Archivi del giorno: 28 gennaio 2009

Dubbi

Oggi ho letto questa intervista alla figlia di Totò Riina. È una strana coincidenza della vita, perché stamattina, a La Storia Siamo Noi, ho anche sentito il figlio di un gerarca nazista.
Non so esattamente perché, ma l’intervista di Repubblica mi ha colpita. Perché, di prim’acchito, mi è risultato difficile condannare l’atteggiamento di questa donna. Innanzitutto perché si può essere assassini, mafiosi, uomini di nessun valore, e contemporaneamente, e paradossalmente, buoni padri. Senza, ovviamente, che questo infici in alcun modo il giudizio che si deve avere nei confronti di un criminale. Fa parte delle contraddizioni della natura umana, di quei misteri che ci inquietano. L’idea che un criminale sia una persona normale, come noi ci lascia sgomenti: perché allora non posso mettere tra me e lui la distanzia della differenza. Lui è come me, e dunque anch’io potrei diventare un giorno come lui. È questo il dilemma col quale dobbiamo fare i conti tutti i giorni: il dovere della scelta, e il dover convivere con l’idea che il male è lì, a portata di mano, per tutti.
Secondo, ho pensato che non dev’essere così facile accettare di essere figli di qualcuno che ha compiuto gesti atroci, che è portatore di disvalori che mangiano dall’interno lo stato come un cancro. Tanto più se in quei disvalori si è stati cresciuti, se in qualche modo li si è assorbiti.
Ma.
Ma c’è chi invece riesce a rompere i legami d’affetto con la famiglia. Chi riesce ad accettare che il proprio padre, una figura amata, qualcuno che magari non ha mai mancato nei nostri confronti, sia al contempo un criminale. Come il figlio di quel gerarca nazista, che ha rinnegato suo padre. Tanto di cappello, mi si dirà, non è una cosa facile. Certo. Ma è dovuta? È ciò che viene richiesto a tutti i figli di? C’è una responsabilità dei figli nelle colpe dei padri? Ne portano il peso, ne devono pagare lo scotto?
Forse sì, è un dovere morale chiedere scusa, prendere le distanze, mostrare di essere davvero diversi.
Ma se non lo si fa? Si deve condannare? Si deve disprezzare?
Ecco, questo non lo so.
Il rifiuto di Maria Concetta Riina a parlare di vittime, di mafia, è semplice rimozione di un passato doloroso o piuttosto è il segno della sua provenienza da una cultura mafiosa, e della sua adesione ad essa?
Un sacco di domande. Che non cambiano di una virgola i fatti, ma mi lasciano con un sacco di dubbi sulla nostra natura di uomini.

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