Archvi dell'anno: 2008

In attesa di un raggio di sole

Continua a piovere, lento e inesorabile. Il classico caso della goccia che con tenacia incide la pietra. E queste milioni di gocce che stanno cadendo in questi giorni stanno davvero piegando questa città.
Stamattina l’Aniene sembrava un lago fangoso. Da ieri mattina si sarà alzato di un altro paio di metri almeno. Ora lambisce l’autostrada e comincio a temere per il mio ritorno a casa, in tempo per prendere gli scatoloni della ditta di traslochi.
Piove. Il rumore del gocciolatoio martellato dall’acqua è diventato la ninna nanna delle mie ultime notti.
Faccio fantasie strane, in questi giorni. Ormai sono così abituata a filtrare il reale attraverso lo schermo della mia scrittura che mi risulta quasi impossibile non inventare storie su tutto, anche sulle cose più tragiche. E questi scenari postapocalittici di una città eterna sotto l’acqua, questo scrutare di continuo il cielo, contando le gocce, un occhio alle nuvole e l’altro al fiume, mi stimola fantasie macabre e oscure, di cui un po’ mi vergogno.
Questo castigo celeste, in tutti i sensi, questa fanghiglia che lenta avvolge tutta la città, questa acqua quieta che piano ci distrugge e ci erode, mi incuriosisce e mi lascia sgomenta. Per una volta, attendo anch’io un raggio di sole.

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Arca di Noè cercasi

Erano circa tre anni fa, e scrivevo questo. All’epoca vivevo a Monaco di Baviera, era la prima volta che convivevo con Giuliano e non avevo una casa a circa dieci minuti dall’Aniene.
Stamattina, leggo invece questo. Roma si allaga sempre. È il mio ricordo più antico legato a questa città: in giro nella Uno dei miei sotto la pioggia, con l’acqua che arriva a metà ruote. Però stanotte è stato qualcosa di indescrivibile: otto ore e passa di temporale. Ininterrotte. Mi svegliavo di tanto in tanto e tuonava, mentre la pioggia batteva sul gocciolatoio del mio balcone. È stata una di quelle cose da diluvio universale, che pensi che forse Dio ha dato uno sguardo in basso, e si è detto che davvero non ne vale più la pena. E giù ad aprire le cataratte del cielo.
Per fortuna, io, nei mei spostamenti, lambisco la città, e prendo anche il lato fortunato del Raccordo, per cui c’ho messo solo 45 minuti per arrivare in università, un quarto d’ora in più rispetto al solito. Però sono passata accanto all’Aniene che, come ricorderete, passa a dieci minuti da casa mia. Sembrava lo Stige. Un fiume lutulento che scorreva pigro, gonfio di fango e terra, stretto a malapena tra argini angusti. Aveva già inghiottito una buona parte degli alberi vicino alla riva, tanto che dall’acqua spuntavano solo i rami più alti, disperati alla ricerca di un po’ di aria e luce.
Io abito in collina. E per altro sto anche per traslocare sulla collina accanto. Per cui, anche se l’Aniene straripasse, come è accaduto questa primavera, non ci sarebbero problemi. Per me. Ma c’è gente che ha la casa vista fiume, non ultimo il campo degli zingari di Via di Salone. Piove sempre sul bagnato.

