Una cosa positiva della mia vita 2.0 è che sono ritornata ad interessarmi di cinema. Ai bei tempi, che risalgono approssimativamente a quattro o cinque anni fa, al cinema ci andavo 2 volte a settimana, e come se non bastasse noleggiavo anche un bel po’ di film. Poi il tempo da dedicare a cose del genere s’è drasticamente ridotto, e ho iniziato ad andare a cinema una volta ogni paio di mesi, e a guardare solo telefilm, che durano meno.
Il problema è che il cinema mi serve, e non solo per svagarmi. Ho bisogno di vedere come gli altri raccontano le loro storie per raccontare le mie. Anche se io scrivo libri e loro fanno film. In fin dei conti, quel che scrivo io si nutre di un melting pot di tutto ciò che mi colpisce, che siano film, fumetti, canzoni o libri. Il mio inconscio si beve tutto, se ne lascia impressionare, lo metabolizza, e tre mesi dopo sputa fuori una storia. E non ha importanza se la storia fantasy parte da un film che tratta di politica: la storia è mia e ne faccio quel che voglio. Poi sarà il pubblico ad apprezzare o meno.
Comunque, tutto questo assurdo cappellotto per dirvi che l’altra sera ho visto Il Divo. Sarei voluta andarlo a vedere a cinema, ma Giuliano, che pure in genere in questi argomenti ci sguazza, non si sentiva tanto ispirato da una biografia di Andreotti. Poco male, alla fine ho recuperato col DVD.
Sono rimasta folgorata. Ma proprio di botto, e dalle prime immagini. È bastato il profilo della testa di Servillo coronata di aghi da agopuntura, come una specie di grottesco Gesù Cristo laico, per catturarmi. Da lì non mi sono più staccata. E alla fine ho gridato al capolavoro.
Capolavoro dal punto di vista formale, innanzitutto. Voglio dire, non sembra neppure un film italiano, e con questo non sto dicendo che i film italiani non mi piacciono. Tendono però ad avere una certa impronta, che riconosci a volo. Questo no. Questo rifiuta la piccolezza di certe nostre produzioni e spara alto. Questo non si vergogna di avere un’impronta regista e autoriale, e racconta come fosse un thriller quella che sulla carta poteva essere una pallossisima ricostruzione di un periodo della nostra storia contorto e oscuro. La piccineria dei piccoli intrighi tessuti in parlamento raccontata col piglio del film d’azione, la corrente andreottiana fotografata come fosse una sporca dozzina (il loro arrivo in scena, preannunciato da un fosco “sta arrivando una brutta corrente, presidente” è da applausi). La potenza visionaria e grottesca di certe scene, una per tutte le passeggiate solitarie di Andreotti all’alba, in una Roma svuotata. Il film avvince, e lo fa raccontando tristi intrighi di palazzo. Non so, secondo me è un miracolo.
E poi la forma, così originale, così perfetta, non è un mer esercizio di stile: c’è contenuto, eccome. La grandezza del film sta nella capacità di ergere Andreotti ad una figura in qualche modo universale, senza per altro svelare assolutamente nulla del suo mistero. Ma in fin dei conti non è questo che fa, l’arte? Prende la realtà, la meschina, piccola realtà che abbiamo intorno, e la trasfigura, ne succhia l’essenza e ce la porge, perché tutti possiamo specchiarci in essa. Così, Andreotti diventa un emblema: della devozione quasi sacrale, monastica, ad un potere perseguito solo per se stesso, della solitudine di chi è convinto di dover compiere il male per avere il bene. Andreotti come il Grande Inquisitore.
Poi potrei dirvi che Servillo è straordinario, che la scena della confessione, in bilico tra reale e sogno, è qualcosa che ti fa salire il brividino su per la schiena, ma davvero, più vado avanti più mi rendo conto della pochezza dei miei mezzi a fronte dell’impresa di descrivervi quanto, ma davvero quanto questo film sia straordinario.
Ora, io so che il film ha vinto il premio della giuria a Cannes. Non mi pare di vederlo in corsa per gli Oscar. Ok, Gomorra è un gran bel film, per carità di dio, ma forse più che altro vive della potenza della denuncia sociale che riesce a mettere in piedi. Ma Il Divo, beh, per me Il Divo sta ad un livello superiore.
È inimmaginabile per chiunque la quantità di Male che bisogna accettare per ottenere il Bene