Archivi del mese: gennaio 2009

Oh. My. God.

Io ci provo a non parlarne, ma…voglio dire, aspettavamo questo momento da quattro anni. Io, per la precisione, da tre. Da quando vidi l’occhio di Jack spalancarsi su un groviglio di bambù e liane. Da quell’istante, ero dentro, perduta definitivamente. Lost.
Dopo quattro anni passati ad accumulare domande, dubbi, misteri…dopo quattro anni nella nebbia, improvisamente i pezzi iniziano a chiarirsi. Ogni puntata, una tessera che va ad incastrarsi. Che accende una luce. Magari fallace. Ma l’accende.
Avevo detto che il finale di Lost non avrebbe potuto accontentare nessuno, che sarebbe stato deludente, e che comunque non avrebbe avuto importanza. Inizio a ricredermi. Perché Lost sta iniziando a stupirmi. Quando ormai pensavo che non ci fosse altro da dire. Quando credevo di essermi abituata all’Isola e alle sue stramberie, ai suoi misteri. Hanno cambiato le carte in tavole (“he changed the rules”, come disse Ben qualche tempo fa), hanno partorito un nuovo Lost dal vecchio, e c’hanno lasciato senza parole.
Da qui in poi, vietato a chi non sa nulla della quinta stagione. O che non vuole saperne nulla.
Vi do tre righe di tempo.
Meno tre.
Meno due.
Meno uno.
Charles Widmore era sull’isola, pischello. Se Locke avesse premuto il grilletto, se Sawyer avesse avuto una mira migliore, Lost non sarebbe mai esistito. Cioè. Parliamone. Il destino, eccolo. I personaggi intrappolati nello spazio tempo non possono far altro che fare quel che fanno. Locke non può sparare, perché sappiamo che quel son of a bitch di Widmore è vivo è vegeto nel 2007. Locke non può far altro che incontrare Richard e dargli la bussola, e dirgli “vienimi a vedere tra due anni”, perché nel 1956 Richard va ad assistere alla nascita di Locke, perché va da lui e gli mostra la bussola, sperando che la prenda, mostrandogli dunque la veridicità delle parole di Locke del passato. Una specie di principio antropico dell’Isola.
È come vedere il dietro le quinte del Lost che abbiamo visto finora. Perché l’aereo di Mr. Eko è precipitato sull’Isola? Perché Ben, nel futuro, l’ha spostata. Perché Richard voleva che Locke prendesse la bussola? Perché era l’unico modo per riconoscerlo.
Locke. Locke è la personificazione dello spettatore in Lost. Locke ucciderebbe la madre per sapere cos’è l’Isola, e lo spettatore uguale. Locke ha capito tutto quando chiede al soldatino insopportabile chi sia, e quello gli risponde che sì, lui è Charles Widmore, e sorride nello stesso identico modo in cui sorride lo spettatore.
E poi, la bomba H. Ho una mia teoria sulla bomba H. Faraday dice che è instabile, che bisogna seppellirla, sotto un sacco di cemento. Vi dice qualcosa? A me ricorda la hatch, e il suo mitico count down.

Vedremo.
Sono esaltata.
Eccitata.
E pure un po’ sconvolta.

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Come in un romanzo

Proprio ieri pensavo che vista dall’esterno la mia vita deve sembrare una figata: ogni fine settimana in viaggio, spesso in posti molto belli, incontro tanta gente simpatica e tanti ammiratori.
Tutto questo è ovviamemte vero, lo pensavo ieri mentre attraversavo una meravigliosa Venezia notturna. Ma ci sono i contro: sempre con le valige aperte, mai un momento per respirare…e poi fare i conti con la fretta e un certo grado di stress.
Ieri sera avevo un’importante cena di lavoro. Molto importante. Non mi si richiedeva molto: prendere un aereo e arrivare puntuale. Ma io sono arrivata in aeroporto senza documenti di riconoscimento. Intendo proprio nessuno. E ovviamente me ne sono accorta al controllo di sicurezza.
Chiama la mamma per farti portare la carta di identità fendendo il traffico di Roma, chiedi alla polizia se puoi volare con la tessera sanitaria, disperati pensando al casino che hai combinato.
Ho passato un’ora d’inferno, seguendo in diretta i disperati tentativi di mia madre di arrivare a casa nonostante un ingorgo mega galattico. Grazie ad una polizia di frontiera gentilissima, e a Giuliano che mi ha mentito dicendomi che no, non ero un’idiota, e che può capitare quando voli venti volte l’anno, ho scoperto che bastava un fax della carta d’identità. Ma mia madre alle cinque e mezza era ancora bloccata a quattro chilometri da casa in un ingorgo apocalitrico, e l’imbarco iniziava di lì a quindici minuti.
Ho seriamente pensato che la mia buona stella mi avesse abbandonata, che stavolta non c’erano santi e stavo a) per perdere un incontro importante, b) per fare un figura di cacca clamorosa. E poi, l’illuminazione:
Giuliano: “ma non hai nel mac una scannerizzazione della carta d’identità?”.
Ce l’avevo. Perchè faccio sempre un sacco di deleghe per raccomandate e pacchi vari, e quindi c’ho sempre una scan pronta dei documenti.
La polizia dice che si può fare, e vado all’imbarco.
A raccontarla non ci si crede. All’imbarco, invece del documento, ho aperto il mac. E ho volato.

