Archivi del mese: gennaio 2009

Shock da Bioshock

Non sono mai stata una grande videogiocatrice. Non so esattamente perché. A piacere mi piaceva. Soprattutto guardare gli altri che lo facevano. Ma di mio sono sempre stata una pippa. Per dire, ho dovuto giocare un pomeriggio intero con mio padre per riuscire ad andare avanti fin quasi alla fine in Prince of Persia. Un po’ meglio andava con le avventure grafiche, che mi divertivano molto e nelle quali riuscivo mediamente bene. Ma nei videogiochi sono soprattutto una da coitus interruptus: mai che riesca ad arrivare fino in fondo. A tutt’oggi ho finito pochissimi videogiochi: il mio adorato Thief III, Syberia, The Longest Journey. Ho lasciato a metà il primo Tomb Rider, Mafia, i Thief precedenti…
In verità, il medium mi fa un po’ paura. È totalizzante. Quando videogiochi, ne finisci completamente assorbito. Un po’ di tempo fa Ammaniti spese un paio di parole sulla questione, e in fin dei conti forse la penso così anch’io. I videogiochi li potrei praticare la sera, ma la sera scrivo. Per cui…
Ma adesso sono in fase di pausa; ho finito la prima parte di un lavoro, e adesso la sera il tempo ce l’ho. Per cui ho deciso di dedicarmi ad un gioco che mi sembrava interessante: Bioshock.
E devo dire che interessante lo è per davvero, sotto molti punti di vista: la splendida ambientazione, la storia, le atmosfere.
Bioshock è una distopia: il magnate Andrew Ryan, stanco di un mondo in cui “il grande è confinato dal piccolo” fonda una città sottomarina, Rapture, in cui “un artista non debba temere la censura, dove lo scienziato non sia limitato da ridicoli moralismi”. Peccato che, stanti le premesse, ci vuole poco perché il sogno si trasformi in incubo. Lotte intestine e droghe sconvolgono la città, trasformandola in una specie di incubo. Nel quale si muove il protagonista. Cioè io. Ora, non essendo io una gran videogiocatrice, non vi dico quanto c’ho messo non dico ad ammazzare un nemico, ma semplicemente a muovermi per la città senza morire ad ogni passo. Ma adesso ci sto prendendo la mano, e mi sto divertendo, ah se mi sto divertendo.
Innanzitutto, l’ambientazione è assolutamente originale. Immaginate una città subacquea, completamente art deco, coloratissima ed elegante. E immaginatela farcita di un’umanità impazzita, composta di strani figuri coi volti coperti da maschere grottesche, bambine che estraggono l’essenza vitale dai cadaveri con enormi siringone e giganteschi esseri metà organici metà metallici che queste bambine seguono e proteggono. Ogni zona di Rapture ha la sua cifra distintiva, dalla verde arcadia allo sfarzoso e inquietante Fort Frolic. Rapture è un sogno trasformato in incubo, Rapture è paura fatta cemento, vetro, metallo. È proprio lo stridente contrasto tra i colori accesi della città e l’orrore di ciò che si cela tra le sue mura a renderla così inquietante e originale.
E poi la trama. Lo spunto. In fin dei conti, la storia di Rapture è una storia di hybris. È una storia di profonda critica al capitalismo e a certi modi di intendere l’umana convivenza, modi per altro diffusi nel nostro paese di recente. È il fallimento dell’idea che si possa sopravvivere e prosperare vivendo solo per se stessi, e per il soddisfacimento delle proprie ambizioni più sfrenate, prescindendo dall’etica e dagli obblighi che si hanno verso la comunità di cui si fa parte. Eppure l’ideale di partenza ha un suo fascino, ed è condivisibile: creare un luogo in cui gli artisti, gli scienziati siano liberi di poter creare senza limiti e senza vincoli. Ma qual’è il problema? Il problema è questo:
“un uomo non ha diritti sul sudore della sua fronte?
No, dice l’uomo di Washington. Appartiene ai poveri.
No, dice l’uomo in Vaticano. Appartiene a Dio.
No, dice l’uomo di Mosca. Appartiene a tutti.
Io rifiuto queste risposte. ”
Ecco. L’uomo isola, che basta a se stesso, che anzi calpesta i suoi simili se necessario.
E il creatore di Rapture, Andrew Ryan, è al tempo stesso ributtante e affascinante. Il suo delirio di onnipotenza, la sua fede assoluta e cieca nell’uomo e nelle sue possibilità, è titanico, e per questo ammirevole. Ma il modo in cui calpesta qualsiasi valore per i propri scopi lascia basiti.
Un buon libro deve porre delle domande, e non dare facili risposte. Se questo vale anche per i videogiochi, Bioshock è un ottimo gioco. Vi lascio con una ambigua citazione

