È allucinante come il Piccolo Recensore abbia preso possesso di questo posto. Forse è una cosa positiva. Ho smesso di preoccuparmi di problemi di salute, lavori in muratura interminabili, e ho ricominciato a nutrirmi di storie.
Chiudo pertanto oggi una specie di trilogia della recensione delirante: prima un film, poi un videogioco, ora un fumetto.
Di recente leggo pochi fumetti. Non so perché. Ho avuto il mio periodo di amore appassionato per i manga, adesso fatico a trovare qualcosa che davvero mi catturi. In questo periodo seguo tre serie giappo: Naruto, che vale sempre la pena, anche se comincio a stancarmi di una trama che sembra interminabile, Full Metal Alchemist, che mi piace, ma mi lascia un po’ perplessa nel suo mescolare registri comici e registri tragici non dico nella stessa trama, ma addirittura nella stessa pagine, e Death Note.
Ecco, Death Note merita un discorso a parte.
Ho iniziato a leggerlo per curiosità, e ho continuato perché…non lo so. Il disegno è notevole, ma molto manga, il che vuol dire che non c’è nulla che me lo faccia amare particolarmente. Voglio dire, non è che non ami lo stile manga, ma Obata non si inventa proprio niente. Si limita ad essere pulito e pregevole. La sceneggiatura è verbosa. Questa cosa è assolutamente evidentissima se uno si guarda il cartone animato. Parlano un sacco. Parlano e basta. Parlano così tanto che spesso è persino difficile seguirli, anche perché i ragionamenti che fanno sono quasi sempre piuttosto machiavellici. Per leggere un tankobon ci metto un’ora, un tempo smisurato per i miei standard.
Però la storia è originale, forse è questo a catturarmi. Soprattutto il punto di vista è originale. Riassumo per chi sia digiuno sull’argomento: un Dio della Morte lascia cadere il proprio quaderno sulla terra. Il quaderno viene usato dagli dei della morte per uccidere gli umani; se si scrive il nome di una persona sul quaderno, questa muore entro 40 secondi per arresto cardiaco. Un modo pulito ed elegante per far fuori chi si vuole. Il quaderno viene raccolto da uno studente modello alle soglie dell’università, Light Yagami, che si mette in testa di usarlo per migliorare il mondo, ossia inizia ad uccidere tutti i criminali. La moria di criminali, tutti per arresto cardiaco, per altro, insospettisce la polizia, che inizia ad indagare, collaborando, nel farlo, con un nerd perso che risponde al nome di Elle (sì, elle come la lettera L). Ora, il fumetto potrebbe concentrarsi sul dilemma morale: è giusto far fuori tutta questa gente per un’utopia? Per di più, ben presto Light inizierà ad ammazzare anche tutti coloro che lo ostacolano, sprofondando lentamente e inesorabilmente in un delirio di onnipotenza senza ritorno. Ma Ohba se ne frega. A lei non interessa stabilire se Light è un pazzo o un santo: a Ohba interessa solo lo scontro tra Elle e Light. Death Note è una partita a scacchi, nulla di più, nulla di meno. Ben presto a ciascuno dei due non frega più nulla dello scopo originario, né dei problemi etici connessi all’uso del Death Note: a Elle non frega nulla di salvare vite. Lui vuole solo sconfiggere Kira (è così che la polizia chiama il misterioso assassino) e alla fine anche Light vuole soltanto vincere e far secco Elle. Il manga è tutto qua: il racconto dettagliato e gelido di uno scontro tra due logici. È un duello completamente mentale, giocato tutto sulla capacità di Elle e Light di prevedere l’uno le mosse dell’altro. In ogni numero, ci si domanda come farà Elle a incastrare Kira, o semplicemente a salvarsi la pellaccia, o come farà Light ad evitare di essere acciuffato. E da questo punto di vista, il manga è davvero ben fatto. Light si inventa delle cose assolutamente impensabili, roba che davvero ti scappa l’applauso, e d’altra parte Elle riesce a capire della roba impossibile con quattro elementi in mano quattro. Probabilmente è questo che mi ha spinta a continuare a leggere: l’originalità dell’approccio e la qualità dell’intreccio.
Ma.
Non avevo mai capito chiaramente cosa non mi convincesse, fino a quando una sera non ne ho parlato con l’Orso. E lì ho capito cosa non mi piace.
Innanzitutto l’assoluta freddezza del tutto. Ohba non parteggia, né si perita di mostrare i personaggi in modo da renderteli più simpatici. Il racconto è asettico, così tanto che sono certa che la cosa sia voluta. Ma questo diminuisce il grado di coinvolgimento del lettore. O almeno, questo pensavo fino a ieri, ma ne parlerò a breve. Si ha difficoltà a parteggiare per uno dei due protagonisti. Elle è completamente appiattito sul suo ruolo di detective. Di lui come persona non sappiamo nulla nel modo più assoluto, e forse come persona non esiste nemmeno. Lui risolve indovinelli, lui è un House né stronzo né supponente: semplicemente non è. Atarassico, completamente disinteressato a qualcosa che non siano le schifezze che si mangia e la caccia a Kira. Viene dal nulla, e temo che al nulla ritorni.
Light, per contro, è assolutamente insopportabile. Primo della classe, figo, mai illuminato da un dubbio che sia uno, sembra perseguire i propri fini per mera e semplice noia. Non c’è un barlume di passione in quel che fa, non c’è la forza di un ideale che lo anima. A parte l’infatuazione per il potere che pian piano sembra dominarlo, è anche lui un non personaggio. Per altro è così fottutamente pieno di sé che ti viene voglia di entrare nelle pagine e pigliarlo a cazzotti più o meno una vignetta sì e una no.
Ora. Sono scelte stilistiche, si vede. E probabilmente fanno anche la grandezza del fumetto. Ma io non riesco a sposarle. Ho un’altra concezione di come si raccontano storie, io e i miei personaggi che come me finiscono per essere completamente dominati dalle proprie passioni.
Ora, tutto questo era vero fino a ieri sera, quando ho comprato il settimo numero della nuova edizione. È un numero decisivo. Succedono una serie di cose che non sto a dirvi. Soprattutto è un numero tirato. La tensione è palpabile, e la storia tiene incollati alle pagine. Per la prima volta da quando leggo questo fumetto, mi sono sentita dentro la storia. Ho atteso impaziente di girare pagina, ho divorato la storia. E all’improvviso mi sono accorta di una cosa: che tifavo eccome, e che mi ero affezionata eccome a una serie di personaggi. Ohba è stata più scaltra del previsto. Ha tessuto una rete, lentamente, e alla fine ha stretto i fili. Ogni numero è stato un sottile filo di una trama più vasta, ogni palpito di umanità dei personaggi, per quanto impalpabile e sottile, ti tira di un pollice dentro la storia. Ed eccomi qua a smaniare per il prossimo numero. Eccomi qua a leggere i rilegge i punti salienti per cercare un indizio, per provare, per una volta, a prevedere le mosse di Elle e Light.
Il mio giudizio su questo manga resta incerto. Non basta un buon numero a dire che lo amo. Ma certo mi ha appassionata più di quanto credessi. Vedremo come proseguirà la storia.
P.S.
Per chiunque parteciperà alla discussione: evitate spoiler sul seguito. Se devo scoprire come va a finire, al limite voglio farlo con una scelta consapevole, e non perché qualcuno mi ha spifferato all’orecchio la soluzione. Danke.