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Sono un’italiana notevole

Ho un amico che spesso mi prende in giro, specie quando incontriamo qualcuno che non conosciamo. In genere mi presenta lui, con un pomposo “lei è Licia Troisi, la più grande scrittrice fantasy italiana vivente!”. Non ricordo esattamente da dove è uscito fuori questo inside joke, credo l’avessimo letto da qualche parte, e da allora questa tiritera me la ripete spesso.
Al riguardo, gli ho fatto notare un giorno che quel “vivente” mi fa sempre un brutto effetto: sembra quasi che te la stiano tirando.
Ora.
L’altro giorno ero a telefono con un altro amico, che ad un certo punto ha iniziato a sciorinarmi una mia breve biografia corredata anche da una citazione (“Lo scrittore fantasy è un imbroglione, prende in giro il lettore” blablabla, che se non erro esce fuori da uno dei miei Farheblog). Solo alla fine mi ha detto dove l’aveva trovata.
Il Catalogo dei Viventi.
Sottotitolo: 7247 italiani notevoli.
Cioè, esiste questo libro che racchiude le minibiografie (mini insomma, dipende dal personaggio: Andreotti e Cossiga si meritano sei colonne fitte, Valeria Rossi, quella di Tre parole cinque righe) di un tot, 7247, italiani famosi per i più svariati motivi. Per esempio, c’è Rossin Valentino, qualifica postino, assurto agli onori della cronaca per essere stato arrestato nel 2007 come appartenente alle Brigate Rosse. O Giorgio Caniato, che è ispettore ecclesiastico nelle carceri. Le voci non sono necessariamente enciclopediche; per dire, apprendo dalla voce corrispondente che il colore preferito di Paolo Giordano è il verde acido.
Ecco. A me questa storia fa ridere. Innanzitutto per il titolo. Viventi. Ok, lo so, è una tara mia, ma quando sento qualcuno appellato come vivente, mi sembra di vedere qualcuno che gufa perché diventi presto dipartito. Va anche detto che Catalogo dei Viventi fa molto opera classica latina o greca (che so, il catalogo delle navi dell’Iliade); o anche opera Lombrosiana (cataloghiamo tutti gli esseri umani secondo qualche criterio). Ma è il sottotitolo che mi diverte: italiani notevoli. Ora, giornalisticamente parlando è ovvio cosa sia un italiano notevole. Ma se volessimo dare all’aggettivo un senso diverso, farlo diventare un giudizio di merito, chi dice che scrivere un libro, fare un film, essere un politico ci rende degni di nota? Mi viene in mente la canzone di Caparezza Eroe (storia di Luigi delle Biococche), e più ci penso più credo che sia vero. Che le persone notevoli 90 volte su 100 agiscono nel silenzio e nell’indifferenza, perché passiamo così tanto tempo a cercare il successo altrove che ci dimentichiamo le vie più battute. Se penso alla mia vita fin qui, a quel che ho fatto, sono più orgogliosa della mia piccola vita quotidiana, il marito, la casa, la laurea, che dei nove libri. Il successo è una cosa che qualcuno, per motivi il più delle volte imperscrutabili, ti regala. Una famiglia è una cosa che ti conquisti giorno per giorno.
Tutto questo per dire che mi fa davvero sorridere stare in mezzo agli italiani “notevoli”.
E per farvi capire il senso della cosa, in coda a questo post metto una foto del tutto speculare a quella di apertura, che Ninna mi ha mandato via posta proprio stasera. Mi piace un sacco, anche se mi si vede il naso con la gobba e sono brutta come al solito. Perché esprime proprio quel che dicevo prima: la bellezza straziante delle piccole, gigantesche cose della vita. Quelle per cui tutti, alla fine, ci diamo così tanto da fare su questa terra.

