Ieri mi sono appassionata a questa storia della polemica tra Allevi e Uto Ughi. Riassumendo: Giovanni Allevi è stato chiamato a dirigere il concerto di Natale al Senato, e lì ha suonato principalmente opere di sua composizione. Uto Ughi si è inalberato, dicendo pressapoco che è uno scandalo che un musicista a suo giudizio tanto mediocre sia chiamato a suonare in un contesto così prestigioso. Allevi, ovviamente, s’è risentito e ha risposto per le rime.
A parte il meschino piacere di seguire la polemica (avete notato che leggere una stroncatura è sempre più divertente che leggere una recensione positiva? Strane bestie che siamo…), questa storia m’ha stimolato una serie di riflessioni.
Innanzitutto, mi fa specie che il Senato venga considerato una cornice prestigiosa. Sarà che c’han suonato persone del calibro di Abbado e Maazel. Perché per il resto…Non mi direte che i senatori vi sembrano un pubblico colto. Che gente come Schifani, Bondi e lo stesso Berlusconi vi sembrano intellettuali. Vorrei sapere quanti senatori si appisolano allegramente durante l’appuntamento annuale col concerto. Del resto, il parlamento è lo specchio del paese, per cui non può che rimandare l’immagine di una maggioranza di gente il cui livello culturale medio è piuttosto bassino. E non parlo tanto di quantità di nozioni di cui si è in possesso, ma di quella certa sensibilità che ti permette di apprezzare certe cose, e che dipende spesso poco dal titolo di studio.
Ma vabbeh.
La seconda è che l’atteggiamento del pubblico (leggi la blogsfera) nei confronti della disputa è da stadio. Aveva ragione Babsi Jones. Ormai il confronto su qualsiasi tema, nel mondo di internet e in real life, si riduce sempre al mero tifo. Per cui ci sono gli ammiratori appassionati di Allevi, che danno dell’invidioso a Ughi, e i detrattori accaniti, che accusano Allevi di essere un venduto, un montato, un incapace. E il pubblico si spacca in due fazioni, a seconda della parrocchia. Poi, ovviamente, ci sono quelli ragionevoli che cercano di spiegare, di capire anche le posizioni della fazione opposta, o che preferiscono esprimere un’opinione piuttosto che un tifo, ma vuoi mettere il divertimento di leggere una cosa del genere? E suvvia.
La terza, è che Uto Ughi che si cala in una specie di rissa da pub, sperando che l’argomento attorno a cui gravita, la musica, la nobiliti, avrei preferito non vederlo. Uto Ughi lo sentii dal vivo una vita fa, a Santa Cecilia, mi emozionò da impazzire, mi spellai le mani ad applaudire e mandai il mio amico in spedizione a farsi fare un autografo, che ho ancora appeso nell’armadio a casa di mia madre. Per me era un po’ una figura mitica, anche un po’ legata alle suggestioni della mia adolescenza. Ecco, vederlo protagonista di questo sfogo poco elegante e pure un po’ cafone m’ha dato fastidio.
Col tempo ho imparato una cosa: che quando passi dall’altro lato della barricata, e da fruitore di qualcosa ne diventi creatore, in qualche modo perdi il diritto di parlarne male. Perché quando lo fai non puoi prescindere dal fatto che tu stesso crei, che sei in qualche modo imparentato a colui che stai criticando. Tu magari puoi anche dimenticartene, ma non se ne dimenticano gli altri, che leggono le tue parole alla luce di ciò che sei e che fai.
Ho sempre trovato sterili e ridicole le dispute tra scrittori, per esempio. Perché sanno tanto di pollaio, di battibecchi tra galli per la supremazia sull’aia. E infatti, chi non è d’accordo con Ughi cosa dice? Che Ughi è invidioso di Allevi. Ovvio.
Ora, non sto dicendo che quando diventi musicista, scrittore, regista perdi il diritto a dir la tua. Semplicemente passi dall’altro lato della barricata, e giudicare non è più il tuo mestiere. Lo puoi fare tra te e te, con la tua ristretta cerchia di amici, coi quali puoi permetterti di essere acido, cattivo e caustico, ma in pubblico non più.
Non che io non abbia contravvenuto a questa regola. Eccome. Scrivevo su amemi fino a qualche tempo fa, e continuo ogni tanto a postare recensioni su anobii. Ma ho capito che non conviene, che è un piacere cui ho abdicato per accoglierne uno diverso, forse più grande: smetto di ergermi a critico e mi faccio criticare, smetto di scrivere delle storie altrui e ne scrivo di mie. Per evitare di vedere la pagliuzza nell’occhio del mio collega e non la trave nel mio.
Ecco, mi sarebbe piaciuto che Ughi avesse continuato a far la sua musica, e con quella cercare di imporre quel che lui ritiene qualità e bellezza su quel che ritiene inganno e mercato senz’anima. L’avrei trovato più elegante e più intelligente.
Voi che ne pensate?