Ora, anche il culo ha un suo limite, per cui oggi a Venezia non ci sono stati santi. La compagnia s’è rifiutata di imbarcarmi, pare sia a loro discrezione se accettare un passeggero senza documenti, e non mi hanno accettata. Per cui ora sono da qualche parte nella pianura padana, su un treno che per portarmi a Roma ci metterà il quadruplo dell’aereo, ma gli errori si pagano, e tutto sommato la mia pena è stata mite.
La prossima volta a casa magari ci lascio la testa, ma la carta d’identità di certo no.

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Dubbi

Oggi ho letto questa intervista alla figlia di Totò Riina. È una strana coincidenza della vita, perché stamattina, a La Storia Siamo Noi, ho anche sentito il figlio di un gerarca nazista.
Non so esattamente perché, ma l’intervista di Repubblica mi ha colpita. Perché, di prim’acchito, mi è risultato difficile condannare l’atteggiamento di questa donna. Innanzitutto perché si può essere assassini, mafiosi, uomini di nessun valore, e contemporaneamente, e paradossalmente, buoni padri. Senza, ovviamente, che questo infici in alcun modo il giudizio che si deve avere nei confronti di un criminale. Fa parte delle contraddizioni della natura umana, di quei misteri che ci inquietano. L’idea che un criminale sia una persona normale, come noi ci lascia sgomenti: perché allora non posso mettere tra me e lui la distanzia della differenza. Lui è come me, e dunque anch’io potrei diventare un giorno come lui. È questo il dilemma col quale dobbiamo fare i conti tutti i giorni: il dovere della scelta, e il dover convivere con l’idea che il male è lì, a portata di mano, per tutti.
Secondo, ho pensato che non dev’essere così facile accettare di essere figli di qualcuno che ha compiuto gesti atroci, che è portatore di disvalori che mangiano dall’interno lo stato come un cancro. Tanto più se in quei disvalori si è stati cresciuti, se in qualche modo li si è assorbiti.
Ma.
Ma c’è chi invece riesce a rompere i legami d’affetto con la famiglia. Chi riesce ad accettare che il proprio padre, una figura amata, qualcuno che magari non ha mai mancato nei nostri confronti, sia al contempo un criminale. Come il figlio di quel gerarca nazista, che ha rinnegato suo padre. Tanto di cappello, mi si dirà, non è una cosa facile. Certo. Ma è dovuta? È ciò che viene richiesto a tutti i figli di? C’è una responsabilità dei figli nelle colpe dei padri? Ne portano il peso, ne devono pagare lo scotto?
Forse sì, è un dovere morale chiedere scusa, prendere le distanze, mostrare di essere davvero diversi.
Ma se non lo si fa? Si deve condannare? Si deve disprezzare?
Ecco, questo non lo so.
Il rifiuto di Maria Concetta Riina a parlare di vittime, di mafia, è semplice rimozione di un passato doloroso o piuttosto è il segno della sua provenienza da una cultura mafiosa, e della sua adesione ad essa?
Un sacco di domande. Che non cambiano di una virgola i fatti, ma mi lasciano con un sacco di dubbi sulla nostra natura di uomini.

