Accolgo con gioia questa notizia.
Dopo di che, correrò a denunciare Calderoli, che per la verità è solo il primo che mi vengono in mente.
Anyway, scusate se sono così lapidaria e stringata, ma sono a letto col raffreddore, poco incline al post e qualsiasi altra attività differente dal guardare Dexter, vagolare su internet o leggere un buon libro.
Ieri avevo scritto un post di cui ero davvero orgogliosa. Mi ero divertita un fracco, mi sembrava interessante e ben fatto, e l’avevo programmato per le nove di stamattina. Parlava della strategia del terrore, di come la paura venga usata a fini politici. Sì, ok, niente di nuovo sotto il sole, è un tema che ho già trattato molte altre volte, ma, non so, stavolta mi convinceva di più. Poi però è successa questa cosa dell’India, e, come dire, mi è sembrato inopportuno. E l’ho congelato. Ora giace nel limbo dei post salvati, e non so se e quando lo pubblicherò.
Sono quattro anni che ho un blog. Quando l’ho aperto avevo un bisogno fisico e impellente di scrivere. Avevo post scritti in testa per riempire mesi e mesi di blog. Se rileggo adesso quella roba stento a riconoscermi, e non capisco come potessi trovarli persino belli, interessanti. Poi i miei libri hanno venduto tanto, ed è comparso questo specie di muro tra me e questo posto. Quando entro qua dentro e inizio a scrivere la mia parte scrittrice prende il sopravvento sulla mia parte umana, e quel che dico non è più quel che io nella mia interezza sento, ma quel che Licia Troisi autrice de Le Cronache del Mondo Emerso filtra, e scrive.
Credo sia questa la cosa più strana e fastidiosa del successo. Che costruisce maschere. Finisci per vederti così tanto negli occhi di chi ti legge, di chi ti ama, che ti sdoppi. E comprendi perfettamente che c’è un tuo io pubblico, e un tuo io privato. Questo accade anche a chi non scrive o non è famoso. Ce lo ha insegnato Pirandello un sacco di tempo fa. Ma quando così tanta gente crede alla tua maschera, quando così tante persone ti costruiscono addosso questo alterego, allora l’avatar finisce per diventare qualcosa di terribilmente tangibile, di vivo e vero.
Perché non sono io che mostro la parte più piacevole di me in pubblico. È la gente che decide, tutta assieme, di guardare in me il riflesso di ciò che ha provato quando mi ha letta. Sono gli altri che mi costruiscono, che mi vedono per quel che forse non sono.
E questo si riflette su questo posto. A parte quando parlo di politica o del mondo (e lì l’io pubblico e quello privato si danno allegramente la mano), quando scendo nel privato mi sento improvvisamente fuori posto. Proprio perché la gente costruisce la mia maschera, più stringente diventa il bisogno di celare qualcosa agli occhi del pubblico. E non perché sia vergognoso, o dia di me un’immagine che non mi piace. Semplicemente perché è intimo. Ci sono cose importanti, belle e brutte, che mi sono successe e che non ho mai scritto qui sopra. Cose da cui esco pian piano solo ora (e dio voglia che se ne possa uscire definitivamente, prima o poi) che mi hanno cambiata, che hanno radicalmente modificato il mio modo di percepire le persone che amo, ma che non trovano posto in questo blog. E più passa il tempo più il novero delle cose di cui mi sento di parlare qui sopra si riduce. Non sono neppure riuscita a raccontare davvero i tre giorni coi miei amici, o il mio compleanno. Perché in un mondo che reclama le mia storie e la mia vita, che a volte sembra succhiarmi via linfa vitale, io ho bisogno di tenere delle cose per me.
Ora, cosa tutto questo voglia dire non lo so. Non sto scrivendo l’epitaffio di questo posto, che continuo ad amare troppo per poterlo abbandonare, ma sto solo seguendo il cambiamento. E forse sono un po’ influenzata anche dalla visione di Dexter, che altro non è che un lunghissimo discorso sulle maschere e sull’identità, che ci invita a interrogarci su chi siamo, su quanto possiamo agire su quel che siamo e su come dobbiamo rapportarci con i costumi che la gente ci cuce addosso. Alla fine Dexter È ciò che gli altri vogliono. Così abituato a fingere, a dissimulare, resta al suo posto e sopravvive non per reale amore per la vita, ma per gli altri, per quel che Rita, Deb e gli altri vedono in lui. E so già che alla fine ci sarà identità perfetta tra la sua immagine, faticosamente costruita, e il suo io. Perché a volte fingere è essere.
Ecco. Per me non sarà mai così. Ci saranno sempre luoghi oscuri a me sola noti, in cui potranno entrare poche persone, le sole cui tenga veramente, perché la mia faccia la mostro solo a chi amo.