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Monaco

La mia passione per Monaco è come tutti gli amori: sostanzialmente immotivata. Non ho poi viaggiato così tanto nella mia vita, ma ho girato un pochino l’Europa, e abbastanza bene l’Italia. E di città oggettivamente più belle di Monaco ne ho viste. Voglio dire, vivo a Roma, che probabilmente è anche la città più bella del mondo.
Ma Monaco è appunto come i grandi amori: non è tanto la bellezza che conta. Tuo marito non è l’uomo più bello del mondo, né lo consideri tale. Però succede ad un certo punto che capisci che la persona con cui stai ti corrisponde; ama quel che ama tu, ti capisce ad un livello che gli altri non hanno mai raggiunto, e risponde a bisogni che neppure credevi di avere. E a quel punto ti rendi conto che è per sempre.
Monaco è così. Mi dà cose cui ho spesso aspirato, ma che non credevo di poter trovare, e altre cui non osavo neppure sperare. Le mille luci con cui si accende la sera in questo periodo, l’odore di gluehwein e mandorle tostate, il freddo secco e asciutto, la neve.
Ero ragazzina quando ci venni la prima volta, e quando misi piede nella sua stazione non sapevo che ero già perduta, che sarebbe stato per sempre. Avrei dovuto capirlo dalla gioia che mi dava tutta quella neve, dalla muta ammirazione davanti dalla Rathaus, da come mi lasciavo inebriare dai suoi odori. E poi quei tre mesi che hanno cambiato tutto. 4 novembre 2005, 14 febbraio 2006. Tra neve, mercatini di natale, e lunghe corse in tram.
Quest’ultimo viaggio appena concluso, il quinto nella città dei miei sogni, è stato in una volta sola un ritorno al passato e un piccolo passo verso il futuro. In una lunga passeggiata per la città, tra i mercatini di Natale e le strade battuta dal vento, con la musica che mi aiutava a cancellare tutto quel che non fosse la città e me stessa, ho ritrovato le radici del mio amore per questo posto. Ma al tempo stesso ho superato la struggente nostalgia che ne ho da quando sono andata via. Perché in qualche modo ho capito di portarmi dentro questo luogo. C’è un pezzetto delle sue vie e dei suoi odori anche a Roma, e ovunque vada. Perché Monaco è il mio immaginario, il mio posto segreto, il rifugio in cui vado quando ho bisogno di ritrovarmi. È lì, a un’ora di volo da casa mia, mi attende sempre identica a se stessa e sempre pronta a stupirmi. Ed è con me in quel che sono e in quel che amo.
Non credo sia facile capire perché mi stavo commuovendo, giovedì sera, mentre compravo le decorazioni per l’albero nuovo, o perché una semplice zuppa in un piatto di coccio mangiata tra le bancarelle del mercatino medievale sia in grado di farmi stare così bene. Lo capiamo io e Giuliano, che così tanta parte di noi abbiamo regalato a questo posto. Ma stavolta non sono partita carica di rimpianti. Ho ripreso la strada verso casa pronta a ricominciare da dove avevo lasciato tutto. E forse non conta più neppure così tanto se questa città sarà nel mio futuro o meno; è con me in ogni caso, assieme a tutte le cose che amo.

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Vaticano vs omosessuali

Il mio rapporto con la fede, e soprattutto con la Chiesa, lo conoscete. Devo dire però che con l’andar del tempo le mie posizioni si stanno lentamente spostando, conducendomi sempre di più al di fuori di ogni definizione. Anche perché ormai essere cattolici come vuole la Chiesa e contemporaneamente sentirsi bene con se stessi e la propria coscienza è una mission impossible.
No, è che due giorni fa è uscita questa notizia.
Commentarla è persino inutile. Voglio dire, la mia prima reazione è stata: “Capperi, il papa vorrà far carriera come muezzin, dato che gli unici paesi in cui ricordi che l’omosessualità è un reato sono islamici”.
Poi ho letto le motivazioni. E lì è scatta l’ilarità. Quindi, per evitare che gli stati in cui l’omosessualità è reato, poveri, vengano discriminati dagli altri, lasciamo pure che i gay vengano uccisi, magari per lapidazione, condannati all’ergastolo, ai lavori forzati, deportati o frustati. È risaputo che l’orgoglio nazionale vale molto più della vita umana. È anche questo che viene detto ripetutamente nel Vangelo, assieme a non usare contraccettivi, non usare le cellule staminali e non praticare l’eutanasia. Cos’era, il vangelo di Matteo?
Fino a quando tra una tirata sul profilattico e l’altra il papa diceva anche cose serie (non lo so, l’attacco alla mafia, per dirne una) potevo ancora sentirmi bene ad entrare in una Chiesa e definirmi cattolica. Ma adesso che ogni esternazione degli alti vertici del clero è, se va bene, inopportuna, se va male uno sputo in faccia a milioni di persone che nel mondo vengono uccise, schernite e discriminate, allora no, mi spiace, il gioco non vale più la candela.
Quel che trovo più fastidiosa è stata la diluizione e lo stravolgimento del messaggio evangelico con l’andare dei secoli, per cui ormai del senso del cristianesimo è rimasto ben poco, se non un’enorme struttura di potere che sembra devota solo a perpetrare se stessa.
Sì, è vero, ho conosciuto e conosco preti di tutt’altra levatura, e so che la chiesa cattolica non è solo il papa o la CEI. Ma questo non basta. Perché il papa è la più alta carica spirituale nel cattolicesimo, è lui che decide cosa è cattolico e cosa no, non la miriade di preti di periferia combattivi che ho conosciuto nella mia storia.
Per cui, non lo so. Ma mi è sempre più evidente che una cosa è la chiesa, che tutto sommato è solo un apparato profondamente secolare, assai poco interessato alle istanze spirituali degli uomini, e un’altra è la fede, un fatto intimo e personale di ogni uomo.