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L’amo

Ormai è più o meno regolare: almeno una volta a settimana penso di mollare questa storia del blog. Una volta è perché non mi sono sentita libera di parlare in tutta franchezza di qualcosa, la volta dopo è perché la discussione stagna, quella dopo ancora sono mere riflessioni oziose. Ne ho parlato qualche giorno fa in un’intervista con lui. E di fronte alle sue domande mi sono ritrovata a mettere ordine tra le mie riflessioni sparse su internet, sui forum e sul mezzo blog.
E finisce che sono sempre più scettica. Questo eccesso di comunicazione, questo azzeramento delle distanze fisiche, si traduce davvero in uno scambio proficuo di idee? O abbiamo solo l’illusione di aver avviato un confronto?
No, perché, come ebbi a dire già in passato, i blog assomigliano tanto a quegli angoli di Central Park in cui uno si può mettere a predicare. Sali sulla tua tua pedana e inizi a parlare di quel che ti gira per la testa. Un processo di selezione fa sì che intorno a te si raduni tipicamente solo chi ti dà ragione. Coi blog uguale. Parli, e ti fai il tuo pubblico, che tipicamente ti apprezza e concorda con quel che dici. Chi dissente o non viene o si esprime in forme che superano il limite della buona educazione. Per cui, alla fine un blog diventa un circolo esclusivo di gente che si dà ragione a vicenda.
E allora, ha senso?
Poi però questo posto finisce sempre per restare in piedi. Innanzitutto perché la voglia di ciarlare e di scrivere è più forte di tutto. Poi perché ci sono affezionata. E poi perché, in un modo che stento a capire, arriva. Ad un pubblico enormemente più vasto di quel che credo.
Ho sempre considerato questo posto piuttosto innocuo. A livello di chiacchiere da bar. Dico la mia, e questa mia resta tutto sommato confinata entro la cerchia dei commentatori. Senza cambiare di una virgola la giornata di nessuno. Invece c’è parecchia gente che mi legge e non mi commenta, e sono un pubblico più vasto di quel che credessi. E le mie parole finiscono di essere tirate al vento, ma a volte arrivano anche a chi non pensavo potesse leggerle.
È una cosa tutto sommato anche un po’ pericolosa, a pensarci bene. Io scrivo una cosa, convinta che la leggeremo io mammeta e tu, e poi invece arriva uno che quella cosa l’ha vissuta, che quell’opinione l’ha provata sulla propria pelle. Ne parlavo riguardo al post di ieri con Giuliano: e se arriva un parente del famigerato “stupratore di capodanno” (odiosa abitudine di etichettare le persone…)o della vittima? Un fatto di cronaca tutto sommato lontano da noi, come se ne sentono tanti, sarebbe diventato un qualcosa di vicino. Saremmo riusciti a parlare serenamente della faccenda? Come si sarebbe evoluta la discussione? Che succeda qualcosa del genere è possibile. Voglio dire, un blog è un posto pubblico, un manifesto. Come tale è un amo lanciato nel mare, e chiunque, davvero chiunque può abboccare. Ci avete mai pensato, quando scrivete i vostri post? Un ragazzo pubblica una recensione di un mio libro sul suo blog, io la leggo, la trovo bella e gli scrivo. È capitato. Un paio di volte è capitato anche a me al contrario (ero io a recensire). L’avreste mai detto? Io no. Non ci avevo mai riflettuto.
Questo blog è un po’ come i miei libri. Non avete idea di dove i miei libri siano arrivati. In luoghi remoti, a toccare persone straordinarie, e mi hanno messo in contatto con tante vite diverse, mi hanno permesso di crescere attraverso il confronto con queste persone, mi hanno insegnato delle cose.
È per questo che questo blog non chiuderà mai, o per lo meno non lo farà a breve. Perché nonostante i limiti, nonostante i dubbi, è una piccola voce che a volte viene ascoltata. E comunque, Manzoni ci insegna che anche 25 buoni lettori valgono la pena, e voi valete la pena di sicuro :)

P.S.
Oggi è la Giornata della Memoria. Tra le tante cose che ho letto, ho trovato questa molto bella. È quasi in tema col post. La parola ormai è l’unica cosa che ci possa salvare. I testimoni stanno morendo, e restiamo noi a dover tenere vivo il ricordo di quello che è stato, noi che siamo venuti dopo, che non abbiamo visto coi nostri occhi, ma coi loro. Contro ogni tentativo di dimenticare e sminuire quel che è stato.

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La posizione (orizzontale) della donna in Italia

Qualche mese fa mi lessi Ancora dalla Parte delle Bambine. Mi piacque e mi interessò, ma qua e là mi ritrovai anche a pensare “no, dai, qui si esagera”. Sarà che la mia esperienza è positiva, che in facoltà siamo più donne che uomini, che a me non è mai capitato di essere vittima di discriminazioni di genere. Ma pensavo che certe cose fossero acquisite.
Sì, come no.
Ieri, il presidente del consiglio ci ha insegnato che se ci stuprano in verità ci stanno facendo un complimento. Quindi, la prossima volta che uscite con uno, aspettatevi che questo vi dica “certo che ti violenterei molto volentieri”. Sorridete timidamente e ringraziate per il complimento. E ci ha insegnato anche che se ci sono gli stupri è colpa nostra che siamo belle. Uscire in burqua aiuta di sicuro ad evitare che gli uomini cadano in tentazione.
Come se non bastasse, abbiamo anche scoperto che se si vuole l’indignazione delle masse occorre farsi stuprare dalla giusta etnia. Male si ti stupra un italiano: è ovvio che l’ha fatto perché era drogato, ma comunque è un ragazzo di buona famiglia, che si è pentito tanto.
Molto male se sei rumena e ti stupra un italiano. È ovvio che eri consenziente.
Non ne parliamo se a stuprarti è un familiare o un amico. Non hai neppure diritto all’onore delle cronache. Stai zitta e continua con la tua vita, che in qualche modo te la sei andata a cercare.
Molto bene invece se sei stata vittima della violenza di uno o, meglio ancora, più stranieri. Lì parte il raid punitivo, i giornali sono tutti con te, la gente pure. Ma, attenta, non perché ti hanno fatto del male. No. Uno perché lo straniero ha osato toccare le nostre donne, e quelle le possiamo toccare solo noi (vedi esempio del tizio che ha violentato una ragazza a capodanno). Due perché il tuo dramma personale si vende benissimo per un paio di voti in più, lo straniero cattivo che ci ruba il lavoro e la femmina fa sempre molta presa.
Ecco qua in due parole la situazione della donna in Italia. In attesa del prossimo 8 marzo, quando ci chiuderemo tutte nei locali a guardare un cubano unto che si spoglia per noi, convinte che quella sia l’emancipazione.

