Ok, lo confesso. Sono un pochino preoccupata. Guardo con preoccupazione al Tevere perché almeno due persone di mia conoscenza lavorano da quelle parti. Ma mi angoscia anche l’Aniene, che sta dietro casa e ha già straripato. Un’ora fa hanno chiuso una strada che faccio tutte le mattine per andare a lavoro. Ho ancora un’alternativa per uscire dal quartiere, e spero che non chiudano anche quella. E poi mi domando: ma domattina riuscirò ad arrivare a Termini? E se ci arrivo, riuscirò a prendere il treno per Milano? Lo scopriremo solo vivendo.
Continua a piovere, lento e inesorabile. Il classico caso della goccia che con tenacia incide la pietra. E queste milioni di gocce che stanno cadendo in questi giorni stanno davvero piegando questa città.
Stamattina l’Aniene sembrava un lago fangoso. Da ieri mattina si sarà alzato di un altro paio di metri almeno. Ora lambisce l’autostrada e comincio a temere per il mio ritorno a casa, in tempo per prendere gli scatoloni della ditta di traslochi.
Piove. Il rumore del gocciolatoio martellato dall’acqua è diventato la ninna nanna delle mie ultime notti.
Faccio fantasie strane, in questi giorni. Ormai sono così abituata a filtrare il reale attraverso lo schermo della mia scrittura che mi risulta quasi impossibile non inventare storie su tutto, anche sulle cose più tragiche. E questi scenari postapocalittici di una città eterna sotto l’acqua, questo scrutare di continuo il cielo, contando le gocce, un occhio alle nuvole e l’altro al fiume, mi stimola fantasie macabre e oscure, di cui un po’ mi vergogno.
Questo castigo celeste, in tutti i sensi, questa fanghiglia che lenta avvolge tutta la città, questa acqua quieta che piano ci distrugge e ci erode, mi incuriosisce e mi lascia sgomenta. Per una volta, attendo anch’io un raggio di sole.