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La buonanima di Galileo si rivolta nella tomba

Essendo stata parecchio a letto in questi giorni, mi sono potuta dedicare allo studio del passatempo più diffuso sulla rete: la rissa tra persone di opinioni diverse. Un ricettacolo di risse interessanti è il blog di Paolo Attivissimo. Intendiamoci: il suo blog mi piace molto, il servizio che offre ai lettori è utilissimo, ammiro la sua puntualità nelle indagini che conduce. Però, parlando di bafule e leggende metropolitane, attira i commenti di molta gente che veramente si rende ridicola.
Mi sono appassionata di recente alla questione biowashball. Ne avevo sentito parlare alla radio, e già la raffrazzonata spiegazione di chi la pubblicizzava m’aveva lasciata perplessa. Infrarossi agitando palline di ceramica? Aumentata “mobilità” dell’acqua? Poi ho letto l’inchiesta di Attivissimo e ho tratto le mie conclusioni. Cioè che c’è gente che lucra in modo ignobile sul desiderio della persone di essere migliori, nello specifico di vivere facendo meno male possibile all’ambiente. Ma comunque. Non è questo il punto.
Il punto è che Attivissimo, Salvagente e Mi Manda Raitre hanno presentato prove scientifiche della non efficacia della palla. Hanno condotto degli esperimenti controllati e replicabili, e hanno concluso che palla e acqua fresca detergono allo stesso modo. Eppure, al commento cento e passa della discussione che vi ho segnalato, esce ancora fuori qualcuno che fa “ma io l’ho usata e funziona”.
Ecco, questo atteggiamento è significativo della totale ignoranza che la gente ha dei metodi della scienza.
Ci sono verità che la scienza non può appurare (o filosofia e religione sarebbero morte da un pezzo. Ok, molti di voi sono per la morte della religione, lo so, ma almeno la filosofia me la concederete). L’efficacia di un prodotto che garantisce di pulire con la sola imposizione delle mani è una di queste verità. Ora, il metodo scientifico, con buona pace di Feyerabend (è una battuta, non mangiatemi), esiste, è stato codificato e si insegna tipicamente alla scuola media. Per dirne solo un paio:
l’esperimento deve essere riproducibile, ossia una qualsiasi persona, nelle stesse condizioni e con la stessa strumentazione, deve poter ripetere l’esperimento e ritrovare gli stessi risultati;
le misure devono essere ripetute, sempre ovviamente nelle stesse condizioni (nel nostro caso, numerosi lavaggi sullo stesso tipo di capo, con lo stesso grado di sporco, con la stessa lavatrice, stessa durata del lavaggio e stesso quantitativo d’acqua);
le condizioni in cui si svolge l’esperimento devono essere note e controllate (conosco il tipo di lavatrice, conosco il tipo di sporco, la durata del lavaggio e via così);
deve esistere un modo oggettivo per fare le misure (no, “ad occhio è pulito” non vale).
Queste cose non me le sono inventate io né la nonna del mio vicino di casa. Sono regole testate da secoli di indagine scientifica, affinate dalla pratica, elaborate nei secoli fin dalla buonanima di Galielo, che ci portò fuori dal medioevo insegnandoci come si fa scienza.
Ecco, a quanto pare tutto questo la gente non lo sa. A fronte di esperimenti scientifici continua a credere nella propria valutazione spannometrica: a me pare pulito, a me pare un metro e mezzo, io penso che funziona. Ed è verità. Incontrovertibile. Perché a me sembra così.
Ora, se la palla funzioni o meno non mi interessa. Non è questo il punto. Il punto è che dopo secoli nei quali la scienza ha provato la sua capacità di raggiungere un certo tipo di verità, di appurare un certo numero di fatti in modo incontrovertibile, verificabile e replicabile, la gente pensa ancora che si possa stabilire se una cosa è vera o meno così, a occhio.
Altro che religione che ammazza la scienza. La scienza la ammazza questa profonda ignoranza, per cui uno non sa neppure qual è il valore di un esperimento scientifico e quali sono le condizioni per stabilire se una cosa funziona o meno.
Vi dirò: mi fa molta più paura la signora che commenta da Attivissimo dicendo che “e però a me i panni vengono puliti” di fronte alle prove scientifiche che non è vero del prete che la domenica celebra la messa. Perché credere o non credere è una scelta, ma l’ignoranza ci toglie la libertà. E per di più ce la impongono dall’alto.