“Non credo in nessun dio, in nessun uomo invisibile nei cieli. Ma c’è qualcosa più potente di ognuno di noi, una combinazione dei nostri sforzi, una Grande Catena dell’industria che ci unisce. Ma è solo quando lottiamo per i nostri interessi che la catena trascina la società nella direzione giusta. La catena è troppo potente e misteriosa perché la guidi un governo. Chiunque vi dica il contrario, vi tiene una mano in tasca o una pistola puntata sul collo.”

68

Divino Divo

Una cosa positiva della mia vita 2.0 è che sono ritornata ad interessarmi di cinema. Ai bei tempi, che risalgono approssimativamente a quattro o cinque anni fa, al cinema ci andavo 2 volte a settimana, e come se non bastasse noleggiavo anche un bel po’ di film. Poi il tempo da dedicare a cose del genere s’è drasticamente ridotto, e ho iniziato ad andare a cinema una volta ogni paio di mesi, e a guardare solo telefilm, che durano meno.
Il problema è che il cinema mi serve, e non solo per svagarmi. Ho bisogno di vedere come gli altri raccontano le loro storie per raccontare le mie. Anche se io scrivo libri e loro fanno film. In fin dei conti, quel che scrivo io si nutre di un melting pot di tutto ciò che mi colpisce, che siano film, fumetti, canzoni o libri. Il mio inconscio si beve tutto, se ne lascia impressionare, lo metabolizza, e tre mesi dopo sputa fuori una storia. E non ha importanza se la storia fantasy parte da un film che tratta di politica: la storia è mia e ne faccio quel che voglio. Poi sarà il pubblico ad apprezzare o meno.
Comunque, tutto questo assurdo cappellotto per dirvi che l’altra sera ho visto Il Divo. Sarei voluta andarlo a vedere a cinema, ma Giuliano, che pure in genere in questi argomenti ci sguazza, non si sentiva tanto ispirato da una biografia di Andreotti. Poco male, alla fine ho recuperato col DVD.
Sono rimasta folgorata. Ma proprio di botto, e dalle prime immagini. È bastato il profilo della testa di Servillo coronata di aghi da agopuntura, come una specie di grottesco Gesù Cristo laico, per catturarmi. Da lì non mi sono più staccata. E alla fine ho gridato al capolavoro.
Capolavoro dal punto di vista formale, innanzitutto. Voglio dire, non sembra neppure un film italiano, e con questo non sto dicendo che i film italiani non mi piacciono. Tendono però ad avere una certa impronta, che riconosci a volo. Questo no. Questo rifiuta la piccolezza di certe nostre produzioni e spara alto. Questo non si vergogna di avere un’impronta regista e autoriale, e racconta come fosse un thriller quella che sulla carta poteva essere una pallossisima ricostruzione di un periodo della nostra storia contorto e oscuro. La piccineria dei piccoli intrighi tessuti in parlamento raccontata col piglio del film d’azione, la corrente andreottiana fotografata come fosse una sporca dozzina (il loro arrivo in scena, preannunciato da un fosco “sta arrivando una brutta corrente, presidente” è da applausi). La potenza visionaria e grottesca di certe scene, una per tutte le passeggiate solitarie di Andreotti all’alba, in una Roma svuotata. Il film avvince, e lo fa raccontando tristi intrighi di palazzo. Non so, secondo me è un miracolo.
E poi la forma, così originale, così perfetta, non è un mer esercizio di stile: c’è contenuto, eccome. La grandezza del film sta nella capacità di ergere Andreotti ad una figura in qualche modo universale, senza per altro svelare assolutamente nulla del suo mistero. Ma in fin dei conti non è questo che fa, l’arte? Prende la realtà, la meschina, piccola realtà che abbiamo intorno, e la trasfigura, ne succhia l’essenza e ce la porge, perché tutti possiamo specchiarci in essa. Così, Andreotti diventa un emblema: della devozione quasi sacrale, monastica, ad un potere perseguito solo per se stesso, della solitudine di chi è convinto di dover compiere il male per avere il bene. Andreotti come il Grande Inquisitore.
Poi potrei dirvi che Servillo è straordinario, che la scena della confessione, in bilico tra reale e sogno, è qualcosa che ti fa salire il brividino su per la schiena, ma davvero, più vado avanti più mi rendo conto della pochezza dei miei mezzi a fronte dell’impresa di descrivervi quanto, ma davvero quanto questo film sia straordinario.
Ora, io so che il film ha vinto il premio della giuria a Cannes. Non mi pare di vederlo in corsa per gli Oscar. Ok, Gomorra è un gran bel film, per carità di dio, ma forse più che altro vive della potenza della denuncia sociale che riesce a mettere in piedi. Ma Il Divo, beh, per me Il Divo sta ad un livello superiore.

