Continua la mia indagine nei diari del liceo. Ho iniziato a tirare fuori la roba dagli scatoloni, ma per ovvi motivi ho dato la precedenza a vestiti e roba per la cucina. Per cui, a parte un Gaiman miracolosamente recuperato, i diari restano la mia lettura privilegiata.
Mi sto divertendo parecchio. C’erano cose che avevo completamente dimenticato. Episodi delle medie che ricordo a malapena, e soprattutto amori, travagliati o meno, che all’epoca mi riempivano le giornate.
Ovviamente, c’è la cronistoria minuto per minuto della grande passione dei miei quindici – diciotto anni. È incredibile come non riuscissi mai a parlare del mio ragazzo/miglior amico di allora senza scadere in deliri pseudoletterari; era come se non fossi in grado di parlare di lui altrimenti se non attraverso il filtro del mio desiderio di raccontare cose. Ero scrittrice già allora, dannazione.
Più immediate sono le pagine dedicate a passioni più transitorie. Il ragazzo conosciuto in vacanza, il compagno di scuola. Lì mi limitavo a un resoconto più o meno dettagliato di quel che mi accadeva, con l’evidente intento di raccogliere le idee e cercare di capire se a Tizio, Caio e Sempronio piacevo davvero o no. Premettendo che non riuscii a concludere nulla di buono con nessuno; all’epoca ero forse ancora più complessata di ora, per cui ero convinta che non sarei piaciuta mai a nessuno (fatta esclusione per il famoso amico/ragazzo/amante/nonsocomedefinirlo che ero convinta fosse l’unico che potesse pigliarmi, perché ai miei occhi era nerd quanto me), e per altro avevo anche, diciamocelo con onestà, scarsa voglia di far scontrare quei miei amori platonici con la cruda realtà. A diciassette anni non sei ancora pronta per scoprire che il ragazzo che ti piace tanto russa, si infila le dita su per il naso, o usa lo stuzzicadenti a fine pasto, ossia è una persona normale e non una specie di essere angelicato.
Innanzitutto, rileggendo ho scoperto che tutti questi brevi amori sono quelli che ricordo con più tenerezza e affetto, come il fatidico bacio che diedi una sera a un caro amico. Perché, appunto, con queste persone non avemmo mai modo di rovinare tutto stando assieme, come il 90% degli adolescenti fa quando si accoppia. Non ci furono liti, ripicche, e melodrammatiche scene madri.
Secondo, il mio occhio smaliziato coglie ora molte cose che all’epoca non capivo. Tipo che avrei potuto avere una vita sentimentale molto più allegra se avessi saputo che in genere basta far capire chiaramente ad un sedicenne che ti piace per rimediare quanto meno un paio di limonate. Rileggo certe vicende tra me e un tizio che mi piaceva e scopro che forse, fossi stata più sveglia (e magari lui più stronzo) probabilmente almeno un bacetto ce lo saremmo scambiato. E capisco anche quanto perdutamente romantica fossi; in ogni cosa mi sembrava di scorgere un’affezione particolare da parte del ragazzo che mi piaceva, e invece era semplicemente che lui ci stava provando, come i ragazzi di quell’età fanno con tutte quelle che non ritengono veramente inguardabili.
Ora, non è che io stia distruggendo i miei diciassette anni con un cinismo da donna vissuta che per altro manco mi appartiene. Soltanto guardo a quei tempi con un filo di disincanto in più, e anche con affetto, come osservassi una figlia.
Chissà che fine hanno fatto tutte queste persone. Chissà dove sta il ragazzo che mi rallegrò una settimana nell’unica estate in cui mi godetti un po’ di più il paese, e il compagno di scuola che mi faceva battere forte il cuore. Mi piacerebbe saperlo, perché in tutte quelle storie resta qualcosa di incompiuto, sebbene siano morte e sepolte. Proprio perché non condussero mai a nulla, proprio perché non ci fu contatto di pelle contro pelle restano sospese nel magnifico limbo delle cose che sarebbero potute essere. Nei miei ricordi sono eternamente cristallizzate nell’attimo in cui le ho provate, intrise di un’attesa e un’aspettativa destinate a non finire mai.
La novità è che non le rimpiango. Avevano un senso allora, quando le ho vissute. Poi ne sono venute altre, diverse, nuove, e altre ancora ne verranno. E ognuna avrà senso vissuta nel suo tempo, contestualizzata all’epoca in cui l’ho provata.