Ho sempre pensato che questo è il periodo più bello dell’anno. Quello che va dalla seconda metà di novembre alla fine delle feste. È una cosa che mi tiro dietro fin da quando ero bambina. All’epoca pensavo fosse solo l’eccitazione per le feste, che volevano dire tanti regali e tanta roba da mangiare. E invece la cosa è continuata anche quando sono cresciuta, e, certo, ha a che fare coi regali, col mio compleanno (yep, era ieri, grazie mille a tutti per le valanghe di auguri), ma soprattutto con l’atmosfera che respiro in giro. L’inverno dà il suo meglio in questo periodo.
Arriva quel giorno in cui piove, o tira vento, e quando la bufera passa, tutto è cambiato. L’aria è fresca la mattina sa di ghiaccio, e le montagne dietro casa sono imbiancate. E sai che è iniziato, e hai davanti tre mesi della tua stagione preferita, tre mesi da assaporare, da gustare fino in fondo.
Finisce che adoro persino le pacchiane decorazioni dei centri commerciali, che iniziano a tirare fuori lucine natalizie dal 2 novembre, appena passato Halloween, per la dura legge del commercio: le feste devono susseguirsi a ritmo ininterrotto, o il consumatore smette di spendere.
Mi piace pensare ai regali, mi piace pensare all’albero e al presepe che farò, mi piace stare a casa e dedicarmi ad un dolce far niente. Mi piace persino se mi ammalo, e posso concedermi un po’ di ore a letto a poltrire.
Quest’anno avrò un trasloco di mezzo, e probabilmente meno tempo per tenere dentro casa presepe e albero. Però cercherò ugualmente di godermi il periodo. Tanto per cominciare, andrò dove l’atmosfera che tanto mi piace è più forte: tre giorni a Monaco di Baviera nel week end, per ricordarmi di quel natale del 2005, del gluehwein bevuto sotto la neve, e del freddo polare. E poi casa nuova, un capodanno in compagnia e infine tanto riposo, che di quello ho un sacco di bisogno
L’ultima volta che ho dormito sotto lo stesso tetto coi miei amici è stato la bellezza di quattro anni fa, in epoca pre-Monaco (nella mia vita molte cose si dividono in a.M. e d.M., avanti Monaco e dopo Monaco, quasi quanto quelle che giacciono a.p., avanti pubblicazione, e d.p., dopo pubblicazione). Così tanto tempo che ho fatto persino fatica a recuperare il post dedicato a quell’esperienza lì (anzi, i post).
A fronte dell’esperienza tragica, successero anche un sacco di cose belle in quell’occasione. Credo che fu da allora che divenni un po’ più consapevole del culo che mi ritrovavo ad avere amici che c’erano, per davvero, quando serviva e anche quando non serviva.
A quattro anni di distanza, ci siamo ritrovati di nuovo in mezzo ai boschi, in un posto deliziosamente sperduto e meravigliosamente freddo.
Quattro anni fa era un capodanno, adesso è stato il matrimonio di Ninna, che, per la cronaca, si è sposata a parecchi chilometri da Roma. Così, i Magnifici Sei Simbionti di Roma si sono messi in viaggio su uno scalcinato aereo Ryanair (credo il pilota fosse lo stesso che aveva guidato la navetta in aeroporto, suppongo faccia parte della politica di taglio dei costi), e poi su un sontuoso Galaxy affittato in aeroporto.
Potrei dilungarmi in pagine e pagine di racconti, tra i momenti di panico quando ho guidato io (per motivi oscuri i miei amici non si fidano della mia guida), il momento in cui ci sembrava di esserci persi in mezzo al bosco, stile The Blair Witch Project (ma per davvero), alle battute, le risate, e le colazioni splendide, al mattino, davanti al Monte Rosa.
E forse la tentazione di farlo, e di raccontare tutto, l’ho avuta. Ma queste cose le facevo prima, quando non avevo storie da raccontare, e allora tutto faceva brodo per la mia voglia di scrivere, che fosse la mia ultima gita a Pompei o un pezzo dell’Iliade che avevo letto e amato particolarmente.
No. Adesso non ce la faccio più. E non solo perché racconto altre storie. Perché piuttosto ogni singolo minuto di questi tre giorni insieme è stato così intriso di vita, così profondamente metabolizzato e vissuto, che è diventato tutto troppo intimo e riservato.
Questi tre giorni appartengono a noi, sono solo nostri, e quel che ci ha fatto ridere, quel che ci ha fatto commuovere, non credo potrebbe essere capito da altri. È questo probabilmente il senso dei rapporti veri: possedere una grammatica comune che gli altri non conoscono, appartenere allo stesso immaginario, costruito giorno dopo giorno imparando a conoscersi, a fidarsi, a volersi bene.