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Back to Lost

Due sere fa in USA è ricominciato Lost, con la quinta stagione. Secondo gli autori, è iniziata la fase delle risposte: basta con i mindgames, con gli indovinelli e i misteri. Da qui in poi scopriremo lentamente tutto, da cos’è l’isola a perché Christian Shepard porta le scarpe da tennis bianche (giuro, hanno detto che lo scopriremo).
Ora, nessuna risposta sulla natura dell’isola sarà soddisfacente, per quanto ben congegnata sarà. Perché l’isola è un archetipo così potente, un’immagine evocatrice di così tante suggestioni, che spiegarla è impossibile. Ormai io sono andata oltre, e dalla quarta stagione ho smesso di farmi domande. Perché la gente sull’isola guarisce? Perché sì. Perché l’isola è sparita? Perché l’isola funziona così. Ormai mi godo solo l’intreccio, la struttura rizomatica, la genialità delle scelte di sceneggiatura.
Credo che il mondo si divida in due: quelli che ormai si bevono qualsiasi cosa Lost ci propini, e quelli che hanno detto basta.
Il punto di svolta è stato verso la fine della terza stagione. Lì comparve Jacob, l’Uomo Invisibile. A quel punto qualcuno disse basta. Mo’ pure l’uomo che non si vede no, e che caspio. Ecco, io ho trovato The Man Behind the Curtain uno dei migliori episodi della terza, e di Lost tout court.
Altri compagni li abbiamo persi col finale della quarta, quando l’isola scompare. Conosco gente che ha detto: ok, l’uomo invisibile, va bene, ma l’isola invisibile no. C’è un limite a tutto.
Come avrete capito, io ormai sono pronta anche allo sbarco dei Puchu sull’isola. Io ho venduto la mia anima, io ormai sono una devota persa, io sono lostista fino al midollo.
L’inizio della quinta stagione è veramente oltre. Oltre ogni limite, oltre ogni immaginazione. Oltre. Adrenalinico, geniale, sconvolgente. E io sono pronta, cavoli. Con ogni fibra del corpo.
Lost is back, e ne avevamo sentito un sacco la mancanza.

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Giudizi (non) universali

Tutto sommato, quand’ero bambina era facile. C’era il professore che ti diceva se eri brava oppure meno. Se all’interrogazione eri andata bene, 8, se avevi studiato poco, dal 5 in giù. E oltre a quello c’era il complimento occasionale, e il ricevimento coi genitori, o la volta che ti facevano leggere il tema davanti alla classe, perché a quanto pare finalmente avevi preso 9.
Poi arriva l’università, e già lì le cose si fanno più complesse. Hai solo il voto. Che in ogni caso non dice poi molto, a pensarci bene. Una cosa è prendere 30 a prima botta e al primo appello, un’altra metterci un anno e toppare il primo scritto.
Ma è quando ti laurei che tutto davvero si complica. Perché i mezzi per capire la bontà del tuo lavoro diventano ambigui, quasi impossibili da decifrare. Ti dicono che forse esistono delle regole, dei metri oggettivi, ma sono loro i primi a contravvenire, a non rispettarle.
Ogni tanto, mi salta il picchio di andare a vedere cosa dicono di quel che scrivo su anobii, bol o ibs. È che la sindrome da prima della classe mi è rimasta addosso, e riesco ad avere una dimensione della bontà di quel che faccio solo negli occhi degli altri. E mi imbatto in cose del genere

“un libro dallo stile secco e incisivo, decisamente migliore dei precedenti”

e da un’altra parte

“in questo libro noto un calo generale. Nello stile, nella storia… “

In un commento leggo

“Mi ha fatto innamorare la pseudo relazione tra Adhara e Amhal e di quest’ultimo ha tracciato un profilo psicologico interessante, e lei sembra più umana, più realistica, più fragile, rispetto a Nihal.”