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L’edificante ed esemplare storia del blogger non anonimo

Il blogger non anonimo è in principio un forumista. Si firma nome e cognome dovunque vada perché non ha ben capito questa storia dell’anonimato. Si vanta di mettere la faccia sotto le sue opinioni, non capisce perché non dovrebbe farlo.
Durante l’adolescenza ha riempito pagine e pagine di diario, convinto che “un giorno lo farò leggere ai miei figli/marito/moglie/genitori”. Perché al blogger non anonimo piace scrivere ed essere letto.
Il blogger non anonimo (ancora in fieri) scopre il meraviglioso strumento dei blog. Cazzo! Scrivo e c’è pure gente che mi sta a sentire! Se mi dice culo magari mi fa anche i complimenti!
Il blogger non anonimo si apre allora un account su una piattaforma di blogging ed è pronto a partire. Si fa il suo bloggettino, e inizia a riempirlo di fatti suoi, dalla disavventura in montagna ai drammi quotidiani della casalinghitudine. Sotto c’è la sua firma. Nome e cognome. Voglio dire, che male c’è?
All’inizio è una gran figata. Pubblico simpatico, nessuna limitazione di argomento, qualche applausino qua e là.
Poi però le cose cambiano. Gli anni passano, gli argomenti toccati aumentano, e diciamo anche che il nostro blogger non anonimo cresce, e gli succedono un tot di cose. Lo leggono parecchie persone, non esclusi i conoscenti, e lui vuole continuare ad essere carino e divertente. Diciamo anche che è un personaggio pubblico, e, in quanto tale, molti pensano che di lui si possa dire un po’ di tutto, dall’insulto più o meno velato alla lode sperticata.
Così, fatalmente arriva la prima mattina in cui si siede e si rende conto che la cosa di cui ha veramente voglia di parlare è un fatto grave della sua vita privata. Diciamo una cosa che coinvolge terzi, tanto per complicare il livello di difficoltà. E si accorge che non ne può scrivere. Perché ci sono terzi coinvolti, innanzitutto, e lui firma i suoi post, tutti sanno chi è e cosa fa. Perché dovrebbe violare la privacy di un’altra persona mettendo i suoi fatti in piazza? E poi perché improvvisamente percepisce che non ha voglia di leggere i commenti che di certo arriveranno, che non vuol dare le proprie lacrime in pasto a detrattori e ammiratori, e che, insomma, ha voglia di scriverne, ma non in modo che lo leggano tutti. Perché lui è non anonimo, ricordiamolo. E allora o non scrive, o scrive d’altro.
Un bel giorno, il blogger non anonimo si rende conto che ha un sacco di voglia di scrivere che quel determinato detrattore che l’ha insultato gli sta sul culo. Sì, testuali parole. Ha già pronto un post al vetriolo. Ma, calma. Dar contro a chi ha evidentemente insultato per scatenare un flame-war è da idioti, è fare il gioco del nemico. Tanto più che è anche una battaglia persa in partenza. Cazzo. Fosse stato anonimo lo sfizio se lo poteva pur passare. Uno sfogo senza firma sotto e senza faccia a corredo, ma così…e allora lascia perdere e parla d’altro.
E si va avanti così ad libitum, assommando giornate sempre identiche che finiscono puntualmente che quel che scrive non è quel che pensa, e coltivare il blog è diventato un enorme diversivo in cui si evitano gli argomenti caldi (gli unici interessanti) e si parla delle solite frivolezze. Perché ormai la mattina del blogger non anonimo è più o meno così:
“Oh, di che parlo oggi? Vediamo…
- in questo periodo penso tantissimo al fatto a. Ma, calma. Il fatto a è una cosa piuttosto privata, e tu sei un personaggio pubblico. Voglio dire, vuoi davvero che Tizio, Caio e Sempronio al lavoro sappiano del fatto a? Ok, il fatto a ti ossessiona, e l’unica cosa che ti interessi adesso, ma no, non ne puoi parlare.
- no problem, c’è il fatto b. Calma, il fatto b tira in ballo un tuo caro/a amico/a. Se ne parli puoi lui/lei chissà come la piglia, magari si incazza che hai spiattellato pubblicamente una faccenda tra te e lui/lei…No, no, per il bene dell’amicizia soprassiedi
- ok, ma tanto c’è il fatto c. No, aspetta. Il fatto c tira in ballo tutta quella gente lì che ti ha diffamato sulla rete. E, ehi, tu quelli non li devi sfiorare manco da lontano. Voglio direi, lo sai quanto pallose sono le discussioni che vertono sull’argomento, poi ti tocca mettere in quarantena il blog per un mese. No, no, lascia perdere

