Qualche mese fa mi lessi Ancora dalla Parte delle Bambine. Mi piacque e mi interessò, ma qua e là mi ritrovai anche a pensare “no, dai, qui si esagera”. Sarà che la mia esperienza è positiva, che in facoltà siamo più donne che uomini, che a me non è mai capitato di essere vittima di discriminazioni di genere. Ma pensavo che certe cose fossero acquisite.
Sì, come no.
Ieri, il presidente del consiglio ci ha insegnato che se ci stuprano in verità ci stanno facendo un complimento. Quindi, la prossima volta che uscite con uno, aspettatevi che questo vi dica “certo che ti violenterei molto volentieri”. Sorridete timidamente e ringraziate per il complimento. E ci ha insegnato anche che se ci sono gli stupri è colpa nostra che siamo belle. Uscire in burqua aiuta di sicuro ad evitare che gli uomini cadano in tentazione.
Come se non bastasse, abbiamo anche scoperto che se si vuole l’indignazione delle masse occorre farsi stuprare dalla giusta etnia. Male si ti stupra un italiano: è ovvio che l’ha fatto perché era drogato, ma comunque è un ragazzo di buona famiglia, che si è pentito tanto.
Molto male se sei rumena e ti stupra un italiano. È ovvio che eri consenziente.
Non ne parliamo se a stuprarti è un familiare o un amico. Non hai neppure diritto all’onore delle cronache. Stai zitta e continua con la tua vita, che in qualche modo te la sei andata a cercare.
Molto bene invece se sei stata vittima della violenza di uno o, meglio ancora, più stranieri. Lì parte il raid punitivo, i giornali sono tutti con te, la gente pure. Ma, attenta, non perché ti hanno fatto del male. No. Uno perché lo straniero ha osato toccare le nostre donne, e quelle le possiamo toccare solo noi (vedi esempio del tizio che ha violentato una ragazza a capodanno). Due perché il tuo dramma personale si vende benissimo per un paio di voti in più, lo straniero cattivo che ci ruba il lavoro e la femmina fa sempre molta presa.
Ecco qua in due parole la situazione della donna in Italia. In attesa del prossimo 8 marzo, quando ci chiuderemo tutte nei locali a guardare un cubano unto che si spoglia per noi, convinte che quella sia l’emancipazione.