Era venerdì sera quando, sotto il piumone enorme, prima di spegnere la luce e dormire ho detto a Giuliano che era un sacco di tempo che non mi divertivo così. Perché era un sacco di tempo che avevo dimenticato le cose che contano. Perché era un sacco di tempo che nella mia vita era rimasto molto di ciò che serve a farti sopravvivere, e poco di quel che ti fa vivere. Perché non avevo più testa per i miei amici, perché il lavoro, le scelte, la casa e miriadi di altre cose mi avevano portata via. E ora è come svegliarsi da un lungo sonno, e ritrovare intatte le cose che ami: la pioggia fuori dalla finestra, l’odore delle castagne sul fuoco, e le persone cui voglio bene.
A volte ci vogliono tre giorni così, da gita scolastica. Solo per ricordarsi cosa conta nella vita, quel che non devi mai perdere di vista.
La testimone della sposa la sera prima non dorme bene. Ha sempre avuto l’angoscia da sveglia, quella paura insana che la fa svegliare alle sei del mattino convinta che siano le dieci passate, e il treno che doveva prendere, l’esame che doveva passare, il corso che doveva seguire, sono già iniziati. Ma quella mattina lì è peggio, si sveglia tre volte, si gira nel letto. E sogna. Che tutto vada male. Che arriva tardi. Che non ha il vestito. Sogna i guanti, l’elemento eccentrico che si concederà il giorno dopo.
La testimone della sposa si sveglia alle otto, la mattina del sì, e si muove per la casa deserta. Gli altri dormono, il legno del pavimento le scricchiola sotto i piedi. In bagno fa freddo, l’acqua calda ci mette un po’ ad uscire, ma lei resiste stoicamente. Quando ha fatto, e sono le otto e dieci, non ha voglia di tornare a letto. Si mette lo smalto in bagno mentre legge.
La testimone della sposa si agita alle 10.00, quando suo marito è ancora in pigiama e lei non ha neppure iniziato a vestirsi. Si trucca con la trousse in bilico sul termosifone, accanto al suo amico che si rifà il nodo alla cravatta almeno dieci volte.
La testimone della sposa si scapicolla fuori dalla macchina prima di tutti, anzi si fa lasciare per strada prima che gli altri parcheggino. Scivola sulle pietre del lastricato perché i tacchi non li porta mai, e cammina decisa, perché deve arrivare presto.
La testimone della sposa quasi si commuove quando la sposa arriva in barca, ed è ancora più bella di quanto non sia di solito. La testimone della sposa è tutta compresa nella parte mentre siede accanto alla sposa. Perché è convinta di ricoprire un ruolo importante, anche se sotto sotto sa che non è vero, e allora ascolta con attenzione gli articoli del codice civile, e si domanda se i guanti non le impediranno di firmare per bene. Si commuove quasi sull’adagio di Marcello, in sottofondo, e pensa che la vita è preziosa, se l’era quasi dimenticato, ed è semplice. Se l’è persa in due anni di lavoro continuo, di viaggi in giro per mezza Italia. Ma per quanto abbia girato l’europa e l’italia, sta vivendo più ora che in questi anni.
La testimone della sposa abbraccia la sposa salendo sulle punte, perché la sua amica è alta, e una scarpa le scivola via, ma non che abbia poi molta importanza. Vestita con un abitino troppo leggero per i sei gradi dell’inverno novarese, si mette al sole, un po’ in disparte, per riuscire a riscaldarsi. Guarda il lago e la sposa, guarda: “Licia e Giuliano!”, e questo vale più di ogni altra cosa. Ma vallo a spiegare a chi le invidia il successo.
La testimone della sposa dà spettacolo, come sempre. Cappello sulle ventitré, mantella e guanti lunghi, gira per il ricevimento cogliendo la sua immagine negli specchi appannati dagli anni, pensando che è grassa, interrogandosi sulla matita intorno agli occhi e sul mascara. La testimone della sposa si toglie le scarpe e si butta a terra sul tappeto, si appoggia alla finestra per cogliere il caldo di un raggio di sole, si attacca al condizionatore e chiude gli occhi mentre l’aria calda le sale su per la schiena.
La testimone della sposa è stanca e contenta, la testimone della sposa è orgogliosa. Da quanto tempo non succedeva? Un sacco. Non se lo ricorda. Le viene in mente l’ultima volta che è stata per un po’ coi suoi amici, in un casolare perduto sotto al Terminillo. Forse è da allora. Da prima di Monaco. Da prima. Si sveste dei panni eleganti, si toglie l’ombretto dagli occhi, pensa alla giornata. Spera che il regalo sarà gradito dagli sposi. E poi ringrazia. Non sa bene chi. La sposa, gli amici, dio. Perché le è capitata in sorte una vita come questa, in cui c’è gente come i suoi amici, c’è uno come suo marito, e una sposa che si chiama Ninna e le ha chiesto di farle da testimone.