È inimmaginabile per chiunque la quantità di Male che bisogna accettare per ottenere il Bene

106

Riflessioni attorno ad una polemica

Ieri mi sono appassionata a questa storia della polemica tra Allevi e Uto Ughi. Riassumendo: Giovanni Allevi è stato chiamato a dirigere il concerto di Natale al Senato, e lì ha suonato principalmente opere di sua composizione. Uto Ughi si è inalberato, dicendo pressapoco che è uno scandalo che un musicista a suo giudizio tanto mediocre sia chiamato a suonare in un contesto così prestigioso. Allevi, ovviamente, s’è risentito e ha risposto per le rime.
A parte il meschino piacere di seguire la polemica (avete notato che leggere una stroncatura è sempre più divertente che leggere una recensione positiva? Strane bestie che siamo…), questa storia m’ha stimolato una serie di riflessioni.
Innanzitutto, mi fa specie che il Senato venga considerato una cornice prestigiosa. Sarà che c’han suonato persone del calibro di Abbado e Maazel. Perché per il resto…Non mi direte che i senatori vi sembrano un pubblico colto. Che gente come Schifani, Bondi e lo stesso Berlusconi vi sembrano intellettuali. Vorrei sapere quanti senatori si appisolano allegramente durante l’appuntamento annuale col concerto. Del resto, il parlamento è lo specchio del paese, per cui non può che rimandare l’immagine di una maggioranza di gente il cui livello culturale medio è piuttosto bassino. E non parlo tanto di quantità di nozioni di cui si è in possesso, ma di quella certa sensibilità che ti permette di apprezzare certe cose, e che dipende spesso poco dal titolo di studio.
Ma vabbeh.
La seconda è che l’atteggiamento del pubblico (leggi la blogsfera) nei confronti della disputa è da stadio. Aveva ragione Babsi Jones. Ormai il confronto su qualsiasi tema, nel mondo di internet e in real life, si riduce sempre al mero tifo. Per cui ci sono gli ammiratori appassionati di Allevi, che danno dell’invidioso a Ughi, e i detrattori accaniti, che accusano Allevi di essere un venduto, un montato, un incapace. E il pubblico si spacca in due fazioni, a seconda della parrocchia. Poi, ovviamente, ci sono quelli ragionevoli che cercano di spiegare, di capire anche le posizioni della fazione opposta, o che preferiscono esprimere un’opinione piuttosto che un tifo, ma vuoi mettere il divertimento di leggere una cosa del genere? E suvvia.
La terza, è che Uto Ughi che si cala in una specie di rissa da pub, sperando che l’argomento attorno a cui gravita, la musica, la nobiliti, avrei preferito non vederlo. Uto Ughi lo sentii dal vivo una vita fa, a Santa Cecilia, mi emozionò da impazzire, mi spellai le mani ad applaudire e mandai il mio amico in spedizione a farsi fare un autografo, che ho ancora appeso nell’armadio a casa di mia madre. Per me era un po’ una figura mitica, anche un po’ legata alle suggestioni della mia adolescenza. Ecco, vederlo protagonista di questo sfogo poco elegante e pure un po’ cafone m’ha dato fastidio.
Col tempo ho imparato una cosa: che quando passi dall’altro lato della barricata, e da fruitore di qualcosa ne diventi creatore, in qualche modo perdi il diritto di parlarne male. Perché quando lo fai non puoi prescindere dal fatto che tu stesso crei, che sei in qualche modo imparentato a colui che stai criticando. Tu magari puoi anche dimenticartene, ma non se ne dimenticano gli altri, che leggono le tue parole alla luce di ciò che sei e che fai.
Ho sempre trovato sterili e ridicole le dispute tra scrittori, per esempio. Perché sanno tanto di pollaio, di battibecchi tra galli per la supremazia sull’aia. E infatti, chi non è d’accordo con Ughi cosa dice? Che Ughi è invidioso di Allevi. Ovvio.
Ora, non sto dicendo che quando diventi musicista, scrittore, regista perdi il diritto a dir la tua. Semplicemente passi dall’altro lato della barricata, e giudicare non è più il tuo mestiere. Lo puoi fare tra te e te, con la tua ristretta cerchia di amici, coi quali puoi permetterti di essere acido, cattivo e caustico, ma in pubblico non più.
Non che io non abbia contravvenuto a questa regola. Eccome. Scrivevo su amemi fino a qualche tempo fa, e continuo ogni tanto a postare recensioni su anobii. Ma ho capito che non conviene, che è un piacere cui ho abdicato per accoglierne uno diverso, forse più grande: smetto di ergermi a critico e mi faccio criticare, smetto di scrivere delle storie altrui e ne scrivo di mie. Per evitare di vedere la pagliuzza nell’occhio del mio collega e non la trave nel mio.
Ecco, mi sarebbe piaciuto che Ughi avesse continuato a far la sua musica, e con quella cercare di imporre quel che lui ritiene qualità e bellezza su quel che ritiene inganno e mercato senz’anima. L’avrei trovato più elegante e più intelligente.
Voi che ne pensate?