ma allo stesso tempo, un altro utente dice

“occorrerebbe approfondire un po’ di più i caratteri e i sentimenti dei personaggi descritti (alcuni di nessuno spessore riguardo al carattere e alla personalità – appunto piatti e vuoti -)”

Ora. Un libro può piacere o meno, e questo in linea generale prescinde dalla sua qualità. Per dire, non ho retto L’Insostenibile Leggerezza dell’Essere, uno dei libri più deprimenti e pesanti che abbia mai letto. Ma pensavo esistessero criteri oggettivi nella valutazione di determinati elementi di un libro, tipo le caratteristiche dello stile o il grado di credibilità e approfondimento psicologico dei personaggi. Invece no. Perché una cosa è che un lettore dica “questo libro mi ha fatto schifo” e un’altra che dica invece “i personaggi sono scarsamente approfonditi, lo stile piatto e banale”. Il primo può rientrare nei giudizi soggettivi, il secondo è un’analisi che si suppone basata su criteri oggettivi.
Ma si può benissimo uscire dall’ambito dei miei libri, e andare a vedere le critiche su un argomento qualsiasi. Non c’è mai unanimità di giudizio: quello che uno ritiene banale l’altro lo trova originale, quello che uno giudica una porcata commerciale l’altro dice che è un lavoro onesto e di qualità.
Cos’è arte? Cos’è letteratura? Ci sono dei criteri che stabiliscono in modo univoco il confine?
Sarei tentata di dire di sì. Un critico avrà in mano determinati strumenti, giudicherà seconda certi canoni. Ma poi penso che Svevo non lo voleva pubblicare nessuno, e adesso lo studiamo a scuola, e un sacco di artisti sono stati rivalutati post mortem.
L’arte è un concetto probabilmente storico, come la bellezza, o anche l’etica. Ancora una volta, il trionfo del relativismo, al quale, per altro, io non associo alcuna connotazione negativa.
Ma resta il mio problema. Sto facendo bene? Sto facendo male?
Alla fine, credo che debba piantarla di cercare sempre l’approvazione di tutti. “Nemmeno Gesù l’è garbato a tutti” mi disse una volta un mio lettore, facendomi sganasciare. Piantarla di cercare l’approvazione dall’alto, e crearmi i miei personalissimi e soggettivi metri di giudizio.
E allora, apro le mail, e leggo quel che i lettori mi dicono. Sono solo una parte del tutto, ovvio, e una parte parziale. Ma fossero anche uno su un milione, non è comunque importante aver divertito quell’unica persona? Averle detto qualcosa? C’è chi si accontenterebbe, e tutto sommato, io sto imparando a farlo.

P.S.
Il che però non significa che mi sento arrivata. Ma che nell’interminabile processo di ricerca, ogni tanto, per brevi momenti, posso anche concedermi il lusso di dire che ho divertito una persona al mondo.

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Tra speranza e cinismo

Ieri Obama ha giurato. Non ho avuto modo di sentire il suo discorso in diretta, ma l’ho letto a sera su Repubblica. Non ho molto da commentare. Voglio dire, Obama ha dimostrato che certe cose non solo si possono dire senza che la maggioranza ti salti al collo dicendo che sei un terrorista (“Ricordiamoci che le precedenti generazioni hanno sgominato il fascismo e il comunismo non solo con i missili e i carriarmati, ma con alleanze solide e convinzioni tenaci. Hanno capito che il nostro potere da solo non può proteggerci, né ci autorizza a fare come più ci aggrada. Al contrario, sapevano che il nostro potere cresce quanto più lo si usa con prudenza.”), che certe cose “da comunisti” trovano apprezzamento e cittadinanza anche in mezzo a chi non sale sulle barricate (“a crisi ci ricorda che senza un occhio rigoroso, il mercato può andare fuori controllo e la nazione non può prosperare a lungo quando il mercato favorisce solo i già ricchi”), insomma ha dimostrato che avere le palle di perseguire una politica che non dia sempre un colpo al cerchio e uno alla botte per non scontentare nessuno paga ed è la chiave del successo. Quello, per dire, che la sinistra italiana proprio non capisce, troppo impegnata a dimostrare di non essere troppo di sinistra che sennò i borghesi si spaventano né troppo di destra che sennò l’elettorato storico ci sputa in faccia.
Io non so se Obama veramente cambierà le cose, soprattutto non so se un uomo solo, per quanto col traino delle speranze della nazione più potente del mondo, ce la possa fare, o se il cambiamento che mi auspico sia davvero possibile. Ma un afroamericano è riuscito finalmente a diventare presidente degli USA, e quest’uomo riesce quanto meno a darci un po’ di speranza, a farci credere che davvero si può sognare e costruire un futuro diverso, o quanto meno ci ha creduto chi l’ha votato, e questo non è poco.
Ieri ho sentito in verità il giuramento per radio, e m’è venuto spontaneo da sorridere quando Obama si è incartato sulla prima parte, e quando infine le congratulazioni del presidente della Corte Suprema hanno sancito la nomina a presidente. Peccato che il mio afflato di speranza sia morto sul nascere perché immediatamente prima avevo sentito la pubblicità di “Mussolini: io vi parlo di me”, supplemento di Libero che raccoglie gli scritti di Mussolini. Niente di male, anch’io prima o poi vorrei leggermi il Mein Kampf, ma era il tono della pubblicità a dar fastidio. Preceduto da una serie di voci che davano giudizi su Mussolini (“è stato il più grande statista del ’900″ e roba del genere), il vocione di Feltri ci dice che su Mussolini ne abbiamo sentite tante, ma adesso lo possiamo riscoprire leggendo le parole scritte di suo pugno. Inutile dire che i giudizi pronunciati su Mussolini erano al 90% positivi.
E allora mi sono detta che se non riusciamo neppure a dire che in linea di massima la democrazia è meglio di una dittatura, e che, beh, magari una mattina Mussolini avrà anche detto buongiorno a qualcuno (il Benigni dei bei tempi cit.), ma ciò non toglie che la storia l’ha già dato un giudizio univoco su di lui, e cioè che è un dittatore, allora il mondo potrà anche cambiare, le cose intorno a noi potranno anche mettersi per il meglio, ma noi rimarremo purtroppo sempre gli stessi. L’Italia è molto, troppo lontana da qualsiasi possibile ipotesi di salvezza.