- vabbeh, oggi parlo delle chiavi di ricerca”.
E improvvisamente il blogger non anonimo prende in mano i diari di quando aveva quindici anni. Quelli che un giorno avrebbe fatto leggere a cani e porci, e cui ha negato l’accesso finora a chiunque, compresa la moglie. Anzi, quando i genitori c’hanno messo il naso dentro si è incazzato come una iena. E finalmente capisce perché la gente in genere i cazzi propri li racconta ad un diaro con sopra un lucchetto bello grosso, al riparo da troll, amici e parenti.

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Post.Stop.

Accolgo con gioia questa notizia.
Dopo di che, correrò a denunciare Calderoli, che per la verità è solo il primo che mi vengono in mente.
Anyway, scusate se sono così lapidaria e stringata, ma sono a letto col raffreddore, poco incline al post e qualsiasi altra attività differente dal guardare Dexter, vagolare su internet o leggere un buon libro.

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Maschere

Ieri avevo scritto un post di cui ero davvero orgogliosa. Mi ero divertita un fracco, mi sembrava interessante e ben fatto, e l’avevo programmato per le nove di stamattina. Parlava della strategia del terrore, di come la paura venga usata a fini politici. Sì, ok, niente di nuovo sotto il sole, è un tema che ho già trattato molte altre volte, ma, non so, stavolta mi convinceva di più. Poi però è successa questa cosa dell’India, e, come dire, mi è sembrato inopportuno. E l’ho congelato. Ora giace nel limbo dei post salvati, e non so se e quando lo pubblicherò.
Sono quattro anni che ho un blog. Quando l’ho aperto avevo un bisogno fisico e impellente di scrivere. Avevo post scritti in testa per riempire mesi e mesi di blog. Se rileggo adesso quella roba stento a riconoscermi, e non capisco come potessi trovarli persino belli, interessanti. Poi i miei libri hanno venduto tanto, ed è comparso questo specie di muro tra me e questo posto. Quando entro qua dentro e inizio a scrivere la mia parte scrittrice prende il sopravvento sulla mia parte umana, e quel che dico non è più quel che io nella mia interezza sento, ma quel che Licia Troisi autrice de Le Cronache del Mondo Emerso filtra, e scrive.
Credo sia questa la cosa più strana e fastidiosa del successo. Che costruisce maschere. Finisci per vederti così tanto negli occhi di chi ti legge, di chi ti ama, che ti sdoppi. E comprendi perfettamente che c’è un tuo io pubblico, e un tuo io privato. Questo accade anche a chi non scrive o non è famoso. Ce lo ha insegnato Pirandello un sacco di tempo fa. Ma quando così tanta gente crede alla tua maschera, quando così tante persone ti costruiscono addosso questo alterego, allora l’avatar finisce per diventare qualcosa di terribilmente tangibile, di vivo e vero.
Perché non sono io che mostro la parte più piacevole di me in pubblico. È la gente che decide, tutta assieme, di guardare in me il riflesso di ciò che ha provato quando mi ha letta. Sono gli altri che mi costruiscono, che mi vedono per quel che forse non sono.
E questo si riflette su questo posto. A parte quando parlo di politica o del mondo (e lì l’io pubblico e quello privato si danno allegramente la mano), quando scendo nel privato mi sento improvvisamente fuori posto. Proprio perché la gente costruisce la mia maschera, più stringente diventa il bisogno di celare qualcosa agli occhi del pubblico. E non perché sia vergognoso, o dia di me un’immagine che non mi piace. Semplicemente perché è intimo. Ci sono cose importanti, belle e brutte, che mi sono successe e che non ho mai scritto qui sopra. Cose da cui esco pian piano solo ora (e dio voglia che se ne possa uscire definitivamente, prima o poi) che mi hanno cambiata, che hanno radicalmente modificato il mio modo di percepire le persone che amo, ma che non trovano posto in questo blog. E più passa il tempo più il novero delle cose di cui mi sento di parlare qui sopra si riduce. Non sono neppure riuscita a raccontare davvero i tre giorni coi miei amici, o il mio compleanno. Perché in un mondo che reclama le mia storie e la mia vita, che a volte sembra succhiarmi via linfa vitale, io ho bisogno di tenere delle cose per me.
Ora, cosa tutto questo voglia dire non lo so. Non sto scrivendo l’epitaffio di questo posto, che continuo ad amare troppo per poterlo abbandonare, ma sto solo seguendo il cambiamento. E forse sono un po’ influenzata anche dalla visione di Dexter, che altro non è che un lunghissimo discorso sulle maschere e sull’identità, che ci invita a interrogarci su chi siamo, su quanto possiamo agire su quel che siamo e su come dobbiamo rapportarci con i costumi che la gente ci cuce addosso. Alla fine Dexter È ciò che gli altri vogliono. Così abituato a fingere, a dissimulare, resta al suo posto e sopravvive non per reale amore per la vita, ma per gli altri, per quel che Rita, Deb e gli altri vedono in lui. E so già che alla fine ci sarà identità perfetta tra la sua immagine, faticosamente costruita, e il suo io. Perché a volte fingere è essere.
Ecco. Per me non sarà mai così. Ci saranno sempre luoghi oscuri a me sola noti, in cui potranno entrare poche persone, le sole cui tenga veramente, perché la mia faccia la mostro solo a chi amo.