161

Blank

Sono in crisi creativa sul blog.
Sarà che ho l’impressione di aver ricominciato a vivere, per cui forse non ho tanta voglia di raccontarla.
Non lo so.
Ma riempire queste righe la mattina sta diventando sempre più complicato.
Ho la testa piena solo di suggestioni.
Juno che ho visto ieri, e mi è piaciuto un sacco.
La riscoperta dei rituali nella nuova casa, tipo preparare la roba per la colazione la sera prima, le tovagliette sulla pietra, le tazze pronte, i biscotti e la macchina del caffè già carica.
Gaza e quel che sta succedendo.
La consapevolezza che ho astronomica in arretrato.
Una polemica musicale che ho letto stamattina.
Ma tutto sommato non ho voglia di parlare di niente.
La sensazione di essere pronta a cominciare una nuova vita si fa più forte ogni giorno. Eppure non è cambiato nulla di significativo. Sì, la casa nuova…ma io sono io. Eppure mi sembra che ogni giorno le cose siano un pochino diverse da quello precedente, che pian piano mi riapproprio di quel che era mio un tempo, e ho perso per strada. Sebbene io passi le mie giornate come sempre, dividendomi tra due lavori, e le serate le passo ancora sul divano con computer sulle ginocchia.
L’esistenza di uno scrittore oscilla tra due fasi: il momento in cui si vive, e quello in cui si scrive. Forse semplicemente ho ricominciato a vivere.