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(Fine) settimana bianca

Da ragazzina, e intendo proprio ragazzina, intorno ai dieci, ho avuto un periodo di interesse per lo sci. Avrei voluto imparare, provare. Tentai una volta di salire alle piste coi miei zii, ma nevicava che dio la mandava, ci fermammo a valle, e non se ne fece più niente.
Quando crebbi un po’ di più, l’interesse e la passione se ne andarono. È che mi vedevo come un tipo piuttosto goffo, e lo sci mi sembrava una cosa pericolosa. Chi mi conosce credo stenti ad immaginarmi che scendo giù per una pista senza fratturarmi qualcosa.
È per questa ragione che quando Giuliano mi ha proposto, un po’ di tempo fa, di andare a passare due tre giorni a Marilleva, il pensiero dominante era: se poco poco provo a sciare finisce male. Del resto, se cominci l’anno in ospedale pensi che sia una normale conseguenza finirci di nuovo quindici giorni appresso perché sei rotolato giù per un pendio mentre sciavi.
Anyway, la neve mi piace, Marilleva è un bel posto, e siamo saliti per un fine settimana bianco. Lezione di sci già prenotata, tuta da neve imballata nel cofano, abbiamo scalato mezza Italia e siamo approdati in Trentino. Ero certa che le due ore di lezione non sarebbero servite a molto: non sono portata per le attività fisiche e poi, dai, in due ore cosa vuoi imparare?
E invece. Invece mi sono divertita un sacco. Invece ho scoperto che in cinque ore di lezione non dico di aver imparato a sciare, ma scendo senza troppi danni dalle piste più facili, e ogni tanto mi concedo persino la velocità. Oddio, è anche vero che il primo giorno non ero tanto io a concedermi la velocità, quanto la velocità a concedersi me: provavo a rallentare, ma non mi veniva tanto bene, col risultato che arrivavo a fine pista schizzando come una saetta. Va detto che quanto meno non perdevo il controllo.
Certo, non sono mancate le figure di tolla, nella miglior tradizione licesca. Innanzitutto, il primo giorno, sulla pista scuola, c’eravamo io e una decina di bambini. Di cinque anni massimo. Immaginate la scena. Io che scendo coi piedi a papera in mezzo ad una corte di pupi minuscoli.
Sulla pista scuola, poi, non c’è la seggiovia, ma un tapis roulant che ti porta in cima. Peccato che spesso ci si formi sopra un sottile strato di ghiaccio che tende a far scivolare. Insomma, ad un certo punto saremo stati in cinque là sopra, quattro pupi e io. Quello davanti a me inizia a scivolare inesorabilmente all’indietro, e mi si schianta contro. Stoica, resisto senza scivolare, ma anzi aggiungo spavalda: «Non ti preoccupare, ti tengo io!».
Ma il pupo ha la brillante idea di mettere un sci per traverso, bloccando la fila. I tre bimbi dietro di me mi rovinano addosso. A quel punto lo sci del bimbo si disincastra, e ripartiamo come un allegro trenino, i tre dietro che spingono noi davanti.
Ma la più bella è successa qualche minuto dopo. Forte della mia ora di lezione, faccio la spavalda sul tapis roulant, e muovo gli sci prima di essere arrivata in cima. Per la precisione, a dieci centimetri dalla vetta. Che vuoi che sia. Risalgo e arrivo in cima. Ma gli sci iniziano a scivolare dolcemente all’indietro. Purtroppo, obbedisco ad un istinto abbastanza cretino, e mi chino in avanti, supponendo di bloccare la discesa mettendo le mani…non lo so dove, da qualche parte.
L’unico risultato è che comincio a scivolare all’indietro, elegantemente piegata a 180 gradi, urlando e sbracciandomi come un’idiota, investendo di culo il maestro che stava dietro di me. Una scena che credo mi tornerà in mente in punto di morte, quando si suppone che ti passi davanti tutta la vita, temo soprattutto gli episodi spiacevoli.
Comunque, tra culate che mi hanno distrutto una chiappa, voli pindarici e discese senza freni, ho imparato a divertirmi. Perché quando alla fine prendi il ritmo, capisci come funziona, e soprattutto impari a frenare se ingrani il turbo, ti senti in pace col cosmo. La sensazione di controllo, l’idea che stai imbrigliando una cosa selvaggia come la velocità, la percezione del tuo corpo che si piega, si solleva, asseconda gli sci, è una cosa che rilassa.
Lo so che può sembrare sciocco, ma mi inorgoglisce l’idea di aver trovato una cosa che mi riesce senza eccessive difficoltà. Voglio dire, ok, non è che sappia esattamente sciare, e ho anche paura di dimenticare tutto quello che ho imparato in questi due giorni, ma l’idea di essere riuscita in due giorni a scendere giù per una pista in qualche modo mi inorgoglisce. Anche se i ragazzini di cinque anni ci riescono dopo un’ora di lezione. È che mi piace sempre riuscire a fare qualcosa.
Anyway, c’ho preso gusto. Ho pensato di andarci almeno un’altra volta, nelle montagne qui vicino, sul Terminillo o in Abbruzzo. Non è facile trovare il tempo, tra libri e dottorato, ma si può anche andare e tornare in giornata.

