L’ultima volta che ho dormito sotto lo stesso tetto coi miei amici è stato la bellezza di quattro anni fa, in epoca pre-Monaco (nella mia vita molte cose si dividono in a.M. e d.M., avanti Monaco e dopo Monaco, quasi quanto quelle che giacciono a.p., avanti pubblicazione, e d.p., dopo pubblicazione). Così tanto tempo che ho fatto persino fatica a recuperare il post dedicato a quell’esperienza lì (anzi, i post).
A fronte dell’esperienza tragica, successero anche un sacco di cose belle in quell’occasione. Credo che fu da allora che divenni un po’ più consapevole del culo che mi ritrovavo ad avere amici che c’erano, per davvero, quando serviva e anche quando non serviva.
A quattro anni di distanza, ci siamo ritrovati di nuovo in mezzo ai boschi, in un posto deliziosamente sperduto e meravigliosamente freddo.
Quattro anni fa era un capodanno, adesso è stato il matrimonio di Ninna, che, per la cronaca, si è sposata a parecchi chilometri da Roma. Così, i Magnifici Sei Simbionti di Roma si sono messi in viaggio su uno scalcinato aereo Ryanair (credo il pilota fosse lo stesso che aveva guidato la navetta in aeroporto, suppongo faccia parte della politica di taglio dei costi), e poi su un sontuoso Galaxy affittato in aeroporto.
Potrei dilungarmi in pagine e pagine di racconti, tra i momenti di panico quando ho guidato io (per motivi oscuri i miei amici non si fidano della mia guida), il momento in cui ci sembrava di esserci persi in mezzo al bosco, stile The Blair Witch Project (ma per davvero), alle battute, le risate, e le colazioni splendide, al mattino, davanti al Monte Rosa.
E forse la tentazione di farlo, e di raccontare tutto, l’ho avuta. Ma queste cose le facevo prima, quando non avevo storie da raccontare, e allora tutto faceva brodo per la mia voglia di scrivere, che fosse la mia ultima gita a Pompei o un pezzo dell’Iliade che avevo letto e amato particolarmente.
No. Adesso non ce la faccio più. E non solo perché racconto altre storie. Perché piuttosto ogni singolo minuto di questi tre giorni insieme è stato così intriso di vita, così profondamente metabolizzato e vissuto, che è diventato tutto troppo intimo e riservato.
Questi tre giorni appartengono a noi, sono solo nostri, e quel che ci ha fatto ridere, quel che ci ha fatto commuovere, non credo potrebbe essere capito da altri. È questo probabilmente il senso dei rapporti veri: possedere una grammatica comune che gli altri non conoscono, appartenere allo stesso immaginario, costruito giorno dopo giorno imparando a conoscersi, a fidarsi, a volersi bene.
Era venerdì sera quando, sotto il piumone enorme, prima di spegnere la luce e dormire ho detto a Giuliano che era un sacco di tempo che non mi divertivo così. Perché era un sacco di tempo che avevo dimenticato le cose che contano. Perché era un sacco di tempo che nella mia vita era rimasto molto di ciò che serve a farti sopravvivere, e poco di quel che ti fa vivere. Perché non avevo più testa per i miei amici, perché il lavoro, le scelte, la casa e miriadi di altre cose mi avevano portata via. E ora è come svegliarsi da un lungo sonno, e ritrovare intatte le cose che ami: la pioggia fuori dalla finestra, l’odore delle castagne sul fuoco, e le persone cui voglio bene.
A volte ci vogliono tre giorni così, da gita scolastica. Solo per ricordarsi cosa conta nella vita, quel che non devi mai perdere di vista.