100

Fiabe

Oggi sono tornata a lavoro. L’università è una specie di immensa ghiacciaia. I riscaldamenti sono stati spenti per tutte le vacanze (ovviamente), e adesso ci vorrà un po’ prima che la struttura si scaldi di nuovo.
Adesso nella stanzina in cui ho chiesto asilo politico si sta bene, ma è piccina, ci siamo dentro in tre e il termosifone è a palla. Appena si esce di qua, i pinguini di Madagascar ti fanno ciao con la manina (a proposito, vi consiglio Madagascar 2, davvero molto bello).
Ho anche i pensieri intorpiditi dal freddo, per cui mi limito ad una segnalazione. Qualcuno di voi forse l’ha sentita, ma il 5 ho fatto un’intervista per Fahrenheit. In verità era un’amabile discussione sulla fiaba e sui suoi antesignani. L’ho trovata online. La potete ascoltare qua, cliccando su Fiabe. Non che io sia stata particolarmente brillante (ero seduta sul pavimento della mia camera da letto, mi sentivo ancora un po’ così e Rebecca stava provando a forzare la porta perché cercava zia Licia), ma sono state dette molte cose belle e interessanti. Per altro, il libro in questione l’avevo visto in libreria e mi aveva attirata. Oggi se ci riesco lo compro.
A domani, si spera con meno pinguini in giro.

77

Cinema

Salve a tutti. Per chi non segue tutti i commenti, salve a tutti da casa mia. Ieri alle 18.00, infatti, a sorpresa mi hanno dimessa: i valori pancreatici sono rientrati, l’ecografia addominale era negativa, per cui sono tornata a casa. Vi dico solo che sono uscita ancora in pigiama e ciabatte. Avevo troppa voglia di andarmene da quel posto.
Oggi sono stanchissima. Evidentemente le 48 ore di digiuno si sono fatte sentire. Ho dormito tre ore oggi pomeriggio, e sono stata buttata a letto tutto il tempo. Però lo stomaco funge. A semolino e brodo vegetale, ma funge. Mi sembrava ottimo tutto quello che mi infilavo in bocca, persino le zucchine lesse che in genere detesto.
Comunque, lo scopo principale del post non è fare il bollettino medico, ma segnalarvi una mia breve intervista sul Corriere della Sera. Niente di particolare, ma per una volta parlo di cinema.
Mentre voi leggete, io magari provo un pochino a lavorare.
Au revoir bella gente.

125

Cominciamo bene versione 2009

Il mio anno nuovo comincia alle 2:30 del due gennaio. Sono piegata in due dal più forte mal di stomaco degli ultimi anni. Continua alle 2:50, quando vengo ammessa al pronto soccorso come codice verde. Un prelievo di sangue, due flebo e un mezzo svenimento dopo mi ricoverano per sospetta pancreatite.
Di recente i miei punti saldi hanno iniziato a vacillare: nel 2007 scopro che le cose brutte non capitano solo agli altri, ma anche alle persone che conosci e cui vuoi bene. L’inizio del 2009 si porta dietro il mio primo capello bianco e la consapevolezza che anch’io non sono indistruttibile e posso finire all’ospedale.
L’ospedale resta quel posto che entri e diventi un malato. Prima hai solo il mal di stomaco, dopo sei un ricoverato in ciabatte, lontano dal resto del mondo, completamente nelle mani di medici indaffarati. L’odiosa farfallina per le flebo sul braccio, il pigiama e le ciabatte, i minuti che non passano mai, il carosello degli infermieri e dei medoci che si alternano nei turni.
Ora sono al pronto soccorso, in attesa dei risultati delle analisi di oggi, tra un sospetto infarto e una signora con un grosso taglio sulla testa. Scrivo dall’iPhone, facendo una fatica bestiale.
Pare non sia proprio pancreatite, ma il pancreas ha effettivamente fatto le bizze. Non mangio e non bevo da ieri sera, ma tutto sommato mi sento bene. Spero ardentemente che mi dimettano domani, non ne posso già più.
Non so che pensare. Di quest’anno, di questi anni, di tutto. Per ora voglio solo andarmene, la mia prospettiva arriva al massimo al giorno in cui mi dimetteranno. Poi vedremo.

64

Ahi, ahi, ahi

Ok, è andato tutto bene.
Ok, ci siamo divertiti un sacco.
Ok, siamo riusciti a stare assieme per un bel po’.
Ma forse potevo anche evitare di mangiare come un’oca all’ingrasso, datosi che adesso il mal di stomaco mi sta uccidendo.

P.S.
Sento il rumore della pioggia. Lo so, niente di strano, ma prima abitavo al secondo piano di un palazzo in cortina, e quindi non sentivo mai quando pioveva. Altro punto a favore della mia casetta nuova.

P.P.S.
Qualche scena da Capodanno

38