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Death Note

È allucinante come il Piccolo Recensore abbia preso possesso di questo posto. Forse è una cosa positiva. Ho smesso di preoccuparmi di problemi di salute, lavori in muratura interminabili, e ho ricominciato a nutrirmi di storie.
Chiudo pertanto oggi una specie di trilogia della recensione delirante: prima un film, poi un videogioco, ora un fumetto.
Di recente leggo pochi fumetti. Non so perché. Ho avuto il mio periodo di amore appassionato per i manga, adesso fatico a trovare qualcosa che davvero mi catturi. In questo periodo seguo tre serie giappo: Naruto, che vale sempre la pena, anche se comincio a stancarmi di una trama che sembra interminabile, Full Metal Alchemist, che mi piace, ma mi lascia un po’ perplessa nel suo mescolare registri comici e registri tragici non dico nella stessa trama, ma addirittura nella stessa pagine, e Death Note.
Ecco, Death Note merita un discorso a parte.
Ho iniziato a leggerlo per curiosità, e ho continuato perché…non lo so. Il disegno è notevole, ma molto manga, il che vuol dire che non c’è nulla che me lo faccia amare particolarmente. Voglio dire, non è che non ami lo stile manga, ma Obata non si inventa proprio niente. Si limita ad essere pulito e pregevole. La sceneggiatura è verbosa. Questa cosa è assolutamente evidentissima se uno si guarda il cartone animato. Parlano un sacco. Parlano e basta. Parlano così tanto che spesso è persino difficile seguirli, anche perché i ragionamenti che fanno sono quasi sempre piuttosto machiavellici. Per leggere un tankobon ci metto un’ora, un tempo smisurato per i miei standard.
Però la storia è originale, forse è questo a catturarmi. Soprattutto il punto di vista è originale. Riassumo per chi sia digiuno sull’argomento: un Dio della Morte lascia cadere il proprio quaderno sulla terra. Il quaderno viene usato dagli dei della morte per uccidere gli umani; se si scrive il nome di una persona sul quaderno, questa muore entro 40 secondi per arresto cardiaco. Un modo pulito ed elegante per far fuori chi si vuole. Il quaderno viene raccolto da uno studente modello alle soglie dell’università, Light Yagami, che si mette in testa di usarlo per migliorare il mondo, ossia inizia ad uccidere tutti i criminali. La moria di criminali, tutti per arresto cardiaco, per altro, insospettisce la polizia, che inizia ad indagare, collaborando, nel farlo, con un nerd perso che risponde al nome di Elle (sì, elle come la lettera L). Ora, il fumetto potrebbe concentrarsi sul dilemma morale: è giusto far fuori tutta questa gente per un’utopia? Per di più, ben presto Light inizierà ad ammazzare anche tutti coloro che lo ostacolano, sprofondando lentamente e inesorabilmente in un delirio di onnipotenza senza ritorno. Ma Ohba se ne frega. A lei non interessa stabilire se Light è un pazzo o un santo: a Ohba interessa solo lo scontro tra Elle e Light. Death Note è una partita a scacchi, nulla di più, nulla di meno. Ben presto a ciascuno dei due non frega più nulla dello scopo originario, né dei problemi etici connessi all’uso del Death Note: a Elle non frega nulla di salvare vite. Lui vuole solo sconfiggere Kira (è così che la polizia chiama il misterioso assassino) e alla fine anche Light vuole soltanto vincere e far secco Elle. Il manga è tutto qua: il racconto dettagliato e gelido di uno scontro tra due logici. È un duello completamente mentale, giocato tutto sulla capacità di Elle e Light di prevedere l’uno le mosse dell’altro. In ogni numero, ci si domanda come farà Elle a incastrare Kira, o semplicemente a salvarsi la pellaccia, o come farà Light ad evitare di essere acciuffato. E da questo punto di vista, il manga è davvero ben fatto. Light si inventa delle cose assolutamente impensabili, roba che davvero ti scappa l’applauso, e d’altra parte Elle riesce a capire della roba impossibile con quattro elementi in mano quattro. Probabilmente è questo che mi ha spinta a continuare a leggere: l’originalità dell’approccio e la qualità dell’intreccio.