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Il periodo più bello dell’anno

Ho sempre pensato che questo è il periodo più bello dell’anno. Quello che va dalla seconda metà di novembre alla fine delle feste. È una cosa che mi tiro dietro fin da quando ero bambina. All’epoca pensavo fosse solo l’eccitazione per le feste, che volevano dire tanti regali e tanta roba da mangiare. E invece la cosa è continuata anche quando sono cresciuta, e, certo, ha a che fare coi regali, col mio compleanno (yep, era ieri, grazie mille a tutti per le valanghe di auguri), ma soprattutto con l’atmosfera che respiro in giro. L’inverno dà il suo meglio in questo periodo.
Arriva quel giorno in cui piove, o tira vento, e quando la bufera passa, tutto è cambiato. L’aria è fresca la mattina sa di ghiaccio, e le montagne dietro casa sono imbiancate. E sai che è iniziato, e hai davanti tre mesi della tua stagione preferita, tre mesi da assaporare, da gustare fino in fondo.
Finisce che adoro persino le pacchiane decorazioni dei centri commerciali, che iniziano a tirare fuori lucine natalizie dal 2 novembre, appena passato Halloween, per la dura legge del commercio: le feste devono susseguirsi a ritmo ininterrotto, o il consumatore smette di spendere.
Mi piace pensare ai regali, mi piace pensare all’albero e al presepe che farò, mi piace stare a casa e dedicarmi ad un dolce far niente. Mi piace persino se mi ammalo, e posso concedermi un po’ di ore a letto a poltrire.
Quest’anno avrò un trasloco di mezzo, e probabilmente meno tempo per tenere dentro casa presepe e albero. Però cercherò ugualmente di godermi il periodo. Tanto per cominciare, andrò dove l’atmosfera che tanto mi piace è più forte: tre giorni a Monaco di Baviera nel week end, per ricordarmi di quel natale del 2005, del gluehwein bevuto sotto la neve, e del freddo polare. E poi casa nuova, un capodanno in compagnia e infine tanto riposo, che di quello ho un sacco di bisogno

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