomini di potere, i giovani e i vecchi, le fanciulle, soprattutto le fanciulle. In fin dei conti era venuto per loro. Povere cose nelle mani di quei folli stregoni. Per un istante pensò che stava facendo loro un favore.
Ecco il mondo che hai contribuito ad edificare, Maestro. Forse facesti bene, quel giorno, ad andartene e a ripudiarlo.
Poi, sfondò l’ultima porta. Lui era là dietro. Tra le mani, libri antichi e pergamene. Le sue dita tremavano. Il Veggente, il capo di quella congrega di folli. L’uomo in nero avanzò lentamente. Dietro di lui, la sua spada lasciava una scia di sangue.
«Un uomo solo?» disse il Veggente incredulo.
«Un uomo solo» ribadì lui, con un sorriso truce.
Il Veggente si fece indietro, addossandosi al muro.
«Chi ti manda?».
«Nessuno. E se anche ti dicessi chi è il mio sovrano, non capiresti neppure di chi sto parlando».
Il Veggente tacque per qualche istante.
«Noi stiamo salvando il Mondo Emerso! Perché non lo capite? Date ancora ascolto alle farneticazioni di quella vecchia pazza? Senza di noi sarà il caos, la morte!».
«Del caos e della morte non m’importa proprio niente. E di salvare questo mondo meno ancora».
Nonostante la maschera che ne celava il volto, l’uomo in nero percepì tutto lo sgomento del Veggente.
«Tu sei un folle».
«Forse».
Un unico colpo di spada, e il Veggente si accasciò a terra.
La Congrega dei Veglianti aveva cessato di esistere.

Yep, oggi esce Le Leggende del Mondo Emerso – Il Destino di Adhara

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Ancora ricerca

Sto continuando a girare come una trottola per lo studio e per le formalità del trasloco, per cui oggi sarò lapidaria: leggetevi le storie pubblicate qui. C’è un po’ tutto lo spettro dei motivi per cui si lascia l’Italia per lavorare all’estero. Notate bene che in molti evidenziano come la formazione universitaria in Italia sia ai massimi livelli. Le porte in faccia te le chiudono quando hai finito di formarti e finalmente vorresti iniziare a produrre. Una lettura molto istruttiva.

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Gelmini show (e vergogna a Genova)

Mi fa uno strano effetto stare a Genova e leggere questo. Non che non ce l’aspettassimo. È piuttosto il silenzio nel quale la sentenza è stata accolta che mi fa capire che sono tempi duri, ma duri davvero.
Nel frattempo, si fa un gran parlare di ieri, e la Gelmini si fa sentire dicendo che è orgogliosa della sua riforma, e continua ad insistere che occorre spendere meglio i fondi destinati a scuola e università. Per darci un luminoso esempio di ottimizzazione delle risorse, la Gelmini, d’accordo con Brunetta, ha deciso di spendere 20 MILIONI DI EURO per comprare 10 000 lavagne elettroniche da usare a scuola al posto delle vecchie tavole d’ardesia. Beh, capperi, una spesa assolutamente indispensabile! Tanto per quantificare, l’INAF (Istituto Nazionale di Astrofisica) ha stimato di aver bisogno di circa 10-15 milioni di euro per progetti di ricerca, formazione e divulgazione. Non ci sono soldi per stabilizzare i precari della scuola, un insegnante prende 1300 euro al mese, ma non mancano i soldi per comprare lavagne digitali.
Ah, ovviamente usare una lavagna digitale non è esattamente come scrivere col gesso, per cui occorrerà formare 24 000 insegnanti all’uso di questo nuovo prodigio della tecnologia. Con buona pace di mia zia precaria da dieci anni o giù di lì.

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Manifestare

Oggi sono andata a manifestare. Roba che l’ultima volta è stata nel 2003, contro la guerra in Iraq.
Io in queste cose ci ho sempre creduto; nei piccoli passi, nel contributo del singolo, della necessità di far sentire la propria voce quando serve. Per questo mi sono svegliata alle 7.00, per questo sono stata in piedi le mie buone ore e adesso mi fanno male i piedi.
Non so davvero se sia servito. Ma a me era necessario. Il problema è così vasto e complesso che per risolverlo non basta certo una giornata ad urlare “Fannulloni!” a chi dice che noi non serviamo, che noi siamo i parassiti della società e non abbiamo diritto né ad un lavoro né ad una paga decente. Ma dobbiamo uscire dal guscio, e far conoscere lo stato delle cose alla gente. Perché la gente lo stato delle cose non lo conosce.
Quando mi capita di parlare dello stato della ricerca in Italia con gli amici, in genere tutti cascano dal pero. Nessuno riesce a credere che ci sono laboratori di chimica cui mancano i reagenti. Nessuno sa che la ricerca è mandata avanti dai precari, il rinnovo del cui contratto è purtroppo svincolato da qualsiasi merito, ma è legato solo alla presenza o meno dei fondi. Pensateci. Non conta che hai lavorato bene, che hai prodotto, che tu sia inserito in un progetto di ricerca internazionale che magari si sviluppa sull’arco di anni. Se i soldi non ci sono, vai a casa. E questa me la chiamano meritocrazia.
Quando racconto lo storie di gente che è precaria da dieci anni, e adesso Brunetta gli dice che il suo contratto a tempo determinato, guadagnato dopo lotte e anni di co.co.pro. e assegni di ricerca, non verrà rinnovato, la gente strabuzza gli occhi. Quando parlo di persone che a quaranta e passa anni ancora hanno contratti a progetto della durata massima di sei mesi, gli amici restano basiti. E di storia così ce ne sono a migliaia. Gente che magari ha vinto il concorso per il tempo indeterminato, ma le assunzioni sono bloccate, e allora aspetta. Peccato che dopo tre anni la tua idoneità decade, e allora forse non sarai mai assunto. Vincitori di regolari concorsi.
Vi invito a leggere questo articolo sul curriculum di Brunetta, che tanto fa il moralizzatore e tuona contro gli assenteisti, quando lui stesso non attende ai propri obblighi di europarlamentare. Quando uno dice i sepolcri imbiancati.
Pensate a tutte queste storie, quando dite che chi va all’estero tradisce. Pensate a tutti quelli costretti a scegliere tra la famiglia e la passione della scienza. A quelli che non si riescono a sposare, non riescono ad avere figli, a quelli che mollano, perché prima o poi una vita te la devi pure fare, e la ricerca non ti permette di essere indipendente economicamente.
E pensate ai ricercatori ogni volta che aprite Internet (il World Wide Web è stato inventato al CERN di Ginevra), che vi fate una Tac, una risonanza magnetica o una semplice lastra a raggi X. Senza ricerca non avremmo avuto nulla di tutto ciò.

P.S.
Vi ricordo le mie prossime presentazioni: domani, ore 18.00, a Genova, alla fnac in Via XX Settembre 46R e domenica, ore 17.00, a Torino, alla fnac in Via Roma 56.

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