Ma.
Non avevo mai capito chiaramente cosa non mi convincesse, fino a quando una sera non ne ho parlato con l’Orso. E lì ho capito cosa non mi piace.
Innanzitutto l’assoluta freddezza del tutto. Ohba non parteggia, né si perita di mostrare i personaggi in modo da renderteli più simpatici. Il racconto è asettico, così tanto che sono certa che la cosa sia voluta. Ma questo diminuisce il grado di coinvolgimento del lettore. O almeno, questo pensavo fino a ieri, ma ne parlerò a breve. Si ha difficoltà a parteggiare per uno dei due protagonisti. Elle è completamente appiattito sul suo ruolo di detective. Di lui come persona non sappiamo nulla nel modo più assoluto, e forse come persona non esiste nemmeno. Lui risolve indovinelli, lui è un House né stronzo né supponente: semplicemente non è. Atarassico, completamente disinteressato a qualcosa che non siano le schifezze che si mangia e la caccia a Kira. Viene dal nulla, e temo che al nulla ritorni.
Light, per contro, è assolutamente insopportabile. Primo della classe, figo, mai illuminato da un dubbio che sia uno, sembra perseguire i propri fini per mera e semplice noia. Non c’è un barlume di passione in quel che fa, non c’è la forza di un ideale che lo anima. A parte l’infatuazione per il potere che pian piano sembra dominarlo, è anche lui un non personaggio. Per altro è così fottutamente pieno di sé che ti viene voglia di entrare nelle pagine e pigliarlo a cazzotti più o meno una vignetta sì e una no.
Ora. Sono scelte stilistiche, si vede. E probabilmente fanno anche la grandezza del fumetto. Ma io non riesco a sposarle. Ho un’altra concezione di come si raccontano storie, io e i miei personaggi che come me finiscono per essere completamente dominati dalle proprie passioni.
Ora, tutto questo era vero fino a ieri sera, quando ho comprato il settimo numero della nuova edizione. È un numero decisivo. Succedono una serie di cose che non sto a dirvi. Soprattutto è un numero tirato. La tensione è palpabile, e la storia tiene incollati alle pagine. Per la prima volta da quando leggo questo fumetto, mi sono sentita dentro la storia. Ho atteso impaziente di girare pagina, ho divorato la storia. E all’improvviso mi sono accorta di una cosa: che tifavo eccome, e che mi ero affezionata eccome a una serie di personaggi. Ohba è stata più scaltra del previsto. Ha tessuto una rete, lentamente, e alla fine ha stretto i fili. Ogni numero è stato un sottile filo di una trama più vasta, ogni palpito di umanità dei personaggi, per quanto impalpabile e sottile, ti tira di un pollice dentro la storia. Ed eccomi qua a smaniare per il prossimo numero. Eccomi qua a leggere i rilegge i punti salienti per cercare un indizio, per provare, per una volta, a prevedere le mosse di Elle e Light.
Il mio giudizio su questo manga resta incerto. Non basta un buon numero a dire che lo amo. Ma certo mi ha appassionata più di quanto credessi. Vedremo come proseguirà la storia.

P.S.
Per chiunque parteciperà alla discussione: evitate spoiler sul seguito. Se devo scoprire come va a finire, al limite voglio farlo con una scelta consapevole, e non perché qualcuno mi ha spifferato all’orecchio la soluzione. Danke.

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